13 marzo 2020

“Il mio è un disco di profonda ricerca musicale, che non guarda le mode di adesso”: intervista a Francesca Michielin

Riuscire a spaziare fra molti generi. Trattare diverse tematiche. Avere almeno un featuring a canzone. Non cadere nel banale. Queste sono le prime impressioni che si hanno ascoltando FEAT (Stato di Natura), il nuovo album di Francesca Michielin. Il filo conduttore del disco è dato dai contrasti: si passa da momenti crossover rock ad altri reggae, senza dimenticare la trap, l'elettronica, il pop ed il cantautorato. Insomma, a leggerlo così sembra un esercizio di stile dalla difficile esecuzione. Eppure Francesca Michielin ci riesce agilmente, duettando fra gli altri con personalità come Elisa, Fabri Fibra Max Gazzè e Coma Cose, senza mai scadere nella forzatura. È un disco fluido, dal respiro internazionale. 

La raggiungo telefonicamente, come prevede la prassi delle interviste ai tempi del Coronavirus.

Ciao Francesca! Come stai? Come stai vivendo questa situazione di quarantena? In questo momento sei a Milano, dove ormai ti sei trasferita, o sei tornata a Bassano?
Ciao! Diciamo che mi trovo in una sorta di isolamento produttivo [ride]. Comunque no, sono a Milano, sarei stata un’incivile e un’irresponsabile a scappare da qui!
Le settimane precedenti a questa sono uscita solo per andare in sala prove e in Triennale a fare i due live set che abbiamo realizzato lì per lo streaming. Per il resto sono rimasta in casa a lavorare, e adesso cerco anche di studiare un po’.

Anche perché tu sei stata la prima a proporre un live in streaming a seguito degli annullamenti.
Sì, sì, esatto, sono stata la prima. Perché mi ritrovavo in una situazione di questo tipo: avevamo pensato di realizzare tre set tutti diversi, cioè arrangiati in modo diverso. Uno più elettronico, uno più cameristico (con archi, pianoforte, percussioni), un altro invece stile world music, quindi più multietnico e fra l’altro anche con i Selton e l’Orchestra di Piazza Vittorio. Questa era la mia idea, e ad ogni concerto avremmo presentato in anteprima un brano che sarebbe uscito a mezzanotte. Il primo si è svolto regolarmente al Rocket di Milano, dove abbiamo presentato Gange con Bruno Bellissimo. Invece per gli altri due… non volevo interrompere questo racconto, quindi abbiamo realizzato un set in diretta Facebook dalle Officine Meccaniche con i Coma Cose, un altro invece lo abbiamo realizzato con Fabri Fibra alla Triennale di Milano, trasmesso su Rai Play.

Dev’essere stato molto emozionante esserti esibita in un luogo così atipico come la Triennale di Milano.
Sì, sì… Sì è vero. Fra l’altro è stata una situazione bella a livello acustico, molto molto speciale, con la Triennale completamente vuota e rimbombante, è stato veramente emozionante. Ed è stato anche complesso inizialmente, perché non c’era il pubblico, però sapere che comunque ci sono delle persone da casa che ti seguono fa comunque piacere.

Alcuni artisti, come Ghemon, hanno deciso di posporre l’uscita dei loro album, tu no. Come mai?
Allora… un po’ per quello che ho detto prima, ovvero che avevo già iniziato questo racconto da un po’ di tempo: Cheyenne è uscita a metà Novembre. Poi in generale avevo realizzato questi tre set pensati proprio per creare una sorta di racconto del disco per quattro settimane, a alla quarta sarebbe uscito il singolo Stato di Natura insieme all’album. Questo racconto era pensato per essere tutto in divenire, interromperlo mi sarebbe sembrato strano. In più credo che in questo momento la musica abbia anche una funzione importante, perché tutto si è fermato (certo tante cose si riescono a riorganizzare, ma altre no), e perché giustamente non possiamo fisicamente stare assieme in molti. E la musica riesce ad avere una funzione importante anche a distanza, quella di farci sentire uniti, anche per non abbruttirci, direi. Perché comunque stare a casa, ascoltare musica, leggere libri, mantenersi attivi fa molto bene alla testa, fa bene al cuore… E poi comunque i miei fan aspettavano tanto questo momento, sarebbe stato brutto scomparire così. Quindi noi andiamo avanti, ovviamente con quello che si può fare, il resto lo si farà più in là: parlo magari di instore e quant’altro. Però quello che si può fare lo facciamo.

