Il misticismo incantatore di Black Snake Moan

by Silvia Rizzetto

È stato un incontro non casuale, mi è stato presentato con parole scarne ma esemplificative da un’asciutta newsletter entusiasta. Confesso di essere rimasta quasi in estasi durante la sua esibizione all’Home Festival del 2018, sembrava un santone naturalizzato in India pronto a benedire il pubblico con il suo sguardo mite e la sua chitarra pungente. Uno dei film che ha segnato la mia giovinezza è stato Easy Rider, avevo un’ansiosa necessità di rivivere a modo mio e con più razionalità (stavo scrivendo un articolone per Noisyroad in compagnia di Chiara Bustreo) le atmosfere lisergiche di quegli anni. Ho rivisto in chiave personale la scena del cimitero, con il deserto della pioggia torrenziale di fine agosto che scacciava via chiunque, tranne noi reporter e i fedeli apostoli di lui, che da qualche anno a questa parte si fa chiamare Black Snake Moan, come il crudo film in cui recita Samuel L. Jackson.

In realtà costui è italianissimo e parla l’inglese così fluentemente che sembra nativo della Louisiana. Una persona più unica che rara nel Bel Paese, dove si scrivono tanti articoli sui cervelli in fuga. Ma invece Marco Contestabile – questo è il suo nome da laico – ha deciso di rimanere nella sua Tarquinia e di ricostruire una sorgente di blues e rock psichedelico dal tipico suono cavernoso e riecheggiante di fine anni Sessanta, raschiato come il lavoro della puntina che segue traballante i solchi di un ondeggiante LP. Una preghiera sconsacrata alla Doors, un piede che preme su una grancassa rintronante, musica impetuosa che fa scuotere il suolo: seguiamo le sue onde sonore, ma restiamo placidi ad ascoltarle come degli indiani alla conquista di una diligenza. È una musica che ci apre i chakra, è un risveglio spirituale nel quale apprendiamo segreti millenari, diveniamo un tutt’uno con Madre Natura, veniamo nutriti da essa tramite un invisibile cordone ombelicale. La cerimonia officiata da questa one man band a tratti folkloristica a tratti atipicamente italica è tutta sperimentale, ma prosegue filata in un percorso ben chiaro, segnato da immagini mentali che cambiano con il progredire della musica.

Un serpente striscia lentamente nel deserto, ci ipnotizza con la sua lingua biforcuta, veniamo morsi, non ci inietta veleno ma degli acidi. È come se il cielo si sposasse con la terra. Improvvisamente ci ritroviamo in una carovana che avanza tra l’immensità rossastra, poi seduti davanti ad un falò con un bicchiere di whisky che ci scalda le ossa, mentre un vecchio ci canta le vecchie storie d’amore del suo villaggio natale. Il sussurrare di Black Snake Moan ci culla e ci dà tregua; seguirà un’altra giornata di peregrinazione. Questo è ciò che potrebbe evocarvi Spiritual Awakening, debut album del 2017.

Ognuno di noi, nel proprio percorso, ha un ossessione da sfamare. La mia è la ricerca costante di lasciare un messaggio, sviluppare il mio linguaggio,  proiettare il mio immaginario. Suono ciò che sono e sono ciò che suono.

Il suo estro ci propone nuovi ambienti (e una strumentazione arricchita) in Phantasmagoria del 2019. Il titolo dice tutto, è un collage di sensazioni esotiche stimolate dalle corde del sitar, strumento classico per gli indiani ma rivoluzionario per gli occidentali degli anni Sessanta. È un elemento salvifico, il suo suono delicato rende un po’ magica un po’ colta l’atmosfera. Anche la chitarra non è timida e gioca a camuffarsi nella giungla di Sandokan con effetti speciali alla Yanez, non riesce a nascondere le sue origini europee e rockettare con le sue pennate. Nelle sue divagazioni, Black Snake Moan non si dispensa di solleticare le nostre orecchie con la sua voce baritonale. In questo secondo album è riconfermata la struttura partitica dell’artista, e il suo porsi al pubblico con canzoni monologhi molto simili alle esibizioni sensuali e maledette di Jim Morrison.

“Marco Contestabile sa di essere in grado di dialogare con l’anima dei suoi ascoltatori?”. Questa è la domanda che mi sono posta, un po’ spiritosamente, ogni volta che ascoltavo i suoi dischi. Sono andata a chiederglielo direttamente, non senza rivolgergli le mie curiosità sulla sua carriera.

Black Snake Moan è un nome d’arte, è una persona dietro alla quale si celano più strumenti: questa molteplicità che sta dietro alla tua persona è la tua maschera o il tuo punto di forza?

