“The Much Much How How and I”: intervista a Cosmo Sheldrake

by Chiara Bustreo

 

Se dovessi descrivere con una parola il tuo album quale sarebbe? E perché?

Non sono sicuro. Dovrebbe essere una parola no-sense o qualcosa senza un significato troppo limitato. O forse ‘Zymolosis’, una parola che descrive una sorta di auto-fermentazione o di digestione.”

Se siete alla ricerca di qualcosa di nuovo, di qualcosa che vi porti al di là della solita musica che vi si propone dovete continuare a leggere quest’intervista perché, mi sa, che Cosmo Sheldrake faccia al caso vostro.

Un ragazzo inglese poco più che 28enne, polistrumentista, che debutta con un album non proprio usuale. “The Much Much How How and I” è uscito lo scorso 6 aprile per Trasgressive Records e prende spunto da varie cose, vari artisti tra cui i Beatles, i Kinks e Stravinsky. È ritenuto un album alternative/indie, ma, secondo il mio modesto parere, è molto di più: è un viaggio tra musica orchestrale, voci lievi e atmosfere surreali che portano l’ascoltatore a divertirsi come un pazzo in un primo momento e a piangere come una fontana quello dopo. I suoni puri dei suoi stessi campionamenti riguardanti la natura e il mondo attorno a lui (acqua che bolle, applausi, treni, ecc…) si fondono con il suono vintage di una strumentazione poco moderna, ma che dona un suono così caldo e corposo a tutto l’album che non vi renderete nemmeno conto che per la maggior parte è strumentale. La sua voce lieve e i suoi testi poeticamente bizzarri vi trasporteranno in un’altra dimensione, così come i giri di valzer, il basso funk e quell’elettronico-non-elettronico.

Passerà in Italia per ben 3 date: il 9 maggio a Roma al Blackmarket, il giorno dopo, il 10 maggio, sarà al Serraglio a Milano mentre l’11 sarà a Bologna al Freakout Club dove farà vedere il suo essere artista, coinvolgerà tutti con questo piccolo-grande gioiello di musica per un’orchestra contemporanea. Visto che nemmeno noi ci abbiamo capito molto, da troppe erano le emozioni e immagini avvolgenti suscitate da questi 14 brani, abbiamo voluto fare quattro chiacchiere con l’autore riccioluto.

(P.s.: vi diciamo solo che alla domanda se sa veramente suonare 30 strumenti ha risposto molto vagamente. Ma fonti dicono che all’età di 4 anni avesse già cominciato a suonare da autodidatta il pianoforte e a 7 piano jazz. Dopo questa nozione cominciate a leggere l’intervista, ancora più intimoriti, in soggezione e curiosi di prima.)

Di te ci sono tracce più o meno dal 2013 nel web. Nel 2015 è uscito il tuo EP di 4 tracce “Pelicans We” ma quand è iniziato il tuo nuovo progetto e perché hai sentito la necessità di scrivere quest’album?

Io non so davvero se c’è un momento preciso dove è iniziato il processo d’ispirazione. Inoltre non ho mai sentito questo album come una scelta ma come qualcosa che solamente accade e si evolve al tuo fianco.”

Nella tua musica ci sono così tante contaminazioni che non si riuscirà mai a descriverti al 100%. Nella tua musica si sente il soul, l’elettronica, l’indie, il valzer e quell’aria da musica orchestrale e un’aura fantascientifica ed eterea al tempo stesso. Diciamo che ti sei creato il tuo mondo e il tuo genere, è così?

Credo di si, in molti casi per me quello che sento è una cosa più che naturale e così il modo in cui ascolto le cose o come vorrei che fossero. Sento che potrei guardare indietro su un pezzo di musica che avevo fatto ed essere in grado di capire cosa stavo leggendo e mangiando e ascoltando al momento della composizione. Per me credo sia una sorta di sottoprodotto della vita. Ma anche io non so davvero se la musica che faccio abbia un genere specifico, è più unificato dal modo in cui lo faccio. È una sorta di processo di collage: lentamente riattacco le cose insieme.”

Anche perché sappiamo che non sei solo un musicista: nel tuo animo si mescolano antropologia, biologia, etnomusicologia e la musica classica tedesca. Spiegaci un po’ com’è la tua anima.

Una persona dovrebbe prendersi anni per rispondere a questa domanda, davvero.

