Italia, scusami per averti ignorata: intervista ai Wild Nothing

by Birth

Dopo mille peripezie, e-mail, incidenti e bidoni vari sono riuscita ad arrivare in Santeria, a Milano, per vedere dal vivo dopo ben 7 anni di assenza quegli amorini dei Wild Nothing e ad intervistare Jack Tatum.

Mi conducono tra intricati vicoli color bianco ospedale per raggiungere la stanza, dove si trovavano i nostri eroi con tanto di managers vari e un sacco di altra gente tutta concentrata su monitors. Al mio arrivo Jack si alza, sorride e si presenta (come se non lo conoscessi) con una cordialità infinita. Ci accomodiamo nella guest room e parliamo del più e del meno – come fosse stato il viaggio e del loro ritorno in Italia dopo tanti anni. Lui mi racconta di non essere mai stato a Milano e di essere molto curioso e contento di rivedere la fanbase italiana, definendola “strong although our long absence”.

Non vi preoccupate amici, gli ho fatto il mazzo dicendo di non permettersi mai più di ignorare l’Italia nei prossimi tours. Lui ha detto che si faranno perdonare e quindi non ci resta che attendere. Veniamo alle cose importanti, ovvero alle cosine che ci siamo raccontati nei fulminei 45 minuti di intervista.

Si ringrazia Oriana Spadaro per le belle foto del concerto!

  • Wild Nothing in concerto a Milano foto di Oriana Spadaro

B: Eccoci catapultati nel 2019. Sono passati ben dieci anni dalla fondazione del tuo progetto solista, Wild Nothing, come ti senti? Ma soprattutto, ci saranno delle sorprese per i fan, tours o un release di B-Sides, in vista del 10 anniversario? 

J: Assolutamente sì, per ora non abbiamo ancora definito nulla, ma sicuramente faremo qualcosa per celebrare questo traguardo. Abbiamo un sacco di singoli ancora da rilasciare, che magari sono vecchi di anni, ma che non abbiamo inglobato in nessun album perché, semplicemente, non c’entravano nulla. E poi, beh, cavolo… Mi fa stranissimo pensare che dieci anni siano passati così in fretta, mi sento quasi vecchio. [ride] Ne abbiamo fatta di strada, sono cambiate moltissime cose, a partire da me stesso e dagli altri membri della band. Ora siamo più stabili, sai, più “saggi”.

B: Beh, sai già che ora dovrai tornare in Italia, nell’ipotesi di un tour. A proposito, com’è l’audience italiana in base alle vecchie esperienze? 

J: Senz’altro, mi piace il vostro Paese e sarei molto felice di tornare! Conservo un bel ricordo del pubblico italiano, siete molto… di cuore, ecco. E per stasera, come per le altre due date, non mi aspetto nulla. Prendo le come come vengono, sarò contento di aggiungere queste esperienze al mio bagaglio e ne trarrò beneficio in ogni caso. Sono fiducioso, però. Sento che saranno delle belle serate.

B: Ottimo! Ora raccontami un po’ del vostro ultimo album, “Indigo“. Molti critici lo etichettano come “the most intimate vision”, ti ritrovi? E poi, ascoltandolo, ho sentito come se fossi tornata indietro di 30 anni, back in the 80s. Come mai questa scelta?

J: Beh, sì è molto personale questo album. Sono molto cresciuto, sia artisticamente che mentalmente, da una parte attraverso la sperimentazione e dall’altra con il matrimonio. Soprattutto attraverso quest’ultimo ho imparato molto, l’abituarsi alle necessità dell’altro; assumersi grandi responsabilità e convivere condividendo tutto sono fondamentalmente ciò che mi ha ispirato di più nella mise en place dell’album. Poi ti rivelerò un segreto, pian piano, ho iniziato a trovarci significati formulati dal mio stesso inconscio.

Per gli anni ’80 che ti posso dire? Li adoro, sono loro figlio e mi hanno influenzato moltissimo. Inoltre ho notato un ritorno di fiamma di questo periodo, vedi i White Lies e altri artisti del calibro. Ovviamente cerco di creare ogni volta una canzone che mischi e renda unico ciò che faccio, basandomi su artisti come The Cure, Kate Bush o bands provenienti dalla scena underground – voglio sempre una cosa che possa essere riconducibile ad un’integrazione pop di tante band e soprattutto mettendo “chunks” di vari brani che ascolto o amo, cercando di mettere un po’ di “discomfort in pop music” che possa portare ad una riflessione.

