Lost in Blisstonia: intervista a Weird Bloom

by Alessia Nosari

Ci sono artisti, soprattutto emergenti e poco conosciuti, che una volta scoperti diventano una preziosa parte della mia routine musicale che conservo con particolare gelosia e orgoglio allo stesso tempo. Di solito sono artisti scovati per caso in una serie di coincidenze disarmanti o per merito di un amico fidato (in questo caso, un’amica fidatissima) che, casualmente, davanti ad un caffè, mi dice “dovresti proprio ascoltare questo, secondo me ti piace tantissimo”. È quello che è successo con Weird Bloom, nome del supercalifragilistico progetto musicale di Luca Di Cataldo. Trovo difficile descrivere l’artista di Roma a chi non l’ha mai visto (e ascoltato), ma posso dire che mi ha intrigato fin dal primo ascolto per la musica eccentrica e fin dal primo sguardo per lo stile essenzialmente weird. Dopo aver visto un suo live set a Londra in occasione dello showcase organizzato da BPM Concerti, tutti i dubbi che avevo si sono resettati in un secondo: Weird Bloom è geniale, full stop.

Dopo un concerto breve ma intenso in cui mi sembrava di avere davanti il cugino italiano di Mac DeMarco e durante il quale il chitarrista ha strimpellato la chitarra con i denti (hello Jimi), non potevo che contattare la mente creativa dietro a tutto questo per capire e farvi capire chi è Weird Bloom. Ci chiamiamo, lui da una piovosa Roma, io da una Londra al tramonto. Luca è una botta di vita dalla voce solare, è calmo e sempre pronto a scherzare. In questa intervista-chiacchierata mi parla degli esordi da musicista, delle piccole grandi soddisfazioni personali, dei suoi idoli e delle influenze che hanno permesso alle sue idee psichedeliche di diventare canzoni incise su un disco. E che disco. Il tutto mentre sfreccia in motorino tra le strade di Roma in un momento di tregua dopo il temporale.

Partiamo dall’inizio. Il primo lavoro che apre la strada al progetto Weird Bloom esce ufficialmente allo scoperto nel 2016 con la pubblicazione di “Hy Brazil”, targato WWNBB Collective e firmato Weird Black:

“Weird Bloom prima si chiamava Weird Black. È un nome che ho scelto così, mi piaceva, ma poi mi hanno fatto notare che poteva essere considerato razzista. Cosa che non sono assolutamente. Allora Black è diventato Bloom, ma è rimasto sempre Weird”.

Fin da subito mi rendo conto che, infatti, Weird Bloom è molto più di una band: è la visione di Luca Di Cataldo di una realtà colorata, psichedelica, amplificata e dannatamente originale. In “Hy Brazil”, tale visione è un po’ offuscata con la prevalenza di suoni acustici persino fin troppo morbidi, ma dal potenziale ben visibile. Non sembra un disco pubblicato nel 2016, questo è certo. Il cambio non è stato solo nel nome, ma ha portato con sé anche una rivoluzione nella modalità di comporre e produrre:

““Hy Brazil” è il frutto di qualche anno di sperimentazione ed è molto homemade. L’ho suonato in giro, è piaciuto, ma il suono è completamente diverso da quello di adesso. Poi sono passato da homemade a BPM Concerti. Dovevo fare in modo che le cose diventassero serie”.

L’uscita di “Blisstonia” (We Were Never Being Boring, 2018) ne è la conferma fin dal primo sguardo. Dalla copertina di “Hy Brazil” disegnata con la compagna ad un artwork vistoso ed esuberante. I colori sgargianti e il lupo gigante incazzoso attirano l’attenzione, tanto che, recentemente, l’album è stato guest star all’interno dello storico negozio di dischi di Londra, Rough Trade. Come c’è finito lì, circordato da Arctic Monkeys e Tom Misch?

Mi hanno scritto i ragazzi di Fuzz Cult, etichetta indipendente di Londra che mi ha chiesto di rilasciare delle cassette di Blisstonia sotto il loro nome. Uno di loro lavora a Rough Trade e mi ha proposto ai capi. A quanto pare sono piaciuto ed eccomi là. È stata una soddisfazione incredibile. Ho vissuto a Londra per un periodo e Rough Trade è sempre stato un sogno per me. Se mi avessero detto che dopo 10 anni il mio album sarebbe stato lì in bella vista, non ci avrei mai creduto!”

