Una band tutta DIY: intervista ai To Kill A King

by Alessia Nosari

Ormai veterani della scena musicale britannica, i To Kill A King ne hanno fatta di strada prima di arrivare alla nuova era di “The Spiritual Dark Age”. Giá attivi dal 2009 e dopo numerosi cambi nella formazione, i To Kill A King dimostrano che il cambiamento non li ha mai spaventati, soprattutto quando si tratta di sperimentare suoni nuovi e una realtà totalmente indipendente.

Se il debut “Cannibals With Cutlery” (2013) portava i colori del legno, tra ballate acustiche e toni cupi, il secondogenito “To Kill A King” (2015) ci ha fatto ballare sulle note vivaci di canzoni come World Of Joy e Love Is Not Control. I colori del folk vengono accantonati in “The Spiritual Dark Age” (2018) per dare spazio a storie eclettiche illuminate dai neon, emozioni contorte e situazioni quotidiane raccontate con ironia. La band formata da Ralph Pelleymounter, Grant McNeill, Josh Taffel, Ben Jackson e James Ball sfodera ancora una volta l’originalità che li ha sempre contraddistinti e mai abbandonati, rendendoli un gruppo in continua ricerca di nuove forme espressive da riscoprire ad ogni nuovo lavoro.

Il 27 gennaio siamo andati all’ultima data del tour nel Regno Unito che ha portato i To Kill A King in 13 città diverse in compagnia dei colleghi Fours e Childcare. Nel backstage dell’Islington Assembly Hall, Ralph e Grant ci hanno parlato del loro ultimo lavoro, di cosa significhi essere una band DIY e di quel filo di humour indispensabile anche nei momenti piú difficili della vita.

Come siete arrivati a questa Spiritual Dark Age?

Ralph: La nostra avventura nell’industria musicale è stata un po’ turbolenta. Anni fa abbiamo iniziato con Virgin poco prima che avvenisse una sorta di riorganizzazione amministrativa. Non siamo riusciti a passare quella fase, purtroppo…e beh, anche per fortuna direi. Da un lato è stato ottimo per lanciare la nostra carriera e darci la possibilità di lasciare i nostri lavori per diventare musicisti a tempo pieno. E in più abbiamo registrato il nostro primo album “Cannibals With Cutlery”, il che è stato piacevole.

Con questo ultimo album siamo stati davvero fortunati, abbiamo deciso di farlo completamente da soli con l’aiuto delle persone che ci sostengono tramite Patreon. E’ bello essere in completo controllo della propria carriera.

Grant: Non abbiamo nessun a cui scaricare la colpa ora!

Com’è stato il salto da un’etichetta discografica così grande ad essere indipendenti?

R: Penso sia avvenuto passo per passo. E’ stato un percorso interessante. Ora non riesco nemmeno a pensare di trovarmi nella posizione in cui le persone mi dicono cosa fare. Non credo di riuscire a sopportarlo. Quando firmi con un’etichetta discografica, ci sono un sacco di persone che ti dicono cosa puoi e cosa non puoi fare, ti impediscono di fare certe cose e ti incoraggiano a fare ciò che magari non ti va di fare. Ora come ora possiamo fare quello che vogliamo, il che è grandioso. Possiamo scegliere con che produttore lavorare, ad esempio.

G: Abbiamo deciso di fare un EP in versione acustica per ogni singolo e l’abbiamo fatto senza dover fare un sacco di meeting a riguardo. Essere in completo controllo di tutto è fantastico.

Per quanto riguarda la produzione, cos’è cambiato rispetto al primo (“Cannibals With Cutlery”, 2013) e secondo album (“To Kill A King”, 2015)?

G: Sono cambiate un bel po’ di cose, soprattutto i produttori con cui abbiamo lavorato. Metà del nostro ultimo album è stato prodotto da Gethin Pearson, che ha lavorato con artisti che amiamo come JAWS e Mallory Knox. E’ un produttore fantastico, anche se lavora tanto con il rock. I cambiamenti sono stati anche personali, visto che sono rimasti solo 2 membri della formazione originale, Ralph e Ben.

R: Penso che con questo album abbiamo esplorato suoni diversi. Pare che questo abbia scatenato diverse critiche, ma a noi piace davvero tanto e amiamo essere eclettici, non ci vediamo nulla di male.

G: Non possiamo fare la stessa musica all’infinito!

R: I fan sono stati dalla nostra parte fin da subito, il che è grandioso. Inoltre non penso sia negativo il fatto che ogni canzone esplori un lato diverso e che sia una specie di viaggio attraverso l’album. Mi piace e penso sia divertente. Ci siamo spinti oltre e ce l’abbiamo fatta. O almeno credo.

Quando si parla di musica indipendente molto spesso ci si riferisce al genere indie, ma voi siete davvero una realtà indipendente al 100%.

