Verano e il debut Panorama: quattro chiacchere

by Giovanni Ducoli

La musica indie italiana vede come protagonisti in maggioranza volti maschili. E’ un dato di fatto, risultato di un gap culturale di cui non si comprendono le origini. Questo non sta a significare che le cantautrici italiane sono escluse dai giochi, basti vedere la straordinaria esibizione di Maria Antonietta sul palco del Primo Maggio a Roma, o il successo che ha trascinato la voce de La Rappresentante di Lista sui palchi di tutta Italia.

A questi esempi si può da oggi aggiungere ufficialmente l’esperienza di Anna Viganò. Anna Viganò è una cantante bresciana da qualche anno trapiantata a Milano, che dopo aver maturato una lunga storia musicale accompagnando alla chitarra l’Officina della Camomilla su e giù per la penisola, riesce nel 2016 a debuttare come artista solista pubblicando il suo primo Ep omonimo del suo nome d’arte “Verano”. A due anni di distanza, l’11 maggio rilascia il suo nuovo lavoro, “Panorama, per 42 Records.

Panorama, può essere considerato un nuovo punto di partenza della carriera discografica dell’artista, ma allo stesso tempo presenta già tutte le carte in regola per esser ascoltato come un disco maturo e completo. Un lavoro ardito che non concede margini alla paura di mettere a nudo esperienze riservate e personali, ma al contrario, riesce a raccogliere storie di vita e cristallizzarle in un contorno musicale per nulla sgualcito o improvvisato, ma audace e pionieristico. Merito di questo risultato è la collaborazione con professionisti della musica indie italiana come Lorenzo Urciullo (Colapesce) che ne ha curato la produzione artistica e Giacomo Fiorenza che si è occupato della parte tecnica. Le canzoni sono formose e dotate di suoni in alcuni passaggi dai tratti ipnotici, che riescono a catturare l’ascoltatore. Il caso più evidente è rappresentato della chitarra in Le Piante, il cui arrangiamento poggia su un flusso costante di arpeggi malinconici che scorrono incorniciando una ballata lenta e dalle vesti nostalgiche. Non mancano, però, canzoni la cui vivacità viscerale le avvicina al pop tradizionale, è il caso di Portavoce e Bombafragola. La prima è una canzone scritta a due mani con Colapesce, la cui melodia capeggia tra i ritornelli più pop del disco, la seconda è una dedica ad un long-drink, costante presenza delle serate e notti trascorse a Milano. Le stesse notti raccontate dal primo singolo dell’album Dentro la Notte. Curiosamente questo è stato il primo brano partorito per questo disco, ma allo stesso tempo è stato registrato al termine dei lavori. La canzone ha l’obiettivo di descrivere la notte come la compagna più fedele della vita di Anna: vengono descritti i pensieri che si perdono nel labirinto di quelle poche ore che vedono il cielo macchiarsi di stelle e che svaniscono con l’arrivo dell’alba.

Così si presenta “Panorama”, un racconto profondo di una vita che sfugge tra i vicoli di Brescia e Milano e che lascia il ricordo dei propri insuccessi e rimpianti, delle serata, degli hotel e delle notti insonni, della famiglia, dei cocktail e degli amici persi, tutto proiettato in una narrazione confidenziale in un equilibrio funambolico tra la nostalgia di un passato sgualcito e dimenticato e di un futuro da riguadagnare.

Abbiamo parlato un po’ con Verano del disco e della musica, ecco cosa ci ha raccontato.

Colapesce come produttore artistico in che modo ti ha aiutato? Ci sono stati dei momenti che le canzoni le avresti pensate in un certo modo e lui in un altro?

Lorenzo è stato una figura portante in molte fasi. Alcuni brani li abbiamo finalizzati assieme in fase di scrittura, e questo mi ha permesso di crescere anche come autrice. In fase di pre produzione e poi di produzione ha avuto sicuro un ruolo importante assieme a Giacomo Fiorenza, che è l’altro produttore del disco. Ci sono stati molti brani in cui avevamo idee distanti, penso sia normale e che faccia parte di un percorso attivo di produzione di un disco. E devo dire che ogni volta le idee contrastanti sui brani hanno portato in luce una chiave del tutto nuova di lettura, non siamo mai scesi a compromessi.

Perché è sempre così necessario avere un produttore artistico con cui confrontarsi?

Non è sempre necessario, dipende molto da cosa si cerca e dal tipo di esplorazione che si vuole fare. Per dirtela con una metafora, se voglio nuotare in piscina non mi serve nessun produttore, se voglio attraversare l’oceano avrò bisogno di capitani esperti.