Black Snake Moan è una visione di Marco Contestabile, uno specchio creativo, è il riflesso di ciò che sono. Sicuramente è un punto di forza o semplicemente rappresenta il mio lato artistico, il mio linguaggio.

Suonare in solitaria rende più intimo il rapporto con il pubblico, ma è anche più difficile perché gli occhi della gente sono tutti puntati su di te. Come gestisci i tuoi live? Hai mai riscontrato delle differenze tra il pubblico italiano e quello straniero?

Suonare in solitaria è sicuramente più intimo, si crea una connessione con il pubblico molto intensa, una partecipazione profonda e spesso ipnotica. Mi piace descrivere i miei live come un’esperienza, un flusso di coscienza, un concerto rock a tratti riflessivo e psichedelico.  Sicuramente ho riscontrato delle differenze con il pubblico straniero, più partecipe e coinvolto ma principalmente affamato e curioso, ma non posso lamentarmi anche con il pubblico italiano. Principalmente è sempre un’incognita, non è sempre così, dipende dalla serata. Fortunatamente c’è sempre uno scambio molto intenso e piacevole.

Tutti ti danno dell’americano, potresti essere il classico cervello in fuga, eppure sei rimasto nella tua Tarquinia. Quali sono i motivi che ti spingono a restare in Italia?

Sono “rimasto nella mia Tarquinia” perché in questo momento sto costruendo la mia vita e la mia progettualità artistica, non sento il bisogno di trasferirmi, almeno per ora, stando sempre in tour per l’Italia e l’Europa. Trovare un po’ di pace nel proprio paese oltre che essere rilassante è anche stimolante al ritorno.

In Phantasmagoria hai approfondito una delle influenze chiave del rock psichedelico, quella indiana. Oltre a questa aggiunta al tuo stile, cosa è cambiato da Spiritual Awakening?

Il primo album è molto più focalizzato sul Blues ma con un accenno di Psichedelia, è scarno e molto istintivo, è stata una sfida molto stimolante che mi ha dato tanta soddisfazione ed energia per intraprendere il lavoro per il nuovo album Phantasmagoria che rappresenta una fotografia di un presente molto più evocativo e mantrico; ho imbracciato nuovi strumenti che mi hanno veramente dato tanta ispirazione: il suono della tampura, la tastiera, la chitarra sitar e soprattutto la dodici corde, sono stati strumenti determinanti per il mio percorso creativo. Gli ascolti sono cambiati ed in un certo senso evoluti, anch’io sono in costante mutamento e ne sono felice. Principalmente è cambiato il modo di lavorare su un album e di esprimere determinate sensazioni.

Una volta il tuo amico e collega Andrea di Weird Bloom mi ha detto che noi italiani non siamo più abituati al suono del rock psichedelico. È proprio così, secondo te?

Andrea in parte ha ragione. “Noi italiani” non siamo abituati a queste sonorità, almeno come ascolto popolare, anche perché nel resto del mondo la psichedelia è una sfumatura del pop o del rock fino ad arrivare al mondo underground. Paradossalmente non capisco molto perché non ci sia una affermazione più decisa della scena psichedelica italiana, ci sono tante band veramente interessanti e valide. Staremo a vedere.

Il Blues è ormai considerato come qualcosa di vecchio, dunque scomodo per essere riproposto ai giovani, eppure ha un ritmo ineguagliabile, è passione, è storia. Di ai lettori di Noisyroad un buon motivo per avvicinarsi a questo genere!

Il Blues diciamo che è una vera e propria attitudine, è storia, è come “la chiamata del Signore”. Sinceramente non mi sento così appartenente solo a questo genere. Personalmente il Blues mi ha colpito subito, mi ha rapito e mi ha aperto gli occhi su molte cose, lo sento in ogni gruppo che ascolto. Posso dire ai lettori di Noisyroad di ascoltare un po’ di Delta Blues, quello “più vecchio”, quello più misterioso. Perché nel Blues c’è la Psichedelia, la musica etnica, il Rock’n’roll e anche il pop e molto altro: è una esperienza da fare.

Ti direi scherzosamente che sei come un santone in grado di dialogare con l’anima dei tuoi ascoltatori. Ti sei mai reso conto di questa tua dote? Qual è la prima cosa che pensi quando componi?

Sinceramente non credevo di avere questi poteri e di sentirmi un santone, mi piace questa cosa! Grazie mille, mi fa molto piacere ricevere questi complimenti. Quando compongo mi sento molto libero; per me è una vera e propria urgenza scrivere, suonare con il mio linguaggio, vorrei tanto elevare l’ascoltatore, trascinarlo in altre dimensioni, personali ed uniche.

 

Silvia Rizzetto

Uno sfortunato insieme di atomi amante del passato, dei cimiteri e del Romanticismo.

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