Beh, amavo studiare l’antropologia e penso sia una delle branchie delle scienze sociali di cui tenere più conto poiché niente è fuori dello scopo relativo. Le domande che può fare e le risposte che può trovare questa scienza penso che possano essere radicali e cambiare la prospettiva sul mondo. Poi mio padre e mio fratello sono entrambi biologi, mio padre in una scuola naturalistica più vecchio stile, così ho passato un sacco di tempo all’aperto identificando gli uccelli e le piante e credo che questo abbia segnato me e la mia strada molto profondamente. Mia madre insegna canto armonico mongolo e aveva una vasta collezione di dischi etnici, così sono stato esposto ad un sacco di diversi tipi di musica anche in età molto giovane. Lei ha anche lavorato con il pioniere tedesco di musica elettronica Karlhenst Stockhausen, così è stata impegnata in un sacco di quella musica sperimentale. Quindi credo che in qualche modo se mettete insieme tutte queste cose in un diagramma di Venn, probabilmente potreste trovare una piccola immagine di me che fluttua nel mezzo.

E da queste influenze è dovuta anche l’ispirazione per i tuoi testi?

L’ispirazione è di tutti i tipi, davvero: alcuni temi antropologici, o altri riguardo libri che ho letto, un sacco di poesia di vario genere. Amo le sciocchezze, l’assurdità e il surrealismo, inoltre parlo spesso anche di ecologia e biologia. Qualsiasi immagine che si apre nella testa, sul serio.”

Che poi guardando i tuoi video musicali usciti in anteprima per quest’album capiamo il lato della biologia, di tuo padre e del tempo passato all’aria aperta. In “Wriggle”, quarto estratto, vediamo girasoli danzanti, navi combattere contro le onde spumose, i pesci andare e venire, un uccello un po’ malconcio che viene mangiato da un mostro marino. E tutto in un solo video! Quindi, scusami, ma la prossima riflessione mi sorge spontanea mettendo in relazione i tuoi brani e i video realizzati da Danby e i Wallace ma…il tuo album potrebbe essere (spero senza offesa) la soundtrack per un moderno “Fantasia” della Disney. Trasmette spensieratezza e profondità d’animo al tempo stesso. Come se il sequel di quel cartone potesse essere disegnato da Tim Burton e il tutto accompagnato dalle tue musiche. Una cupa ironia, una risata gioiosa dentro una stanza buia nel pieno della notte. Oppure per un un’evoluzione cartoon di Wes Anderson. Che te ne pare?

Suona bene, mi piaceva “Fantasia”. Ho pensato che fosse un ottimo modo per un sacco di gente per ascoltare della ottima musica classica che altrimenti potrebbe non avere mai sentito. Inoltre mi piacciono i film di Wes Anderson.”

Si può dire che questo lavoro fatto di pesci fantastici e da una natura inverosimile (come si vede nei video di “Wriggle” e “Come Along”) sia anche frutto del lavoro in collaborazione con Louie Schwartzberg per la soundtrack della serie naturalistica “Moving Art” firmata Netflix? Oppure dalla collaborazione con Bernie Krause? O ancora dalla collaborazione con la natura stessa che hai campionato?

Non è la diretta conseguenza del lavoro fatto con Schwartzberg anche perché a questo progetto ci stavo già lavorando prima di iniziare la collaborazione con lui. Ma è stato il motivo per cui sono entrato in contatto con Bernie Krause: mentre stavo lavorando ad un progetto sull’estinzione e sui suoni in pericolo, mi è stato commissionato di fare musica sui suoni di una barriera corallina per un evento al Museo di storia naturale di Londra e così mi sono servito anche dei suoi archivi.”

Un’altra collaborazione che hai incontrato lungo la strada per la realizzazione di quest’album è stata quella con Matthew Herbert, già produttore di Bjork nonché grande innovatore della scena elettronica. Com’è stato lavorare con lui?

Lavorare con lui è stato grandioso, ma è stato soprattutto nell’ultimo paio di settimane prima di finire il disco che abbiamo davvero lavorato insieme. Ho trascorso un po’ di tempo nel suo studio a mixare i pezzi cercando di ottenere il meglio che si potesse dai suoni. E lui ha ottenuto veramente quel ‘meglio’.”

Ci sono veramente tante tracce in quest’album per parlarne con calma ed analizzarle tutte una ad una, però una delle tracce che colpisce di più del disco, dopo “Birthday Suit”, è “Hocking”, una festa: mi parli del finale che hai dato al disco con quest’ultimo brano?

Volevo che il disco finisse con un po’ di caos, un bel modo per terminare il tutto, per costruire qualcosa di intricato e poi farlo andare giù, verso il basso e distruggerlo.”

Passerai in l’Italia per le tre date di Roma, Milano e Bologna: cosa ci dobbiamo e cosa NON ci dobbiamo aspettare dai tuoi live?

Oh, non sono sicuro. Suonerò un po’ di canzoni dell’album e farò delle improvvisazioni sperando che il pubblico canti e, in generale, cercare di divertirsi un po’!”

Chiara Bustreo

Mi piace il profumo della polvere del caffè e mi fanno paura i temporali e le galline. Un giorno mi piacerebbe diventare una sirena.

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