Sono un fan degli archi. Non avete pensato di inserire degli archi nella seconda parte di alcune canzoni? Secondo me in Panorama, Portavoce e Le Piante si incastravano bene.

No, onestamente non ci ho mai sentito degli archi. Ora che mi ci fai pensare poteva essere una strada, ma avrei dato dei colori al disco che forse non erano in linea con un certo tipo di suono che cercavo.

Sono canzoni che avevi pronte da una vita o sono nate in questi ultimi mesi?

Sono tutte canzoni scritte nell’arco di un anno, un anno e mezzo. Quando uscì l’ep “Verano” venni letteralmente travolta dalle date, ma già dopo 7 mesi mi resi conto che non mi andava di portare in giro uno spettacolo così ridotto. Sentivo che non era giusto per me e per il pubblico. Mi sono quindi fermata nel momento di maggiore richiesta di live, l’ho fatto consapevolmente per potermi dedicare al disco. Non amo molto le operazioni di marketing che tendono a reimpacchettare lo stesso disco in varie forme diverse solo per giustificare un tour. Non è sbagliato, ma non è la mia strada. Ho preferito stoppare il tour e dedicarmi alla scrittura di un long play.

Perché proprio Panorama dà il titolo all’album?

E’ una parola profondissima, con un suono a sua volta molto profondo. Un panorama è un ricordo, ma è anche uno scenario interiore o esteriore. E’ un qualcosa che ci riporta a delle emozioni. Pensa alle cartoline: sono delle collezioni di panorami che mandiamo alle persone a cui vogliamo bene per dire dove ci troviamo, proiettando verso di loro il nostro stato d’animo. Lo stesso identico panorama può ricordare a me una cosa immensa e a te una cosa neutra. Trovo che sia potentissima l’associazione emotiva che imputiamo a determinati luoghi in cui ci è successo qualcosa. Un giorno mi uscì una frase a cui tengo molto, che dice: “abbiamo cose di noi ovunque, nei viaggi lunghi dove guardi fuori, nei panorami che ce lo urlano, abbiamo cose di noi ovunque”. Chiunque ha un luogo, un panorama appunto, che non lo risparmia dal dover ricordare ogni volta che lo incontrerà una determinata emozione.

Quando si fa un disco quale è la cosa più complicata da affrontare a cui bisogna stare attenti?

Ce ne sono tante, tecniche e soprattutto di coerenza artistica. Io penso che non ci sia una risposta universale, oggi i motivi per cui si fa un disco sono molteplici e forse sempre meno legati alla voglia di scrivere cose potenzialmente universali. Se mi guardo attorno è pieno di band che scrivono frasi snack da social network, con l’intento primario di fare i numeri, i like. Non è sbagliato, nessuno ferma l’evoluzione di alcune dinamiche. Personalmente l’unica cosa complicata ma anche l’unica via è scrivere qualcosa di sincero ed essere coerenti con se stessi. Che suona banale ma è la cosa più difficile di questo mondo.

Oasi hotel parla di amori precari che durano poco? Esiste l’amore duraturo? Oppure hanno più valore gli amori brevi?

L’amore in un albergo non è necessariamente precario o poco duraturo, a volte è solo un luogo sicuro perché avulso da tutto il resto del mondo. Non penso che il valore di un amore sia dato dalla durata, anche se sicuramente siamo sempre meno propensi a impegnarci in qualcosa. Più che “esiste l’amore duraturo?” direi “esiste l’amore?

In un articolo di Rolling Stones si dice che le cantautrici donne in Italia sono in minoranza rispetto agli uomini. C’è una spiegazione di questo? Al di fuori dei talent sembra, in apparenza che ci sia poco… 

E’ un tema che mi sta molto a cuore, spesso ho parlato di questo. Non sono una femminista, nella misura in cui esserlo mi farebbe sentire qualcuno che stressa un handicap. Io credo che ci sia una componente culturale che storicamente ha fatto escludere più alle donne che agli uomini l’idea di mettersi a suonare. E questo onestamente non credo sia un problema, è un gap culturale naturale che si va a colmare nel tempo. Il problema è il continuo stressare la donna musicista come miracolo della scienza, come se fosse un panda protetto che HEY RIESCE A FARE UN MI MAGGIORE. In Italia ci sono moltissime donne in gamba dal punto di vista musicale, ma sono piuttosto sicura che nessuna ami sentirsi costantemente riunita nell’insieme donne, piuttosto sarebbe sano ed evolutivo essere solo racchiuse nell’insieme dischi belli/dischi brutti.

