Mi sono rotta il cazzo che mi venga toccato il culo ai concerti

by Marzia Barbierato

Mi sono accorta che una pratica molto diffusa ai concerti è di approfittare della confusione e del moto ondulatorio della folla per toccare il culo di chi si ha davanti e poi fissare il palco o guardare altrove con aria vaga quando il malcapitato/a si gira per capire cosa sta succedendo o per cercare con gli occhi il responsabile del gesto.

Mi ci sono voluti un sacco di anni e decine di concerti per realizzare che non sempre capita per sbaglio, ma che ci sono persone che lo fanno deliberatamente. Non mi sembrava possibile, non ne capivo il senso (e non lo capisco neanche adesso), di toccare di striscio, con le nocche o il dorso della mano, il culo di qualcuno. Perchè non è la manata goliardica che viene in mente quando dici “mi hanno toccato il culo”, è una cosa molto più subdola, viscida e meschina. Pone in una situazione di impotenza e fa sentire in balia di mani sconosciute alle quali non si riesce a dare un volto. Piuttosto preferirei una palpata decisa e che, quando mi voltassi, tu ti facessi guardare in faccia e che io, sorridendo o dandoti uno schiaffo, potessi farti capire se puoi continuare oppure no. Trovo orrendamente codardo il modo di approfittare della folla e fingere di urtartmi il culo per evitare che io ti neghi il mio consenso.

Ovviamente succede anche sui mezzi pubblici, nei locali, a qualsiasi tipo di evento in piazza, o posto affollato, ma mi disturba soprattutto ai concerti perché sono una cosa a cui tengo. Probabilmente si tratta di un momento che ho atteso un sacco, l’esibizione di un’artista che stimo, una situazione che mi sto godendo. E mi fa girare il cazzo dovermi spostare, abbandonare il posto che magari ho conquistato con fatica e pazienza, perché tu, piccolo viscido schifoso, mi infili “accidentalmente” una mano tra le gambe. Mi fa sentire arrabbiata, ferita, umiliata e impotente, perché non ho nessun modo di capire chi è l’artefice del gesto né di dimostrare che l’ha fatto. E a un certo punto mi sembra anche inutile dirlo a chi ho accanto, perchè, se è una ragazza sa di cosa parlo ma, come me, non sa cosa fare, se non lanciarmi un mesto sguardo solidale e suggerirmi di spostarci; e se è un ragazzo non ha idea di come mi sento e mi liquida con una risata. Ed è così difficile da spiegare che a volte uno rinuncia, inghiotte, lascia perdere e cerca di non pensarci finchè non se ne dimentica. Solo che al concerto dopo succede di nuovo. E poi ancora.

L’ultima volta mi è successo al concerto in piazza a Capodanno, in cui io e la mia amica abbiamo dovuto spostarci due volte. Prima perchè l’uomo ubriaco dietro di me, approfittando dell’ingombrante fasciatura sulla mano e del proprio barcollare, sbatteva le nocche sulle natiche mie e della turista accanto a me (dalla quale aspettavo uno sguardo costernato che confermasse i miei sospetti e mi desse il coraggio di affrontare quel fetente – ma non è mai arrivato). E più tardi, mentre ci stavamo divertendo ballando sotto palco, perchè un altro, con aria vaga e indifferente, “urtava” la mia amica. Non ho capito quale fosse, quando guardavo alle sue spalle vedevo tre uomini che ondeggiavano guardando il palco con l’aria assorta, ma non mi è stato difficile crederle. Abbiamo continuato a ballare, più in là, ma non ero più spensierata e disinvolta come prima, ero scocciata e indispettita e completamente avulsa dal mood danzereccio con cui avevo iniziato la serata.

Ho un sacco di ricordi di bei concerti inquinati da un cazzo di momento del genere. Una volta ho provato ad afferrare la mano molesta e trattenerla mentre mi giravo per individuare la faccia a cui apparteneva e mollargli una cinquina o un pestone sul piede, ma nel pogo e nel casino, non ci sono comunque riuscita. Era il concerto dei System Of A Down di quasi dieci anni fa (a cui tenevo molto e che rimane tuttora il biglietto più costoso che abbia mai comprato), al quale non riesco a ripensare senza rivivere la sensazione di disagio e delle lacrime agli occhi e risentire quel tocco leggero quanto invadente, determinato quanto sfuggevole, ripetuto e ostinato, tra le cosce, sui miei jeans.

Fortunatamente né questo , né gli episodi successivi, mi hanno fatto passare la voglia di andare ai concerti. Da una volta all’altra me ne dimentico, e non ci penso finché non ricapita, ma mi fa incazzare pensare che ogni cazzo di volta che decido di andare a un concerto ci sia questa possibilità. Ed è una merda che venga percepita, anche da chi la subisce, come una cosa che succede, che esiste e si debba mettere in conto e basta, come parte dell’”esperienza concerto”.

Marzia Barbierato

Nata un anno dopo la caduta del muro di Berlino e quattro prima della morte di Kurt Cobain, sono vittima della cultura indie in tutte le sue forme: musicale, estetica, letteraria, cinematografica. Parafrasando I Cani, se la mia vita fosse un film sarebbe diretto da Wes Anderson.

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