Devo dire che “Blisstonia” se lo merita proprio un posto da Rough Trade. Nel secondo lavoro dell’artista romano la delicatezza d’altri tempi rimane, ma i suoni ora sono più nitidi, sicuri, ricercati. Si può definire musica psichedelica, ma né a me né a lui piace mettere etichette. Tuttavia, è impossibile non paragonare canzoni come Guardian of the Men o Sinking with the Jellyfish allo stile inconfondibile dei Beatles nel periodo “Yellow Submarine”. Ne riconosco l’aspetto giocoso, la sperimentazione di elementi sonori insoliti, l’assoluta libertà creativa del narrare storie che forse non hanno molto senso per l’ascoltatore, ma che rendono l’ascolto divertente e spensierato. Ci sono poi gli elementi del rock alla Jefferson Airplane, come le chitarre in Cretans Are Liars e 1st Bloom. Il tutto accompagnato da uno stile visivo alla Woodstock e un’attitudine goffa da cartone animato che suscita simpatia e, soprattutto, libertà di esprimere se stessi.

La produzione all’apparenza semplice è in realtà frutto del duro lavoro in collaborazione con Don Bolles, spalla di Ariel Pink e influente figura della scena punk americana degli anni 70 e 80.

“Blisstonia” vanta la collaborazione di Don Bolles. Com’è stata questa esperienza?

“Terrificante! Lui è un pazzo, io sono profondamente borghese. Mi ha completamente rivoluzionato e sono convinto che senza di lui “Blisstonia” non sarebbe mai esistito. Mi ha insegnato tantissimo, soprattutto il modo di comporre americano. Lui ha una freschezza mentale incredibile. Mi ha insegnato anche che per essere alternativi devi giocare sui binari del pop e stravolgere tutto.Non ha senso fare cose strane, magari lunghe 25 minuti – quello non vuol dire essere alternativi. Alla fine tra Ed Sheeran e Britney Spears non c’è differenza, sono tutte canzoni pop. Ariel Pink le prende, prende le stesse strutture, le mette in lavatrice e le distrugge. Ha fatto così anche con me!”

Julian Casablancas ha recentemente detto che vorrebbe vivere in un mondo in cui Ariel Pink è più famoso di Ed Sheeran, e che Ariel sarebbe stato molto più famoso in un’altra era. Cosa ne pensi a riguardo?

“Dichiarazione incredibile, Ariel Pink è uno dei miei miti di gioventù. Sono totalmente d’accordo, è senza paragoni. Alla fine faccio questo tipo di musica perché credo in un mondo in cui Ariel Pink è caviale, Ed Sheeran è McDonald.”

Le soddisfazioni di Luca non si fermano ad aver collaborato con uno dei propri idoli. Nella lista c’è anche l’esperienza al SXSW, lo showcase al Great Escape, diverse date sparse per l’Italia e la serata a Londra grazie a cui ho scoperto il magico mondo di Blisstonia:

“L’evento a Londra è stato bellissimo. Siamo saliti sul palco senza fare prove perché il batterista è stato male. Per fortuna abbiamo chiamato Francesco Aprili, che è un musicista pazzesco, suona con Giorgio Poi. Quindi sì, è stata un’esperienza incredibile. Il Great Escape è stato figo, ma abbiamo suonato di mattina, c’era poca gente. E per me il concerto lo fa la gente. Però non avevo mai suonato in Inghilterra e non volevo farmi scappare questa occasione perché ogni lasciata è persa. Ho iniziato a suonare tardi, sono uno da accordi! Per me suonare in Inghilterra – a Londra –  è sempre stato un sogno nel cassetto.”

Avete ricevuto un aiuto o un sostegno da parte dell’industria musicale italiana?

“La SIAE ha rimborsato tutto. Italian Music Export ha alimentato una speranza incredibile, soprattutto perché suonare all’estero comporta dei costi importanti. A livello di sostegno economico, è una bellissima iniziativa. Speriamo che duri.”

E a proposito di scena musicale italiana, c’è qualche nome che ti sta a cuore e che consiglieresti ai nostri lettori?

“Adoro Giorgio Poi. Poi mi piace Colombre, Francesco De Leo. Anche Andrea Poggio è incredibile, ma un po’ troppo sofisticato per me. Io sono più semplice. Per finire direi anche Blu Vertigo”.

Insomma, una volta scoperto Weird Bloom non si torna più indietro. Di band psichedeliche ce ne sono poche in Italia, anzi, forse non ce ne sono proprio. La caratteristica che rende unica la musica di Luca è quella sensazione di nostalgia di tempi mai vissuti, di suoni sentiti solo sui vinili polverosi della collezione dei nostri genitori. Tutte cose che sembravano dimenticate, ma che grazie ad artisti attualissimi come Mac DeMarco, King Gizzard & The Lizard Wizard, Ty Segall stanno tornando ad essere interessanti e molto, ma molto cool. Per diventare (o restare, dipende da voi) weird insieme a Luca e ai suoi amici musicisti, non perdetevi i prossimi concerti al Disorder (Eboli, 8 agosto) e all’Home Festival (Treviso, 31 agosto).

Alessia Nosari

Mi lamento sempre della musica alla radio, raccolgo i centesimi tra i cuscini del divano per andare ai concerti e sogno di lavorare come tour manager di Bon Iver. Nel frattempo scrivo, cerco, scopro, ascolto musica non-stop.

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