Cosa resterà di questi Elii

by Riccardo Conte

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Immaginate una serata tra amici. Una di quelle serate in cui prima o poi si finisce a parlare di quello che non c’è, che, a suo dire, aveva di meglio da fare (tipo guardare le diapositive del mare di una ragazza che “non è come tutte le altre”). È in una di queste serate che arriva la notizia che non vorresti mai avere. Non sto parlando della mancata qualificazione dell’Italia ai mondiali (anche perché quale interesse ripongo nei mondiali secondo voi?), ma di ciò che tutte noi Fave temevamo da un po’: lo scioglimento degli Elio e le Storie Tese.

Sarebbe una bugia degna del miglior burattino che non dice mai la verità dire che non ce lo saremmo mai aspettati anche se speravamo che questo momento non sarebbe mai arrivato. Le nostre speranze, però, si sono rivelate vane e abbiamo a lungo cercato le motivazioni dietro questa decisione. Alla fine credo che, molto semplicemente, sia entrato in circolo l’analcolico moro e abbiano deciso di mollare perché non si sentono più in grado di comunicare con la generazione attuale. Il loro occhio vigile è sempre stato in grado di leggere perfettamente la realtà contingente, a volte addirittura anticipando i tempi, e se non si sentono più in grado di poterlo fare, allora non posso che essere d’accordo con la loro decisione. Ci vuole intelligenza per capire certe cose e coraggio per prendere tali decisioni. Chapeau.

Nonostante questo, però, sono comunque rimasto lievemente scosso. Il giorno dopo sui vari siti del settore non si parlava d’altro. Ma, d’altronde, credo non sia difficile capire il perché. Gli Elii (perdonatemi l’abbreviazione ma tanto anche tra di loro si definiscono così) hanno rappresentato qualcosa che difficilmente potrà ripetersi in futuro in Italia. Per spiegarvi meglio cosa intendo vi faccio qualche semplice domanda: che genere fanno? Il loro percorso vi sembra simile a quello di altri artisti italiani?

Se alla mia domanda vi trovate più in difficoltà di un uomo che vive a Chicago allora probabilmente avete capito cosa intendo.

Fin dall’inizio della loro carriera non è mai stato possibile per l’industria inserirli in uno specifico filone musicale. Nessuno è stato in grado di spiegare il perché di alcune loro scelte, e questo gli ha permesso di avere un dono più unico che raro: non essere presi sul serio. Questa è stata la loro più grande forza. Il fatto di essere trattati come degli scemi di guerra o dei pagliacci gli ha dato la possibilità di poter dire cose di cui difficilmente qualcun altro avrebbe potuto parlare su un palco, eccezion fatta per alcuni casi (leggasi “Concerto del Primo Maggio”) in cui Elio è stato trattato “Come Jim Morrison!”.

Questo, unito ad una grandissima tecnica, li ha resi ciò che sono e che hanno sempre cercato di essere: Zorro. Non ridete. Vi faccio un’altra domanda. Chi è per voi Zorro? O meglio, da piccoli, non avete mai sognato di essere impavidi, fighi e rivoluzionari come l’alter ego di Don Diego? Zorro è questo signori e loro per me sono stati Zorro.

Sono stati Zorro quando si sono presentati a Sanremo nel ’96, arrivando in contatto con un ambiente che non poteva essere più lontano dal loro, ma che hanno saputo conquistare con simpatia e talento arrivando ad una meritata vittoria (o secondo posto, dipende se lo chiedete a Baudo o ai carabinieri).

Sono stati Zorro quando si sono ripresentati in gara nel 2013 con una canzone in cui Elio canta una sola nota per tutta la durata del pezzo (anche se l’ultima nota, era un’altra nota) e sono arrivati di nuovo secondi.

Sono stati Zorro quando hanno deciso di girare un film romantico insieme a Rocco Siffredi, la leggendaria pellicola “Rocco e le Storie Tese” (non fatevi strane fantasie su Rocco Tanica nudo, loro sono solo contemplativi).

Sono stati Zorro quando hanno suonato per 12 ore filate “Ti Amo” stabilendo un record mondiale, signori, insomma, noi stiamo perdendo Zorro!

