Joe Strummer 001: da London Calling ad oggi

by Jacopo Giovanni Peroni

In un frammento di linea temporale non meglio specificabile e nemmeno troppo distante, mi ritrovai per solo volere del fato, manifestatosi allora come una californiana sequenza algoritmica di nuova generazione, ad esaminare una recente intervista a quel personaggio di Jello Biafra, appartenente alla prima e miliare ondata di un chiaro sentimento svernante comunemente definito a posteriori come “Punk”.
Malgrado per mio scetticismo e intrinseca diffidenza non mi aspettassi di trovare chissà quale epifania o biglietto dorato per visitare la fabbrica di Willy Punk Wonka, il cantante, noto anche per screditare al pari di una cover band la reunion in sua assenza dei suoi stessi vecchi commilitoni, disse tuttavia qualcosa che spesso comunemente si trascura per faciloneria: il Punk non appartiene ad un certo modo di vestirsi, suonare, atteggiarsi o apparire agli occhi degli altri, ma è funzione di un preciso spirito operandi trovabile, seppur celato, anche in altre correnti musicali, media o comunque dove meno ce lo si aspetta. Persino all’interno delle mura di una “qualsiasi” Sotheby’s, costretta ad allentare la morsa sul suo solenne martello d’asta di fronte all’ultimo gioco di prestigio dell’ormai chimerico e sempre più inafferrabile Banksy.
Chiedersi quindi se questo genere musicale, che appunto non è mai stato solo un genere musicale, sia morto e sepolto, oltre ad essere una domanda banalmente anacronistica, è anche mal posta. Forse sì, era necessario che certe sonorità di fine anni settanta sparissero come lacrime nella pioggia, perché il messaggio di fondo rimanesse e cambiasse solo forma e mittente nell’infinita ciclicità del tempo.
Ne è un esempio lampante il protagonista di questo articolo: Joe Strummer, icona, leggenda e leader de “l’unica band che conta”, The Clash.

Quasi un mese fa è stata infatti rilasciata “Joe Strummer 001” una raccolta totalmente rimasterizzata al singolo beat di 32 tracce tra demo, brani mai rilasciati e altre chicche custodite meticolosamente dall’iconico cantautore appartenenti ai suoi ultimi anni di militanza nella scena musicale a cavallo tra il tramonto dei Clash e gli anni ’90.
Mi si potrebbe allora rinfacciare una strategia di market timing al limite del cinismo più controproducente, ma questo articolo non vuole assolutamente recitare lo scomodo ruolo della recensione tuttologa che in maniera distaccata passa al vaglio quello che, in fondo e lontano dai suoi declinati boxset, non è prettamente un gesto commerciale, ma è anzi allo stesso tempo un regalo per i fan di vecchia data ed un solido album per chi fosse a caccia di qualcosa di sperimentale tra diversi generi e influenze. Caduto nella mia stessa trappola, ho appena dato spazio ad una mia vena più critica, incurante tra l’altro del vero messaggio (a mio avviso) all’ordine del giorno, in arrivo qui di seguito in technicolor: il ruolo e la decisiva importanza di ciò che si potrebbe riassumere come “indifferenza del fattore tempo”.
A garantire al gruppo londinese lo status già nominato di “Only Band that matters”, in aggiunta alle tanto amate da Strummer contaminazioni ed effusioni stilistiche post garage derivanti da ogni parte del globo e sovraccaricate da una caratteristica anima funk e pioniera, fu principalmente l’attitudine, narrativamente punk, di mettere in discussione tutto quanto accadesse intorno a loro e non solo attraverso testi, senza tempo, di presa di posizione civile validi allora come oggi. Strummer infatti non si limitava inconsciamente ad essere un cantore-militante della propria epoca, avverso alla precedente idea statica di gruppi circoscritti ad una loro bolla di sapone, ma anzi, citandolo, raffigurava i Clash come un continuo e deciso annuncio pubblico munito di chitarre, possibilmente non fine a se stesso o alla contingenza del momento; un Combat Rock dai valori nobili destinato a diventare un testo di riferimento per gli artisti e band più disparati a mero livello di genere musicale: dai Beastie Boys degli esordi ai Rage Against The Machine. Dal 1979, anno di uscita di “London Calling” ad oggi.
Questo il pregio essenziale della raccolta “Joe Strummer 001”: l’essere un’antologia con tanto di diploma di maturità, che, se fatta vedere al cugino di ET a conoscenza dei fatti generali terresti odierni, riuscirebbe ad essere valutata dal marziano come figlia di questo tempi, se non su un piano musicale, sicuramente a livello tematico.
Celebre è famosa la citazione di Joe Strummer che il futuro non sia già stato scritto, il suo personalissimo “l’uomo è solo artefice del proprio destino”, tuttavia, come magari potrebbe lui stesso precisare con un po’ di autoreferenzialità da English Civil War, costruire il futuro e tener viva la memoria del passato sono le due diverse facce di una stessa medaglia, prima che un non così tanto remoto giorno ci si dimentichi che “possa succedere di nuovo” mentre un ignoto e qualunque Johnny ripercorre con fatica la via di casa, reduce da un’indefinita guerra mossa da non-tanto-aristotelici zôon politikòn (animali politici) sbraitanti in 280 caratteri.

001, nonostante gli anni e risvolti storici, riesce a riportare così in auge cosa significa essere consapevolmente punk e rimane un lascito importante per ieri, oggi e domani, in grado di ricordarci che, forse, avremmo tutti attualmente bisogno della cognizione di causa tipica della discografia di Strummer.
Quindi, andiamo là fuori, siamo gentili e cerchiamo di lasciare il mondo come un posto migliore di quello che abbiamo trovato, rendendo fieri Joe Strummer, i Clash e il loro lascito.
Sempre un po’ di più.

Jacopo Giovanni Peroni

Applicazione diretta del metodo socratico.

Altri articoli che potrebbero interessarti

Dicci la tua


Ci trovi anche qui: