Donne guerriere, Tina Turner e musica elettronica: intervista alle Jagara

by Alessia Nosari

Tra la lista delle band scoperte per caso ma di cui ora non posso fare a meno, ci sono loro: le Jagara. Dietro a questo esotico nome ci sono Cat, Ruth e Jane, tre sorelle di Londra che qualche anno fa hanno dato vita a questo progetto musicale a conduzione familiare.La loro musica è caratterizzata da una vena anni ’80 e sonorità elettroniche magnetiche, mescolano elementi diversi per creare un genere fluido e difficilmente etichettabile.

Tra luci al neon, scritte in giapponese, outfit anni ’90 e synth accattivanti, le Jagara mi hanno conquistata fin dal primo ascolto. Mi sono sempre chiesta in che modo ottenessero quel sound retrò ma fresco al tempo stesso che le rende così innovative e cool. Sono rimasta talmente tanto affascinata dal loro essere donne, sorelle e musiciste che non vedevo l’ora di incontrarle per un’intervista. In un ristorante di Londra, Ruth e Jane (Cat era malata, sigh) mi hanno parlato delle immense soddisfazioni a livello musicale, di quanto l’amicizia sia fondamentale ai fini del loro progetto, di Tina Turner, di uomini muscolosi, di donne guerriere e dei loro obbiettivi futuri.

Partiamo dal vostro nome, Jagara. Ha un significato particolare?

Ruth: non volevamo usare il nostro cognome, non è interessante. Quando stavamo pensando ad un nome per la band, ci siamo ricordate di un anime chiamato Thundercats che guardavamo una volta. C’è questo personaggio di nome Jagara che è una fantastica donna guerriera completamente fuori di testa, ma davvero cazzuta. Siamo sempre state ispirate da forti figure femminili. Ci piaceva come suonava il nome e, in più, ad un certo punto il personaggio uccide la sua sorella gemella. Abbiamo pensato “questo è un segno!” [ndr, Ruth e Cat sono gemelle].
Di solito quando pensi ad un nome per una band, ogni parola sembra ridicola, ma in questo caso eravamo tutte d’accordo: dovevamo chiamarci così!

Quando avete iniziato a lavorare seriamente a questo progetto?

Jane: è difficile pensare con precisione ad una data. Essendo cresciute insieme, cantiamo e suoniamo da sempre anche se ascoltiamo generi differenti. Forse negli ultimi tre anni siamo diventate quello che siamo ora. Abbiamo esplorato il mondo della produzione e Ruth è anche una dj, quindi ci siamo avvicinate all’elettronica. Prima scrivevamo musica diversa, ma non ci sembrava la direzione giusta per noi. Abbiamo dovuto sperimentare parecchio: nessuna di noi è una batterista, quindi abbiamo iniziato a giocare con la batteria elettronica e la gamma di suoni disponibili, cercando quelli giusti per il nostro sound. È un processo ancora in corso, però.

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Come descrivereste il vostro processo creativo?

Jane: di solito facciamo delle demo e poi Ruth si occupa della produzione con Logic. Produrre oggi è molto più veloce: se hai un’idea, la metti direttamente in un programma di musica al computer ed è fatta.

Ruth: a volte ci troviamo nella stessa stanza a cantare e siamo tutte davanti ad un computer. Condividiamo materiale, tipo “hey, ce l’hai questo pezzo?”. Magari il processo non è proprio omogeneo perché scriviamo parti diverse per poi metterle insieme, ma per noi funziona così. Usiamo anche molteplici formati durante la fase di scrittura. Per esempio, se ci viene un’idea per una linea di basso, la registriamo sul cellulare e poi l’ascoltiamo mentre camminiamo o mentre siamo in un ambiente diverso. Passare troppo tempo in una stanza non è l’ideale per scrivere. Ci piace sperimentare metodi differenti per rendere le cose più interessanti.

Al momento avete rilasciato 4 singoli: “Let Me Go”, “Real Love”, “Twice” e la vostra versione di “Retrograde” di James Blake. State lavorando ad un debut album per caso?

Ruth: l’idea è quella ed è anche il motivo per cui scriviamo così tanto ora. Nutriamo rispetto per chi scrive album, perché c’è così tanto a cui pensare. Vogliamo prendere tutto quello che ci è sempre stato a cuore e metterlo in un unico album.

Jane: pubblicare un singolo è grandioso, ma fare un tour con il proprio album sarebbe un sogno che si avvera. Ci siamo quasi, ci stiamo lavorando e sentiamo che il nostro sound sta prendendo forma.

Ruth: penso che la parte più difficile sia scegliere cosa tenere e cosa scartare in un album. Sappiamo quali sono le nostre canzoni preferite ora…e l’ultima che scrivi è sempre la migliore! Ma ci sono canzoni che abbiamo scritto 6 anni fa di cui non siamo più tanto sicure, ad esempio. Quando arriveremo a quella fase ci sarà da divertirsi!

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La vostra musica mi ha colpita fin da subito perché sembra uscita dagli anni ’80, ma ha un che di fresco e innovativo. Ne siete consapevoli? E come lavorate per ottenere questo sound?

Jane: sì, ne siamo consapevoli. Una grande fonte di ispirazione per noi è stata la colonna sonora del film Drive. Abbiamo adorato quei suoni giganti ed è lì che volevamo arrivare. Questo tipo di musica può essere rischiosa: vogliamo che il nostro sound ricordi gli anni ’80, ma senza essere un revival. Vogliamo aggiungerci qualcosa di fresco. Quando scriviamo ci lasciamo ispirare dai film o dalle serie tv. Per “Let Me Go”, ad esempio, abbiamo preso ispirazione da Deutschland 83 per la sua fantastica colonna sonora molto stile Joy Division e Cure. In generale, adoriamo la musica anni ’80 e artisti come Kate Bush, Michael Jackson, Tina Turner.

