Stanley Donwood: l’uomo che dipinge i Radiohead

by Claudia Crivellenti

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Hello. I go by the name of Stanley Donwood, and this here is my website. […]
For a long time being asked the question “What do you do?” resulted in a sort of mumbling and staring, before a stuttering response which didn’t make either my interlocutor or myself any wiser. But more recently I’ve been putting on exhibitions and having books published, which along with my longstanding association with a well-known rock band has given me a slightly increased level of confidence. So nowadays I can say, with what I hope is calmness, that I’m an artist and a writer. Although you are, of course, free to decide about that yourself.

– Stanley Donwood su se stesso, dal suo sito web.


Correva il 1994 quando Thom Yorke affidava al suo ex compagno di università Don Rickwood (per gli amici, Stanley Donwood), la realizzazione della copertina del nuovo singolo della sua band.
E sì: se non fosse ancora abbastanza esplicito dal titolo, stiamo parlando proprio dei Radiohead.

Così, a partire da My Iron Lung, Stanley iniziò a produrre tutti gli artwork ed il materiale promozionale del gruppo, accompagnato dall’onnipresente zampino di un certo “The White Chocolate Farm” o “Dr. Tchocky” – da leggersi meglio come Thomas Edward Yorke -, oltre ad illustrate i lavori solisti del frontman e della sua altra band, gli Atoms For Peace.

1995:
The Bends

Il primo album per cui Stanley creò la copertina fu The Bends (1995): l’artista, che stava vivendo un momento di difficoltà economica, accettò l’incarico propostogli dall’ex commilitone e legò per sempre la musica di quel disco all’immagine di un manichino usato nei corsi di primo soccorso, immortalato da una telecamera a cassette e posto su uno sfondo nero.

Stanley forse ancora non immaginava che, a partire da quel manichino, avrebbe iniziato un sodalizio lungo più di vent’anni assieme ad un gruppo allora emergente, ma che presto si sarebbe affermato come uno dei più importanti degli ultimi decenni.

 

1997:
OK Computer

Infatti, solo due anni dopo, nel maggio del 1997, la band pubblicò il suo terzo album, intitolato OK Computer, considerato dalla rivista inglese Q come: “l’album più significativo dal punto di vista culturale, storico ed estetico degli anni ’90”.

Ancora una volta, la copertina del disco è figlia della fantasia di Mr. Donwood e di quel certo “White Chocolate Farm“. L’immagine – e tutto il resto dell’artwork – è formata da un collage di foto e testi generati al computer. La regola durante la realizzazione è stata una sola e prevedeva il completo divieto della funzione UNDO: per cancellare eventuali errori, Stanley decise di farci degli scarabocchi bianchi sopra.
La palette di colori usata verte sul blu, risultante dal tentativo di produrre qualcosa di simile al colore delle ossa sbiancate.
Recentemente è stato scoperto che il luogo raffigurato altro non è che un’autostrada del Connecticut, fotografata durante un viaggio della band durate un tour.

Il resto dell’artwork, a detta di Stanley, è “abbastanza triste, ma divertente. E’ tutto ciò che le canzoni hanno lasciato inespresso.”.
Elementi che ritornano spesso nelle immagini del booklet sono, ad esempio, frasi in esperanto, figure di bambini con la loro famiglia, aeroplani, autostrade, istruzioni di carattere medico in inglese e greco e l’immagine di due omini che si stringono la mano – descritta da Yorke come simbolo di sfruttamento.

In occasione del ventesimo anniversario di questo iconico disco, ne è stata messa in vendita una versione speciale intitolata OKNOTOK e riportante la stessa copertina. Assieme al disco, è stata resa disponibile la navigazione del sito della band in versione 1997, che altro non è che un labirinto di threads legati ad immagini ansiogene e da cui pare impossibile venire a capo.