Parliamo un po’ dell’album Feat (Stato di Natura) che esce domani (oggi, 13 marzo 2020 ndr). Nella prima traccia ci sono chiari riferimenti a band come i Rage Against The Machine. Il fatto di averla voluta mettere in apertura del disco, oltre ad evidenziare la sua funzione di manifesto artistico , serve anche a scioccare l’ascoltatore, che magari non è abituato a queste sonorità da parte tua. Sei d’accordo?
[ride] Beh in realtà, quando ho deciso di scrivere questo brano, sentivo l’esigenza di riprendere un po’ le mie origini, perché io da piccola ho ascoltato tantissimo crossover, adoravo i Rage Against The Machine, gli Incubus... Ho sempre amato questo tipo di forma d’espressione che in qualche modo sa unire la potenza del rock con qualcosa di più recitativo, di più rappato. Io anche prima di iniziare questo lavoro avevo una band punk: ho sempre amato il rock, e anche a XFactor ho fatto tantissimo repertorio rock. Non dico che è la mia natura primordiale, però sicuramente è la cosa che mi diverte di più fare, quindi volevo riprendermi un po’ quell’aspetto. Soprattutto perché a livello italiano fare rock è molto difficile, perché comunque abbiamo una lingua molto “legnosa”. È tanto difficile fare rock con credibilità, e io ho approfittato di questa cosa perché volevo un manifesto che in qualche modo dettasse subito quali erano i temi per me fondamentali in questo contesto storico: il dono della parola e il dono dell’umanità, che è ciò che rende l’essere umano tale. Un percorso che possa riflettere su quanto siamo diventati aggressivi verbalmente. Soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione: non comunichiamo più in maniera aggregativa, ma in maniera dissociativa. Vogliamo sempre prevalere sull’altro, urlare più forte. È una cultura di individualismo fortissima quella che almeno io respiro come persona, prima ancora che come artista. E poi ho voluto riflettere sulla tematica della donna, che è un tema che chiaramente mi è molto caro, prendendo la prospettiva di quattro ragazzi giovani musicisti, ossia i Måneskin, e quella di Damiano, che comunque è un giovane uomo e in qualche modo può avere una prospettiva interessante in merito a questa tematica. Infatti il ritornello dice «Non è nella mia natura essere e fare…» queste cose.

È un messaggio molto forte e importante. In una realtà parallela, se avessi voluto presentare questo pezzo, dici che te lo avrebbero accettato a Sanremo?
Oddio, non lo so! Cioè dici proprio Stato di Natura?

Sì esatto, soprattutto per il testo. Quest’anno ci sono state (come praticamente sempre d’altronde) diverse polemiche ed è scoraggiante vedere come nel nostro Paese ci sia spesso un tipo di mentalità profondamente sbagliata. Se si sbaglia non si ammette l’errore ma si dice di essere stati fraintesi e travisati. È stato il caso, ad esempio, di Amadeus e delle sue infelici affermazioni. Tu cosa ne pensi?
Dunque, io credo che l’artista abbia un ruolo privilegiato nella comunicazione, perché l’esposizione dell’artista secondo me deve avvenire in primis con la musica e con quello che dice. Quando sono andata a Sanremo nel 2016 avevo 20 anni spaccati ed ero molto piccola, eppure ho parlato di «Nessun grado di separazione»: non una storia d’amore, ma proprio la questione della diversità e dell’uguaglianza tra le persone. Quindi sono molto legata a questo tema di uguaglianza da molto tempo. Comunque una risposta positiva che ho avuto la possibilità di dare con due mie colleghe - ovvero Levante e Maria Antonietta - è stata quella di andare sul palco e cantare in qualità di tre donne Si può dare di più, un brano che storicamente è interpretato da un trio maschile. Quindi questo credo che possa essere un segno positivo. Poi il bello di Stato di Natura è che comunque il femminismo è una questione di tutti, quindi in qualche modo anche il fatto che io parli di determinate situazioni concrete e che abbia coinvolto la prospettiva maschile tramite una band, i Måneskin, e di Damiano, è un segno positivo. Forse se avessi chiamato una donna a fare quella parte non sarebbe stato lo stesso. A livello di genere musicale, vedo molta apertura a Sanremo riguardo a testi e generi rispetto a quando lo guardavo da piccola. Anche il fatto che ci siano stati tanti artisti rap, tanti artisti che hanno portato dei testi impegnati… Soprattutto a livello di testi devo dire che ho visto delle cose molto interessanti, quindi da quel punto di vista non ho visto tabù, anzi.

