It’s motherfucking Record Store Day!

by Gesu Cristo

N.d.r.: Questo articolo è stato scritto da Gesù Cristo, sì, proprio lui. I tempi sono cambiati, per saperne di più su di lui non serve leggere la Bibbia. Basta seguirlo su twitter: https://twitter.com/GesuRedentore

 

Ci siamo, è arrivato il giorno: oggi è il Record Store Day 2014! Come ormai accade ogni anno dal 2007, per il terzo sabato di aprile (che in questo caso cade pure nel weekend di Pasqua, immaginate come posso esserne felice!) i negozi di dischi in tutto il mondo si preparano ad accogliere appassionati di musica e soprattutto di vinili per una grade festa fatta di pubblicazioni esclusive, dj set, esibizioni dal vivo, incontri con gli artisti e una vastissima serie di eventi. Ma è tutto oro quel che luccica?

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Negli ultimi anni è innegabile che una certa parte degli addetti ai lavori abbia mal digerito l’evoluzione che l’iniziativa sta prendendo, principalmente per il prepotente ingresso delle major che finiscono spesso per cannibalizzare quasi tutto lo spazio riservato alle pubblicazioni esclusive. Mettiamo anche nell’equazione altri problemi come il numero sempre crescente di uscite che fa legittimamente dubitare di quante (e quali) siano effettivamente degne di nota. E il resto? Beh, il resto potrebbe benissimo essere un riempitivo di scarso valore composto da una lunga lista di ristampe che di esclusivo hanno poco o niente. Ma questo è un male per il consumatore finale? Forse sì forse no, ma probabilmente è meglio fare un passo indietro e guardare le cose da un’altra prospettiva.

 

Il Record Store Day nasce nel 2007 negli Stati Uniti come iniziativa per rilanciare il mercato dei negozi di dischi indipendenti che, come sanno anche i sassi morti e gli alieni immaginari, attraversa da molto tempo una fase a dir poco drammatica dovuta essenzialmente alla stravolgente evoluzione discografica che sì è avuta nel decennio scorso con l’avvento definitivo del digitale e di internet. Se da un lato nei primi anni il RSD riuscì nel suo intento di risollevare le sorti indie, dall’altro va considerato l’aspetto di cui parlavo prima: una specie di “imbarbarimento” dell’evento ha preso piede nelle ultime edizioni e ormai sono scontate le classiche “sciacallate” con cui numerosissime rarità vengono acquistate per poi essere messe in vendita su ebay a prezzi semplicemente folli nonché una pressoché inspiegabile presenza di molte esclusive su siti come amazon che, francamente, sarebbe considerabile “indie” solo se Giuda tornasse indietro nel tempo e non mi tradisse.

 

Per certi versi mi ricorda un po’ l’evoluzione che ha avuto internet negli ultimi anni: prima dell’avvento dei social il world wide web era sì fruibile ma sotto molti aspetti restava gestito da una nicchia di utenti, un po’ nerd se vogliamo, che sapevano districarsi in aspetti più complicati e tecnici: per farla breve, prima di myspace o facebook quanti avevano un proprio sito internet o almeno una pagina? In questa ottica le major sono i social network che portano la fruibilità di internet -o nel loro caso i vinili succulenti- alle masse e di punto in bianco ciò che era una realtà “indie” diventa mainstream. Cosa c’è di male nel mainstrem? In linea di principio non molto, se non fosse che in quella realtà i gusti vengono spesso alterati, deviati, guidati verso ciò che vuole chi controlla la baracca; e non serve essere il messia per sapere che si sta parlando del profitto, suvvia!

 

Ferma tutto, ma fino a questo momento sembra che io abbia parlato solo male del Record Store Day: no, stop, meglio fare una precisazione. Io sostengo con forza il vinile e quasi con altrettanta fermezza il RSD, ma sarebbe da ciechi o da stupidi negare che lentamente (ma neanche troppo) stia perdendo il suo vero spirito indie. No, non voglio fare il lagnoso “alternativo a tutti i costi” che appena una cosa diventa un po’ troppo famosa ed esce dalla sua cerchia, zac! Eccolo lì a criticare ferocemente ciò che fino a un attimo fa era il meglio del meglio. No, non funziona così. Funziona semplicemente che come in tutte le cose c’è chi per lavoro deve andare dove tira il vento (pecunia) e se è vero che non sempre questo sia un male dall’altro è anche vero che spesso per il prodotto finale e (soprattutto) per la piccola distribuzione lo è.

 

Vogliamo parlare del 7” che gli One Direction pubblicano in UK per l’occasione? Ecco, appunto, sorvoliamo sulla piega che sta prendendo la situazione: meglio fare una rapida carrellata delle uscite più interessanti. La mia lista della spesa include un paio di dischi degli AC/DC, un 7” di Bat for Lashes, American Beauty del Boss, un picture disc del Duca Bianco, il cofanetto 7×7” dei Sex Pistols, il live di Hendrix, i Nirvana, l’unplugged box dei R.E.M. e una serie di interessanti ristampe di Stone Roses, Oasis, Soundgarden. I Devo? Perché no. Ah giusto, c’è anche qualcosa dei Deep Purple e Joy Division.

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Ma veniamo alle chicche, e qui concludo, lo giuro. Per come la vedo io sono due: Damon Albarn sfodera dal suo album di debutto solista (di prossima uscita) un 7” con due tracce, Hollow Ponds e Lonely press play. Se riuscite a mettere le mani su questo siete veramente a un soffio dalla redenzione, per ottenerla con certezza matematica sarebbe però meglio posare le grinfie su ciò che considero il vero must di questa edizione: il tema originale del film Ghostbusters esce in ristampa su 10” fluorescente (già, avete letto bene!) e per come la vedo io potrei decidere di non porgere l’altra guancia se qualcuno si mette deliberatamente fra me il suddetto!

 

E voi babbani cosa correte a comprare oggi? Forza, non siate timidi! Un abbraccio!

Gesu Cristo

Papà mi ha rispedito giù perché (cito) 'va molto male'. Mi sono iscritto a Twitter, dispenso abbracci e consiglio musica #rigorosamenteSuVinile ai miei babbani.

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