2000:
Kid A

La copertina di Kid A nasce dall’ossessione di quel periodo dell’artista, ossia il World Watch Institute, il quale aveva pubblicato delle spaventose statistiche riguardo gli sconvolgenti cambiamenti climatici e il conseguente scioglimento delle calotte di ghiaccio.
Questo gli diede l’idea di raffigurare delle montagne innevate per il nuovo album della band.

Altra fonte d’ispirazione per le immagini dell’artwork sono alcune foto della Guerra del Kosovo che avevano catturato l’attenzione di Stanely, tra queste soprattutto una foto ritraente un metro quadro di neve pieno di detriti di guerra.

Le opere sono realizzate su grandi tele con l’ausilio di coltelli e bastoncini: dopodiché venivano fotografate e modificate al pc.

Sul retro della confezione e sul CD stesso è invece riportata l’immagine di una piscina rossa: questa si rifà alla graphic novel del 1988 chiamata Brought To Life, nella quale viene narrato di una faccenda di terrorismo di stato; il numero delle vittime di quegli atti veniva calcolato riempiendo del loro sangue delle piscine da 50 galloni.
Questa è per Donwood un simbolo di un pericolo imminente e di speranze frantumate.


Frutto del periodo Kid A è anche il logo della band, l’orsetto dai denti aguzzi.
Stanley lo disegnò ispirandosi ad una storia della “buonanotte” che raccontava a sua figlia: l’orsetto faceva infatti parte di quell’esercito di giocattoli dimenticati dai loro padroncini – ormai cresciuti – che si ribellava a questi ultimi, divorandoli. L’artista infatti lo descrive non come arrabbiato, ma affamato; è il simbolo nostalgico di tutti i giocattoli della nostra infanzia.
L’idea piacque particolarmente a Thom e agli altri membri del gruppo, che in quel periodo stavano vivendo in una profonda paranoia legata all’ingegneria genetica, tanto da ritrovarla anche in favole e altre opere di narrazione in cui vengono dei creati mostri e tu, impotente, non puoi fare nulla per fermarli.

           2001:
Amnesiac

L’idea per l’artwork di Amnesiac venne a Stanley “prendendo un treno per Londra, perdendosi e prendendo degli appunti”.
Cominciò a vedere Londra come il labirinto del Minotauro – icona legata al disco -: una prigione immaginaria in cui tu stesso sei il Minotauro. Tutti possiamo infatti  essere il Minotauro, in quanto noi tutti siamo dei mostri, mezzi umani e mezze bestie, intrappolate nel labirinto del passato.

La copertina ritrae un vecchio libro rosso, con sopra disegnato un piccolo Minotauro che piange – probabilmente perché spaventato dalla trappola in cui si trova.

L’idea del “vecchio libro” venne ripresa anche per la realizzazione della Special Limited Edition: difatti, il disco vincitore del 44esimo Grammy Awards per il miglior cofanetto o confezione in edizione limitata, è composto da un vero e proprio libro rosso, contenente il disco e tutto il resto dell’artwork.
Lo scopo di Stanley era quello di farlo somigliare ad un libro dimenticato all’interno di un attico, a sua volta dimenticato; l’album – visualmente e musicalmente – è come se narrasse del ritrovamento di questo libro e della sua lettura. Ottimo spunto per un ascolto più intimo del disco.

 

 

 

 

 

 

 

 

2003:
Heil to the Thief

Questa volta, la copertina del disco ha un suo titolo vero e proprio, ossia “Pacific Coast“, facente parte di un ciclo di dipinti realizzati seguendo la medesima tecnica e concetto.
Pacific Coast” altro non è che una mappa stradale di Hollywood, dove parole e frasi tratte dai cartelloni pubblicitari che Stanley aveva osservato lungo le strade di Los Angeles fungono da edifici. Così facendo, l’artista elimina l’imperativo tipico del linguaggio pubblicitario, riducendo il messaggio alla sua mera essenza.
Altre parole e frasi invece vennero fornite da Thom, che al momento seguiva con attenzione i discorsi e le argomentazioni dei politici in merito alla Guerra del Terrore.