Loro sono stati i fautori di una voce fuori dal coro che è riuscita ad affrontare in maniera leggera e con una grande dose di humour problematiche delicate in un modo fruibile per tutti. Hanno usato un linguaggio semplice e diretto per poter arrivare ad un numero sempre maggiore di persone. Questa capacità di comunicazione intelligente è difficile trovarla nei musicisti di ultima generazione, e, senza di loro, sarà una componente che verrà pesantemente a mancare. Hanno rappresentato quella parte anarchica, scorretta e caustica che si trova dentro ognuno di noi, e le hanno dato sfogo.

Ma la cosa che più di tutte ci ha fatto amare gli EelST è lui. Un artista a sé. Un architetto. Un uomo che si è sempre trovato nel posto giusto al momento giusto. Sì, diciamoci la verità, a noi fan, la cosa che fa più male è un’altra. Un uomo che per anni è stato ostacolato da Elio perché spaventato dal suo smisurato talento e dalla possibilità che potesse mettere in discussione la sua leadership all’interno del gruppo. A noi fa maledettamente male solo per lui: Mangoni. Ora non potrà più trovarsi nelle città toccate dai concerti degli Elii per pura coincidenza. Come dimenticare le sue coreografie, la sua capacità di scaldare il pubblico, la poliedricità. Ci mancherà architetto, ricorderò per sempre i suoi consigli su come evitare le infiltrazioni nei box interrati. Scusate ma mi è sceso un rivolo qua, sarà che mi è entrata una bruschetta nell’occhio.

Il 19 dicembre noi non perderemo soltanto un gruppo, perderemo un pezzo di musica italiana, perderemo qualcosa a cui potremmo non assistere mai più. Perderemo tutti. Perderai tu ragazzo spigliato col borsello, tu ragazza che limona da sola, tu uomo che ami i nomi sdruccioli delle province. Al momento forse non ce ne rendiamo veramente conto, ma, più avanti, capiremo quanto grande sarà il vuoto causato dal loro scioglimento. Difficilmente troveremo in giro altri grandi musicisti disposti a non prendersi sul serio, disposti ad essere umili, disposti a fare della critica sociale intelligente, a chiedersi perché se la mucca fa “Mu”, il merlo non fa “Me”. In cuor mio spero che questa sia solo la loro ennesima trovata, e che in realtà continueranno insieme con un altro nome e sotto mentite spoglie, dicendo a tutti “Non sappiamo chi siano questi Elio e le Storie Tese per i quali veniamo sistematicamente scambiati”, ma questo è solo un sogno piccolino dentro un cassettino della mia testa.

Il 19 dicembre, in quel di Milano, vedremo andare la tapparella giù sugli Elio e le Storie Tese. Elio, Faso, Cesareo, Rocco Tanica, Jantoman, Tafano (sì signor Meyer, tu per me rimarrai sempre Tafano, l’eroe con la scopa conficcata lì dove non batte il sole), Pai Follai (grazie per aver reso possibile “Plafone” nei live), Carmelo (grazie per i tuoi siparietti indimenticabili) intraprenderanno strade differenti ed altri progetti, con lo sguardo vigile e sempre amorevole del mai dimenticato Feiez a guardarli dall’alto. Ma quando tutto sarà finito, cosa ci resterà? Resterà la “Terra dei Cachi” fatta in 55 secondi? Resteranno pezzi memorabili come “Sphalman”, “Servi della Gleba” o “Il vitello dai Piedi di Balsa”? Resteranno le grandi collaborazioni con artisti come Enrico Ruggeri, Eugenio Finardi o Carlos Santana?  Resteranno i loro travestimenti? I balletti di Mangoni?

Tutto questo rimarrà sicuramente e ci sarà qualcuno che ne trarrà ispirazione, ma credo che la cosa più bella che ci abbiano lasciato in eredità sia un’altra. Qualcosa in grado di trascendere le barriere ed i generi musicali. Un coro, un singolo coro, formato da due parole. Quando dalla folla si alzerà forte il grido “Forza Panino”, ricordatevi che questo è ciò che ci hanno lasciato in eredità. E con le braccia tese verso il cielo e la voce fusa a quella degli altri, nella mia testa ci sarà un solo grande pensiero: che vuol dire “saremo ancora una canoa che affonda nel sublime”?

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