Marie Antoinette, The Strokes e altre leggende

by Martina Pagliara

Conoscete questo testo, vero?

“I wanna be forgotten
And I don’t want to be reminded
You say, “Please don’t make this harder”
No, I won’t yet”

Vi starete chiedendo cosa c’entrano i versi di Julian Casablancas con la più famosa regina di Francia.
O almeno, se lo starà chiedendo chi non ha mai visto il capolavoro di Sofia Coppola.

“Marie Antoniette” (2006) è stato il film che ha cambiato il mio modo di percepire i ceti più agiati.
Una regina è pur sempre un essere umano.

In questo caso la nostra famosissima odiata/adorata sovrana mostra due lati di sé controversi ed inscindibili: l’estrosa e frizzante icona pop del suo tempo da una parte, e la povera giovane donna che, alle soglie della rivoluzione francese, è costretta ad accettare il suo destino e salire sul trono di una terra straniera dall’altra.

E’ importante ricordare che la sua famiglia è in Austria.
La madre, l’imperatrice Maria Teresa, non può fare altro che scriverle, offrirle consigli e sperare che il matrimonio della figlia venga consumato al più presto, produca un erede e sancisca l’alleanza tra Francia e Austria per scongiurare un conflitto tra le due potenze.
La ragazza, come ogni altra sua coetanea, si rifugia negli svaghi.

Feste, balli, sfarzo e brani allegri e ritmati si alternano a momenti a tratti anche tragici.
Numerosi sono gli spunti di riflessione: l’intera trama è specchio della vita intesa come strada tortuosa, ingiusta e difficile per tutti… fino a che punto riusciamo davvero ad ingannare i nostri sensi, alla ricerca del piacere?
La cura e l’attenzione data ai particolari non fanno altro che rendere ancora più realistica quella che altrimenti sarebbe un’assurda fiaba senza lieto fine.

Dai costumi alla molteplicità dei personaggi, significativi dal primo all’ultimo e interpretati da un cast senza precedenti (Asia Argento, ad esempio, che è bella quanto grezza e volgare), sembra di essere catapultati nella Versailles del 1700.

A differenza di quanto si possa pensare, l’indie rock si sposa bene con questa folle ricostruzione storica.
Il segreto che mi è parso di cogliere dietro a questo lavoro è stato il tempismo, oltre alla volontà di rendere le dinamiche interpersonali attuali. Impossibile non immedesimarsi.
Ed ecco che alla tristezza di Krinsten Dunst nei panni della bella regina si accompagnano brani, anche famosi, di artisti quali New Order e The Cure, che trovo particolarmente adatti sebbene l’abbinamento sia originale.

E per gli svaghi di corte? E’ la parte più divertente ed indimenticabile, accompagnata da pochi accordi giusti.
Vi sfido a togliervi dalla testa i riff di “I Want Candy”. Per me è stato un vero colpo di fulmine, non avendo mai ascoltato il brano prima.
Altra grande ossessione è stato il brano di apertura “Natural’s Not in It”, altrettanto energetico. In entrambe le scene in cui sono presenti le due canzoni c’è un ché di sfida, frivolezza, superficialità ed arroganza, il lato disprezzato ma anche tanto invidiato della nobiltà.
Non mancano le scene con esecuzioni liriche, che invece di prevalere hanno un ruolo stranamente marginale.

Sofia Coppola gioca con buio e luce per tutta la durata della pellicola, a colpi di dialoghi brillanti e note malinconiche e azzeccatissime (dopotutto è la moglie del nostro adorato Thomas Mars, cantante dei Phoenix, se non ha una buona cultura musicale lei, io sono un ippopotamo verde).

Ma è stato il brano “What Ever Happened” che, unito a questa storia rivisitata, mi ha messa in crisi e ha rovesciato completamente il mio punto di vista.
Prima l’ho sempre collegato ad una dichiarazione, per metà a se stessi come autodifesa personale e per metà a chi inesorabilmente occupa i nostri pensieri.
Ho sempre dato per scontato che quelle parole potessero essere dette o pensate esclusivamente dal punto di vista di un adolescente qualsiasi, dimenticando che anche la Delfina di Francia in fondo lo era.

Sì, perché Marie Antoinette si innamora.
Vuole divertirsi, vuole ballare, vuole sentirsi guardata. Risente della freddezza e della distanza di chi la circonda.
Marie Antoinette è una di noi.

“I wait and tell myself, life ain’t chess
But no one comes in
And yes, you’re alone
You don’t miss me, I know”

Proprio come la figura della regina negli scacchi, da grandi poteri derivano grandi responsabilità, e nel finale la vedremo prendere una decisione coraggiosa.

Il concetto è chiaro, no? Sono versi che richiamano qualcosa di significativo in ognuno di noi.
Ditemi che non sono l’unica che dopo un’estate di crushes (immaginarie e non) canta a squarciagola “you don’t miss me, I knooooow”.

Vi consiglio di cercare questo film e dedicare quei 125 minuti a dare un’altra possibilità a questa figura storica così controversa, e di godervi l’ottima colonna sonora che si palesa sempre al momento giusto.
Da studentessa di lingue perennemente avversa al doppiaggio, suggerisco di non perdervi la spontaneità delle battute guardandolo in lingua originale, magari con i sottotitoli.

 

Martina Pagliara

La fata madrina con i capelli tinti male, il frigo pieno di birre artigianali, la testa sintonizzata su brani anni 2000. Parla in inglese nel sonno, ammesso ch'ella riesca a dormire.

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