“Se una cosa ci piace, la facciamo e basta”: intervista agli Sherlocks

by A. D. Sanders

Molti di voi probabilmente non li conosceranno, ma gli Sherlocks si stanno facendo un nome molto in fretta lassù nel Regno Unito. Dopo aver pubblicato un album d’esordio – Live for the Moment – che ammiccava sfacciatamente ai primissimi lavori degli Arctic Monkeys e aver esordito al primo posto nella classifica inglese dei vinili in edizione limitata più venduti, vengono scelti niente di meno che da Liam Gallagher per aprire il suo tour in Europa e Giappone. Probabilmente rivedendo se stesso in questo quartetto figlio della working class sheffildiana, l’ex Oasis ha sicuramente aiutato ad aumentare la visibilità di questi ragazzi, che fanno della semplicità e schiettezza il loro leitmotiv. Certo, rispetto al precedente, il nuovo album Under Your Sky (uscito il 4 ottobre scorso) presenta sicuramente elementi più maturi, con tematiche che non sono più strettamente legate a dinamiche adolescenziali, ma che sono sopratutto inerenti al passaggio all’età adulta. A livello musicale, c’è sicuramente più riflessione e meno foga giovanile, anche se è troppo presto per poter affermare che abbiano trovato una loro formula definitiva. Ma per questo c’è ancora tempo, considerata la loro giovane età. In un mondo che vede sempre di più il declino della cara vecchia guitar music di una volta, gli Sherlocks non hanno paura di tirare avanti per la loro strada.

Parlo di questo e altro con il frontman del gruppo, Kiaran Crooke. Lo raggiungo telefonicamente mentre sta camminando per strada e, a giudicare dal chiasso in sottofondo, direi che si trova nel bel mezzo di un diluvio.

Ciao Kiaran, come stai?
Sto bene, grazie! Tu?

Altrettanto, ti ringrazio. Innanzitutto congratulazioni per la tredicesima posizione del vostro nuovo album nelle classifiche UK.
Si è fantastico, grazie mille!

Partirei chiedendoti del titolo del vostro nuovo album Under Your Sky. C’è un significato particolare dietro?
Principalmente è stata la canzone omonima a dare il titolo all’album. Suonava bene e ci stava bene. Sinceramente non so da dove la frase Under Your Sky sia uscita fuori. Quando stavo scrivendo la canzone ero andato dal colorista e l’espressione Under Your Sky mi era balenata in mente. Ho pensato suonasse un po’ diverso e un po’ strano e non aveva neanche molto senso, ma in qualche modo ce l’aveva se volevi trovarlo. Quindi è nato prima come titolo della canzone e successivamente, quando ci siamo ritrovati a dover scegliere un titolo per l’album, siamo tornati al titolo della canzone.  Suonava bene e ci stava da un punto di vista visivo, quindi…

Per l’artwork dell’album e dei relativi singoli avete usato l’immagine di un iceberg. Anche qui è perché vi piaceva e basta o c’è una ragione dietro a questa scelta?
Sì, penso che il motivo sia un po’ lo stesso. Non siamo una band che si fa troppe seghe mentali. Se una cosa ci piace la facciamo e basta. E quindi, nel momento in cui abbiamo visto quest’immagine con il cielo blu, il mare blu e l’iceberg bianco, abbiamo pensato ci stesse bene. Così abbiamo deciso subito di usarla, perché è un’immagine che deve stare bene dappertutto, sulla copertina dell’album, sui poster, sui cartelloni pubblicitari, sui sottobicchieri… Per questo l’abbiamo scelta. Non volevamo fare niente di complicato, ci piaceva l’idea di avere un’immagine semplice con un unico punto focale.

Qual’è la tua canzone preferita del disco e perché?
Penso che la mia preferita sia proprio Under Your Sky. Perché è un po’ diversa dalle solite nostre ed è uno dei pezzi più riusciti dell’album. E quando la suoni, ti immagini di suonarla di fronte a centomila persone…

In effetti volevo proprio parlare con te di questa canzone e di come fosse diversa rispetto alle altre. Ascoltandola ho avvertito subito un qualcosa alla Noel Gallagher. Confermi?
Sì, sicuramente. Ci sono delle vibes alla Gallagher ma allo stesso tempo è molto nostra. Le influenze sono state… [cade la linea]

Credo sia caduta la linea. Ti ho perso mentre stavi parlando delle influenze di Under Your Sky.
Ah sì, ti dicevo che penso tu abbia ragione, suona un po’ alla Noel Gallagher, ha quel tipo di mood, ma penso che allo stesso tempo suoni molto nostra…

Rimanendo in tema Gallagher, com’è stato per voi aprire il tour mondiale di Liam?
È stato fighissimo. Abbiamo conosciuto per la prima volta Liam al Reading Festival un paio di anni fa. Lo abbiamo incrociato e ci siamo fatti una birra insieme, poi ci ha invitato ad assistere alla sua esibizione al Reading. Dopo il suo concerto ci siamo fatti un altro po’ di birre assieme e un paio di giorni dopo ci ha chiamati dicendoci “Vi va di venire in tour con me in giro per l’Europa?” È stato uno dei momenti più… È stato grandioso.