Io non penso che al di fuori dei talent ci sia poco, c’è molta roba e ce ne sarà sempre di più nella misura in cui non reputeremo una donna che suona come una sorta di super eroina dotata di capacità fisiche e intellettive superiori.

A che età ti sei avvicinata alla musica? Come hai studiato musica? Quale è l’artista della tua infanzia che ti ha fatto capire che la musica è importante?

Ho iniziato a suonare a sette anni la chitarra e da lì, a parte una pausa di qualche anno nell’età dell’adolescenza, ho sempre suonato. Ho un rapporto strano con la musica, non sono mai stata di quelli che ne hanno bisogno come l’ossigeno. Piuttosto ho dei grandi momenti di avvicinamento e poi me ne allontano quando sono satura. E’ una sorta di luogo sicuro, efficace in alcune fasi. Una figura chiave della mia vita è stato un maestro di chitarra Jazz, che si chiama Simone Guiducci. Lui mi ha insegnato la libertà. Venivo da anni di chitarra classica, eseguivo alla perfezione quello che leggevo sullo spartito, ma non sapevo improvvisare. Fu uno shock realizzarlo. Passai un anno con lui a suonare Hendrix: lui seduto alla batteria, con i piedi la cassa e con le mani la chitarra, io all’altra chitarra a improvvisare. E’ stato fondamentale per liberarmi la testa e darmi quello che in inglese si chiama empowerment. Potevo finalmente usare uno strumento, che per definizione deve servire a qualcosa. Potevo fare le mie cose.

La musica è importante?

Lo è. Non ne sono ossessionata come dicevo, anzi la musica a tratti mi mette in soggezione e ho bisogno di staccarmene. Tutte le cose che amo nella mia vita mi creano questa condizione. Certo è che è e sarà la costante più solida della mia vita. Oggi sono una persona adulta e comunque davanti a una chitarra che mi piace non so resistere, so che sarà mia entro un certo tempo.

Cosa c’è nel mondo che non funziona?

Se sapessi rispondere sarei perlomeno a capo delle Nazioni Unite. E’ una domanda troppo complessa, chi sono io per dirlo? Posso dirti quello che mi spaventa, e che quindi secondo un mio personale criterio non funziona. Ed è l’appiattimento culturale ed emotivo di tutti noi intesi come comunità, il pensare seriamente che quello che leggo su Facebook sia il mondo vero e che un comico della costa ligure possa aver irretito così tante persone fino a fare quasi un governo. Non funziona il doversi esprimere senza alcuna precauzione su qualsiasi cosa, polarizzando molti temi. Ma credo sia una questione davvero complessa a cui non si può dare una risposta in qualche riga.

Un artista italiano che credi meriti più successo ed uno che credi meriti meno successo?

Posso dire che sono un po’ stanca della parola successo? Cosa vuol dire successo? Vedo tanti artisti che preferiscono scrivere soldout piuttosto che descrivere come è andata una serata dal punto di vista delle emozioni, del concerto in sè. Siamo davvero arrivati a questa gara vuota? Ho visto band scrivere soldout in posti da trenta persone, dove tendenzialmente non c’è nemmeno un biglietto da pagare e quindi il senso di soldout è completamente svuotato di significato. Posso dirti chi merita di essere “mandato a memoria” come diceva Fossati. Ovviamente secondo una mia personale visione. Penso che artisti come IOSONOUNCANE, come Cristina Donà o come lo stesso Colapesce per motivi diversi meritino di lasciare un solco. Che poi lo stanno facendo, il merito è un qualcosa che tendiamo ad attribuire noi da fuori, spesso anche troppo tardi. Chi non merita? Non sono nessuno per dire chi non merita qualcosa, e poi passo per rosicona dai.

Un consiglio su un libro da leggere e un disco da ascoltare…

Ho appena finito L’amante imperfetto di Emidio Clementi. Risaputamente è uno dei miei più grandi maestri, che se uso la parola idoli mi sento male. Ecco, un libro veloce e apparentemente leggero che però poi continua a friggerti in testa, perché evidentemente tocca le leve giuste. Come sempre, grazie Emidio. Ma proprio di esistere. Un disco da ascoltare: difficile. Sono in un momento abbastanza down, non ho avuto grandi crash ultimamente. Quindi ve ne dico due ma usciti qualche mese fa. L’ultimo dei National, davvero pazzesco. E poi St. Vincent, artista che stimo all’inverosimile e che ha fatto un disco clamoroso come sempre.

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