B: Parlaci di Blue Wings, l’ultimo singolo. Curiosità, influenze o ispirazioni. Ma soprattutto c’è aria di nuovo album? 

J: Allora, premetto col dire che non c’è una ragione per la quale questo singolo sia uscito da solo, cioè non lo sentivo parte di un album in particolare. Quindi ho pensato di rilasciare il singolo, così nudo e crudo, perché non voglio forzare o costringere le canzoni in certi album. Ora, crescendo e invecchiando nella scena musicale, ho accettato questo fatto che vede anche il release di brani che stiano in piedi da soli e soprattutto che, guardando indietro, mi portino ad una presa di coscienza più forte su quanto e come io sia cambiato.

Non mi vengono in mente nomi in particolari di bands o cantanti che mi hanno ispirato, però prendo un sacco di note mentali quando ascolto qualcosa di nuovo. Ora come ora sto ascoltando un sacco di musica brasiliana, tipo folkloristica, e giapponese. Nemmeno io so perché.

Per il nuovo album, beh, non posso dirti molto – “secret ya know” – però non dovrete aspettare a lungo.

(Sì, raga, ha risposto a metà alla domanda, vabbè)

(Si disquisiva, non so perché, sull’album di Alva Noto featuring Sakamoto per poi finire sull’argomento musica elettronica)
B: Hai mai preso in considerazione la sperimentazione con la musica elettronica? O aggiungere nuovi elementi che possano creare nuovi sound?

J: Beh, sì, ci ho riflettuto e mi piacerebbe molto. Infatti, già qualche canzone nell’ultimo album vede l’uso di qualche synth, però mi rendo conto che non si arriva ad una vera e propria sperimentazione. Mi piacerebbe molto giocare sull’ambient, un po’ come Basinski o Sakamoto – sarò molto contento nel muovermi su questo terreno. Vedremo, vedremo.

B: Okay, ma ora basta cose serie. Ho da chiederti una cosuccia, chi è Reya? (Ultima canzone di “Nocturne“)

J: E’ un personaggio proveniente da Solaris, niente di che. Me l’hanno chiesto in tanti, ma giuro che non abbia nessuna connessione nella mia vita reale. E’ l’unica canzone che ho mai dedicato ad un fictional character, però sai, Tarkovskij mi rubò il cuore con quel film. La canzone uscì da sé e credo non potessi farne una versione migliore [ride].

B: (Sclero su Tarkovskij) Ora ti farò una domanda che mi sorge spontanea sul vostro tour. Ci avete snobbati per sette anni, ma siete andati in posticini dimenticati da Dio in Cina e Indonesia. E poi, secondo te, perché l’Italia è sempre poco considerata nei tour europei di tanti grandi artisti? Che abbiamo fatto per meritarci questo? 

J: [Ride] Eh, devi capire che il tour europeo che, per esempio, vede Francia, UK e Germania alla fine consiste in un cerchio. Per arrivare in Italia bisogna scendere per poi tornar su, è un po’ scomodo.

Sì, okay, è una pessima scusa [ride]. E infatti, non mancheremo più per così tanto tempo in Italia.

Mentre per le altre date in posti strani, non so come funzioni bene questo meccanismo. Ho un manager che pensa a questo, ma effettvamente mi stai facendo pensare. [ride]

Ancora scusa, Italia.

B: Finalmente delle scuse, mi sento meglio. Ultima domandina. Wild Nothing, nome veramente molto indie. Da dove deriva? Cosa o chi ti ha ispirato? 

J: In realtà nemmeno io so come sia venuto. Avevo quest’idea di “endless nothingness” per definire che il mio concetto di musica può essere così vasto, da non fossilizzarsi su un certo stile, mood o genere. Mi piace sperimentare e poi, dieci anni fa, volevo proprio lasciare tutte le porte aperte. Un’idea più liquida di musica.

E così si conclude l’intervista con quel patatino (l’ho già detto che è un cutiepie?) di Jack Tatum. Non possiamo che ben sperare.

Stay tuned!

Birth

Cresciuta (male) a pane e Nirvana. Il mio obiettivo nella vita è quello di aver vissuto così tanti concerti, da poter reputare la mia stessa vita un concerto.

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