Rispetto al primo album che era molto “Arctic Monkeys vecchia scuola”, il vostro ultimo mi sembra decisamente più pulito. Com’è cambiato il vostro sound?
Sì, il nuovo album è decisamente più pulito, con un sound molto più morbido. Ci sono molte più tastiere, e forse meno chitarre in alcune canzoni rispetto al passato. Abbiamo usato più strumenti invece di aggiungere chitarre su chitarre.

Questa evoluzione l’avete decisa a tavolino dopo il successo del vostro debut o è stata un processo naturale?
In un certo senso direi la seconda. Penso che “processo naturale” sia l’espressione giusta. Dopo l’ultimo album sentivamo la necessità di fare un disco più aperto e con spazio, invece di riempire ogni buco con schitarrate e rumore. Volevamo che le canzoni respirassero un po’ di più. E quindi abbiamo usato meno chitarre e messo dentro altri strumenti come tastiere e sintetizzatori.

Cosa pensi di tutti quelli che puntualmente sostengono che il rock ’n’ roll sia morto?
E chi lo dice?

Un bel po’ di gente. Un sacco di rockstar del passato, l’ultimo ad affermalo credo sia stato Pete Townshend degli Who.
Io… Non lo so… Noi pensiamo solo a noi stessi, non ci interessa. È certamente diverso ai giorni nostri e sì, le cose sono cambiate molto da quando c’è di mezzo Spotify, lo streaming e la gente non compra più così tanti dischi, ma ci sono ancora tante band che fanno rock ’n’ roll.

A proposito del calo delle vendite fisiche nella discografia: voi nel 2017 avete raggiunto la prima posizione per la vostra versione limitata in vinile di Live for the Moment.
Sì, vero. È stata una splendida sorpresa. È sempre bello essere sorpreso da cose dal genere, come vedere che le persone comprano ancora i tuoi dischi. Penso che raggiungere un traguardo del genere nell’era di Spotify sia stato un risultato straordinario per noi.

A proposito, quali sono i vostri prossimi obiettivi?
Andiamo avanti passo dopo passo e al momento pensiamo solo a promuovere Under Your Sky.

Avete in programma di venire a suonare qui in Italia prossimamente?
Sì, al 100%. Non so ancora bene quando, ma penso che molto probabilmente sarà l’anno prossimo. Dopo aver aperto Liam in Italia [al Fabrique di Milano, ndr] ci piacerebbe tornare per fare dei concerti tutti nostri.

Un paio di anni fa, a un vostro concerto, un ragazzino era arrivato tardi ed era in fondo alla sala, quindi ha modificato la vostra pagina Wikipedia scrivendo di essere tuo cugino. La security ci è cascata, e il genio del crimine è riuscito ad arrivare addirittura all’area VIP. Ne avete più saputo nulla?
No, lo abbiamo visto solo quella volta. Dopo quella notte è scomparso e non si è più fatto vivo.

Com’è suonare in una band composta da due coppie di fratelli? È più facile da gestire perché è tutto in famiglia oppure è più difficile perché più personale?
No, direi che è ok come situazione. Non è più difficile, va tutto bene. Sorprendentemente. [ride]

C’è qualche band in particolare che sognate di aprire in futuro?
Sì ci piacerebbero i Killers. Ne vuoi altri?

Se ne hai altre dimmi pure.
Hmm… fammi pensare… Kings of Leon, Foo Fighters. Tutte le band grosse! [ride] Tutte le band che riempiono gli stadi.

Qual’è il miglior ricordo che hai dell’ultimo tour, se ne hai uno?
Oh… Hmm… Non saprei dirne uno in particolare… Domanda difficile. Però ti posso dire che probabilmente il nostro miglior concerto è stato a Manchester, in un posto che si chiama Victoria Warehouse: quello è stato fantastico!

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?
Sì! Grazie a tutti voi che continuate a supportarci e godetevi il nostro ultimo disco!

A. D. Sanders

Maybe when I was a kid I was dropped on my head... yeah, that would make some sense.

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