Ruth: non sono solo guilty pleasures…”Private Dancer” è una canzone spettacolare! Per un po’ abbiamo tentato di negarlo, della serie “sii cool, vestiti solo di nero e non parlare con nessuno”. Ma non ha funzionato! Essendo una band di sorelle, non riusciamo proprio ad essere persone introverse e minimal. Amiamo il pop e rispettiamo le grandi star della musica.

Per quanto riguarda la produzione, so che avete lavorato con il produttore Charlie Hugall che ha messo la firma ai lavori di Florence and the Machine, Crystal Fighters e Kaiser Chiefs. Avete mai pensato di autoprodurvi in futuro?

Jane: abbiamo lavorato con Charlie per un po’. Con lui abbiamo fatto “Let Me Go”. Ora lavoriamo con Jamie Verney, un nostro amico.

Ruth: avere un amico con noi ci permette di sperimentare più a lungo. Non penso che ora siamo il momento giusto per auto-produrci. Potremmo farlo, ma quando si lavora ad un proprio progetto si ha bisogno di un punto di vista esterno.

Jane: anche in termini di creatività, è bello avere qualcuno con cui condividere le idee che non sia un membro della band o della famiglia.

Ruth: Forse fra 5 anni produrremo il nostro album, sarebbe fantastico! Ma per ora no. Sarebbe una figata avere uno studio tutto nostro, però!

Qual è stato il momento più saliente fino ad ora per quanto riguarda tour e concerti?

Ruth: suonare all’O2 Arena, cazzo! È successo un anno fa e siamo ben consapevoli che si è trattato di un concerto di apertura [ndr, hanno aperto due date del “Wild, Wild World” tour dei Bastille] ma…è stato incredibile! Ero così felice e onorata di essere lì. Abbiamo dovuto cambiare tutto il nostro live set per adattare il nostro sound alla location: doveva essere tutto più grande, più ballabile, più eccitante.

La sera precedente abbiamo suonato a Cardiff come riscaldamento. Il punto è che pure l’arena di Cardiff è fottutamente gigante! Ma la data all’O2 era sold out e se non avessimo avuto la sera prima come prova, saremmo morte là sopra. Ricordo che ero preoccupata di cadere perché era tutto completamente buio prima di salire sul palco e anche perché durante il soundcheck era inciampata su un cavo. Mi ricordo di aver pensato “cosa cazzo faccio se cado davanti a tutte persone?”. Alla fine, quando abbiamo iniziato a suonare, l’unico pensiero che avevo in testa era “questo è il momento migliore della mia vita!”.

Jane: prima di questo abbiamo fatto un mini tour nel Regno Unito e un’esibizione all’estero. Questo concerto è stato così divertente e soddisfacente. Non si può sprecare un momento come questo. Vogliamo suonare in locali grandi come l’O2, è il nostro obbiettivo. Quando fai esperienze del genere capisci che o è quello che vuoi fare o no. E per noi è quello che abbiamo sempre voluto fare.

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Nel video del singolo “Twice” si vedono uomini muscolosi, outfit anni ’90, un ring di boxe e un incredibile plot twist alla fine. Com’è nata l’idea?

Ruth: ci siamo divertite un mondo a girarlo. Il video parla dell’espressione di sé a prescindere dagli stereotipi. C’è un riferimento a Billy Elliott e a Footloose, con l’idea di macho come rappresentazione della mascolinità assoluta che viene smontata alla fine dal personaggio principale. Volevamo fare un video dance, ma aggiungendoci un filone narrativo.

Jane: è un giusto compromesso tra divertente e serio.

Ruth: inoltre, girare il video è stata un’idea ambiziosa perché il giorno prima delle riprese eravamo ancora alla ricerca di uomini muscolosi. Perché non conosciamo nessun amico con i muscoli? Alla fine ce l’abbiamo fatta e i ragazzi sono stati grandi!

Vi è mai capitato di conoscere qualcuno di famoso e stringere amicizia? Se sì, qual è stato l’incontro più piacevole?

Ruth: direi Catherine Marks [produttrice di Wolf Alice, Wombats, Foals]. Anche i Glass Animals: Cat li ha conosciuti al Coachella e il cantante [Dave Bayley] è un ragazzo eccezionale, sta lavorando con artisti rap, lo rispettiamo molto.

Jane: e Kyla La Grange. Siamo diventate amiche un paio di anni fa.

Ruth: è così bello quando incontri degli artisti che ti piacciono e sono anche persone fantastiche. Penso faccia parte del successo di un artista. Noi diciamo sempre: quante persone servono per formare una band? Non si tratta solo del gruppo, ma del team attorno ad esso. Ci sono tante belle persone nell’industria musicale…uno degli aspetti più emozionanti della nostra band è che la nostra musica ci ha fatto conoscere alcuni dei nostri migliori amici. Se avessimo fatto qualcos’altro, a questo punto la nostra vita non sarebbe così eccitante e piena di emozioni come lo è ora. Wow, mi sento come se stessi facendo un discorso per gli Oscar!

Qualche anticipazione sui vostri futuri progetti?

Jane: sicuramente scrivere un album, che potrebbe essere pronto alla fine dell’anno prossimo. Poi abbiamo in programma di girare nuovi video.

Ruth: e adoriamo l’Italia, ne siamo ossessionate…quindi ci piacerebbe suonare lì un giorno!

Alessia Nosari

Mi lamento sempre della musica alla radio, raccolgo i centesimi tra i cuscini del divano per andare ai concerti e sogno di lavorare come tour manager di Bon Iver. Nel frattempo scrivo, cerco, scopro, ascolto musica non-stop.

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