Come è nato il concept dell’album? È stato tutto un divenire o avevi già in mente dall’inizio di coinvolgere così tanti altri artisti e fare un disco di featuring?
L’idea iniziale con cui sono andata in studio era quella di realizzare un progetto collettivo, proprio perché - per riagganciarmi al discorso di prima - in un’era di ego-referenzialità, il fatto di fare un disco collettivo che si basa sull’incontro era una cosa che volevo fare. Quando sono andata in studio non ho potuto dettare subito il concept, perché di solito io inizio a scrivere mossa da un’esigenza a cui non so dare un nome specifico e solo dopo, nel corso della scrittura e dei mesi, capisco qual è la situazione che sento, capisco qual è il tema del racconto e da lì posso andare verso una direzione più precisa. Diciamo che i concept sono sempre delle cose in divenire: mi è successo di provare a iniziare dei dischi con un concept pregresso, ma secondo me in questo caso diventa tutto molto sterile, perché comunque la comunicazione è fatta da immagini, e queste immagini devono avere una densità dentro, una storia, un’evoluzione, un passato da cui attingi. Se invece parli semplicemente di un tema da cui partire, rischi di non essere efficace. Secondo me le risposte sono tutte dentro di te, solo che serve del tempo dopo per dare un nome a queste cose che senti e che scrivi.

Direi che è la tua risposta è stata chiarissima. Tuttavia i più maliziosi là fuori potrebbero dire che è stata anche una scelta commerciale. Cosa vorresti dire a loro?
In realtà questo è un disco di profonda ricerca musicale, che non guarda le mode di adesso, soprattutto da un punto di vista sonoro, perché non è un’accozzaglia di nomi e basta. La struttura stessa dei duetti è insolita. Ho fatto tante collaborazioni nella mia vita in progetti altrui: di solito ti affidano un ritornello, una strofa… È una cosa fatta non dico alla “Frankenstein", ma comunque in modo molto schematico, mentre nel mio progetto non c’è questa componente. In questo disco c’è una ricerca e una sperimentazione che non si possono fare senza sentimento. Anche perché ho fatto cantare Elisa con l’autotune, ho fatto fare a Fibra il gospel, e Shiva si è messo fare canzoni alla Top of the Pops 2003. C’è una ricerca sonora molto forte di sintesi fra passato e presente. Io stessa ho “rappato” di più, ho cambiato molto tecnica vocale: ci sono brani che attingono dal jazz, brani che attingono addirittura dal growl e dal metal come Stato di Natura, quindi è un lavoro molto maturo rispetto ai miei lavori passati, in termini sia di di contenuti che di estetica musicale. Commercialmente è molto sperimentale. E di solito sperimentazione e commerciale non è che vadano tanto d’accordo [ride]. Ma forse l’obiettivo di un artista è rendere più fruibile anche le cose più complesse e sperimentali. È stato veramente un lavoraccio, perché è un disco molto ambizioso, che ha richiesto tanto tempo.

È un disco che coinvolge non solo tantissimi mood e universi musicali molto distanti fra loro, ma tratta anche tantissime tematiche, come tu stessa hai ribadito qualche giorno fa sui social. Ho notato però che di questo post, ciò che è stato più riportato dalla stampa e dalle radio nazionali (come Radio Italia) è stata la tua frase: "fidanzati che diventano famosi e non ti cagano più di striscio".
[ride]

Ho immediatamente pensato al testo di Monolocale. Non voglio entrare nel privato, ma questa canzone ha riferimenti autobiografici o è semplicemente una storia che volevi raccontare?
Questo brano è il primo che ho scritto per questo progetto, l’ho scritto più di due anni e mezzo fa quando mi sono trasferita a Milano e sono andata a vivere in un monolocale. Quindi nel passare dalla natura più ruspante a un monolocale milanese, la cosa che per me salta subito all’occhio è quanto sia sintetico il tutto, sia da un punto di vista materiale che di relazioni. E in questo brano ho voluto giocare con questo gioco di prospettiva, mettendomi nei panni di un ipotetico ragazzo che vede me diventare famosa. Poi ovviamente l’ho fatto al femminile, quindi facendo finta che quello famoso fosse lui. Perché solitamente nei brani gli artisti parlano in prima persona del fatto che “sono diventato famoso, non frequento più il quartiere, blablabla”. Invece mi piaceva provare a mettermi nei panni di una persona che vede da fuori l’evoluzione di chi gli sta accanto: in realtà è un gioco di prospettiva in cui Fibra c’ha volato di brutto, perché anche lui arriva dalla provincia, quindi anche lui ha affrontato questo tipo di situazioni. In realtà è un modo per provare a mettersi nei panni dell’altro. Credo che tutti gli artisti, anche nei brani d’amore più spassionati, non sempre inseriscano un’esperienza personale concreta, mettono insieme tante cose, tante prospettive diverse.