I colori sono quelli tipici dell’industria petrolchimica, tanto gradevoli alla vista quanto dannosi.
Nessuna delle tonalità scelte è infatti naturale e Stanley volle usare questo fattore come una metafora rappresentativa di una società dai colori vibranti, ma che un giorno o l’altro si troverà a fare i conti con quanto di dannoso ha prodotto e che al momento resta nascosto “sotto al tappeto”.

2007:
In Rainbows

Per In Rainbows, Stanley decise di lavorare direttamente in studio assieme alla band, in modo da influenzare e lasciarsi a sua volta influenzare dal mood dell’album in creazione. Sparse quindi delle fotografie per lo studio e ne inserì nel pc, in modo che la band potesse interagirvi e commentarle.

Donwood decise di sperimentare con fattori chimici su di alcune fotografie: mise le stampe a bagno in degli acidi e ci fece colare sopra della cera, ricreando delle figure che potevano ricordare le immagini della NASA ritraenti lo spazio. Questa volta la copertina è molto colorful, ma di nuovo come per Hail to the Thief, sta a ricordare un qualcosa di artificiale, un arcobaleno chimico simile a quello che si può osservare nelle pozzanghere lungo strade trafficate.

La copertina finale dell’album non venne svelata sino alla sua pubblicazione fisica, il quale era presentato con una custodia di cartone non molto rigida e per questo dotata di adesivi da applicare su di un nuovo cofanetto nel caso quello originale si danneggiasse.

Grazie ad In Rainbows, nel 2009 Mr. Donwood si portò a casa il suo secondo Grammy Award per il miglior cofanetto o confezione in edizione limitata.

2011:
The King of the Limbs

La copertina e tutto l’artwork di The King of the Limbs dipingono un paesaggio interiore, un luogo dove i movimenti dei suoni stessi possono animarsi.

L’idea di quella sorta di bosco mostruoso venne a Stanley durante una passeggiata con sua figlia in un bosco di faggi in una giornata nebbiosa: ad un certo punto la piccola Donwood vi si perse all’interno, il padre andò a cercarla ma riuscì solo a sentirla singhiozzare, inghiottita dalla foschia. Durante quella “caccia al tesoro” l’artista ebbe l’impressione che i faggi stessi fossero animati e a contribuire graficamente a questa sensazione intervenì Yorke, che decise di disegnare bocca, occhi e arti agli alberi, tramutandoli in mostri, spiriti viventi della foresta.
La foresta dunque è una visione sinestetica, come se fosse una cattedrale dello stesso suono, con cui Donwood lavorò durante la fase iniziale di lavoro all’album.

2016:
A Moon Shaped Pool

Durante la registrazione dell’ultima fatica dei Radiohead, Stanley ha lavorato in un fienile dotato di alcuni speaker, collegati allo studio di registrazione che stava lì vicino.
Con A Moon Shaped Pool, l’artista decise di distanziarsi dall’arte figurativa e di creare qualcosa che fosse meramente un prodotto del caso.
La prima idea balzatagli in mente prevedeva un Dalek che spruzzava pittura direttamente sulla tela. Ma a quanto pare, la bizzarra trovata fu bocciata e soppiantata invece da una tecnica molto più fatalista: Donwood si è quindi affidato al meteo, lasciando le tele “en plein air”, in completa balia dei vari fenomeni atmosferici.

 

 


What is your favourite Radiohead album, and album cover you have designed for them? Why?

I’ve just had a think about this and I think it’s the one that no-one’s seen yet. It was made by the strong warm winds of southern France.

– Intervista di El Hunt a Stanley Donwood per DIY Magazine, 22 Marzo 2016

 

Ed la vostra, lettori? Quale copertina dei Radiohead vi ha affascinato di più di tutte?
(Se siete miei follower su Twitter, probabilmente saprete già da tempo quale sia la mia, ma son dettagli.)

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Claudia Crivellenti

La mia vita è composta da musica, colori pastello, concerti, cani carini, meme, altra musica e cibo.

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