 

Riguardo sempre a Monolocale, non ho potuto fare a meno di notare che lo special di questo brano sia una citazione di Under The Bridge dei Red Hot Chili Peppers. Confermi?
Siiiii! Grazie!! Che bello, qualcuno che lo noti!
Sì, ci sono tante citazioni, non in senso di plagio chiaramente, ma come mood assolutamente sì!

So che loro sono la tua band preferita. Felice per il ritorno di Frusciante?
Sì guarda è incredibile, perché soprattutto nello special di Monolocale c’è questa citazione al mood di Frusciante: dalle cose più recenti come Slow Cheetah a Pretty Little Ditty, Scar Tissue e ovviamente Under The Bridge. Non avrei mai potuto pensare che nel 2020 si sarebbero riuniti, quindi devo dire che questo brano è stato profetico. Io ho già preso i biglietti per la reunion a Firenze il 13 giugno! Sono gasatissima, quando ho letto la notizia ho pianto e ho chiamato mio fratello, c’è stato questo momento di panico! [ride]

A proposito di star internazionali, tu sei già riuscita nell’impresa straordinaria di comparire in una colonna sonora hollywoodiana (quella di The Amazing Spider-Man 2) con il brano Amazing. Recentemente hai anche scritto la colonna sonora del cortometraggio A cup of coffee with Marilyn in cui recita Miriam Leone. Sogni un giorno di arrivare magari a comporre tu stessa una colonna sonora per un film?
Sì! È chiaramente il mio sogno. Ho fatto questa prima prova, per quanto fosse comunque un corto, di realizzare tutta una colonna sonora di un film, e questa è stata già una palestra per me. Diciamo che in generale io amo il mondo dell’orchestrazione, dell’arrangiamento e soprattutto adoro proprio la scrittura per il cinema perché l’ho anche studiata in Conservatorio, ho fatto un corso e anche diverse masterclass, perché è una cosa che mi piace molto. Forse è una delle forme d’arte più complesse: è davvero tanto difficile scrivere per film, serve molta pratica e purtroppo non è che uno ha tutti giorni un film per cui comporre. Però sì, spero che rimanga sempre quest’opportunità di scrivere ancora per il cinema, perché mi piace molto.

Fra tutti i duetti dell’album, se ne dovessi scegliere uno, qual è quello che più ti è rimasto nel cuore durante le registrazioni?
È difficile dirlo, oddio… Sicuramente per il senso del brano stesso direi Sposerò un Albero. Non so, forse perché è quello che esprime più la libertà, in tutti i sensi. C’è questa forma di amore, in chiave di speranza, in chiave ecologica. E penso che sarà il brano che mi divertirà di più suonare dal vivo.

Tu sei una delle poche vincitrici di XFactor ad aver lasciato effettivamente il segno nella musica italiana. Ovviamente immagino che sarai sempre grata a questo talent, ma cosa ne pensi dell’ultima edizione, che non è stata esattamente un successo, per usare un eufemismo?
Per me XFactor è stato un luogo fondamentale. Non tanto per la popolarità, perché uno se la deve comunque sudare. Quella per me rimane una palestra, non un trampolino di lancio. Anche perché internamente al talent, l’artista ha la possibilità di studiare un sacco con professionisti, con vocal coach. Ricordo questa lezione di Morgan su Satie… Può succedere di tutto: sei in contatto con un sacco di artisti e professionisti e questa cosa ti dà l’opportunità di fare una palestra incredibile, come se fosse un campus. Ovviamente è uno show che ha tanti anni e ha saputo rinnovarsi sempre e la cosa che è giusto dire è che comunque è forse quello che mantiene l’aspetto più internazionale fra i programmi televisivi italiani: questa cosa è un dato di fatto. Poi come tutte le cose ha bisogno di rinnovarsi e si rinnova sempre. Sono sicura che in futuro sapranno stupirci. Sono molto fiduciosa, perché conosco anche il team di lavoro e sono tutte persone molto molto in gamba.

Per concludere, hai un messaggio che vorresti lanciare ai nostri lettori - sia riguardo al tuo album che a questa situazione di emergenza che stiamo vivendo tutti?
Innanzitutto complimenti, perché mi piace molto la vostra webzine, la stavo leggendo anche prima.
Comunque sicuramente quello che posso dire è che in questo momento dobbiamo un po’ stringere i denti, perché quello che stiamo facendo, lo stiamo facendo per gli altri ma anche per noi stessi. Forse è una prova di umanità e di altruismo che siamo tutti portati a fare. È davvero, davvero importante pensare alla cosa come a una missione che stiamo compiendo tutti assieme, per quanto distanti fisicamente. Con la mia musica cercherò di farvi compagnia in modo da mantenere la mente occupata anche in altre cose. E spero di vedervi tutti, quando tutto sarà finito, al Carroponte il 20 settembre, dove faremo una super festa!