R: A noi piace più il termine DIY, nel senso che facciamo tutto da soli. Molti gruppi indipendenti hanno un sacco di sostegno in realtà. Dirigiamo la maggior parte dei nostri video e quando non siamo noi a farlo, vogliamo avere il controllo su tutto, dalla scrittura del copione alle riprese e al montaggio.

Vi siete rifatti il look anche per quanto riguarda la parta visiva e l’artwork del disco.

G: Sì, prima usavamo solo colori spenti.

R: Abbiamo utilizzato di più i colori, soprattutto questo viola ricco. Ci è piaciuto alternare quello con la copertina dell’EP acustico che è completamente diversa. E ti dirò, non era un riferimento voluto a Twin Peaks, ma tutti sono impazziti perché…beh, sì, è molto Twin Peaks.

All’inizio avete parlato di Patreon e del massiccio contributo dei fan alla realizzazione del disco. Com’è stata l’esperienza con Patreon?

R: Abbiamo avuto un’ottima esperienza con Patreon e non è ancora finita. Funziona che le persone si iscrivono e ci danno un paio di dollari al mese in cambio di materiale esclusivo. Ci siamo trovati nella posizione in cui non eravamo in tour perché volevamo scrivere l’album, quindi non avevamo delle entrate significative, ma dovevamo comunque coprire i costi di registrazione e volevamo farlo in totale autonomia. Patreon ha permesso tutto questo. E’ iniziato piano piano, coprendo solo le spese per lo studio. Ora è molto più grande e sta continuando a crescere. L’idea alla base è l’iscrizione, perché siamo tutti più che consapevoli di quanto la musica venga svalutata al giorno d’oggi. Tutti noi, io incluso, ascoltiamo musica da Spotify e, essendo artisti, sappiamo che non paga niente a nessuno. Quindi penso che Patreon possa essere il futuro: mi immagino persone che ascoltano musica gratuitamente, ma che poi diventano i “patroni” di un paio di band dandogli qualche dollaro al mese per sostenerle in cambio di materiale extra, come demo diverse, brevi podcast e l’opportunità di vedere come le canzoni sono state assemblate. Ad esempio, il concerto di stasera sarà in streaming per chi è iscritto a Patreon.

G: A volte, quando eravamo in tour, ci è capitato di dormire in hotel molto molto sporchi. Ora sono solo un po’ sporchi. Per cose come il parcheggio del furgone o le misure di sicurezza ci ha reso la vita molto più semplice.

R: Sostituisce la casa discografica per quello. Persino le etichette indipendenti prendono il 50%, il che significa che per i nostri due album precedenti abbiamo lavorato davvero tanto, ma abbiamo a malapena visto un centesimo dalle vendite perché non riuscivamo a coprire i costi di registrazione. Se le vendite continuano ad essere come ora, forse riusciamo a guadagnarci qualcosa. Ho bisogno di un nuovo paio di scarpe!

Come descrivereste un tipico processo creativo dei To Kill A King?

G: Di solito inizia con Ralph che passa due settimane chiuso in una stanza buia a suonare la chitarra.
R: Già…
G: Poi un giorno riceviamo un’email con scritto: “Ho fatto questo!”. Lo ascoltiamo, solitamente prepariamo una demo acustica, poi andiamo a provarla tutti insieme in studio e tentiamo di finirla.

R: Facciamo anche l’arrangiamento tutti insieme. Ben registra una demo, che di solito è di alto livello. E’ davvero bravo, ha prodotto metà di ogni album. Infine andiamo in studio e la registriamo. Con “The Spiritual Dark Age”, dal momento che avevamo tempo e delle demo di alta qualità, abbiamo davvero esplorato suoni diversi. Ed è quello che la gente su Patreon può ascoltare. My God and Your God ha 5 versioni diverse.

G: Ce n’è una country senza batteria che è pazzesca.

R: E anche una alla Vampire Weekend. A dire il vero, l’abbiamo fatta all’inizio inizio dell’album quando stavamo provando suoni nuovi…ma sì, è davvero, davvero Vampire Weekendesca.

Nei testi si ritrovano tanti temi seri trattati in un modo non proprio serioso. Ralph, quale pensi sia l’approccio migliore quando si toccano certe tematiche?

R: In generale mi piace quando le parole di una canzone sono abbastanza serie, ma hanno un che di scherzoso, anche perché penso che la vita sia così. In alcuni dei momenti più intensi della mia vita ricordo di aver trovato qualcosa di incredibilmente divertente. Ad esempio, quando sei ad un funerale o quando qualcuno ti ha dato una pessima notizia e tu sei lì in macchina, accendi la radio e c’è la canzone più ridicola di sempre, come Achy Breaky Heart. Sono momento tetri, ma anche esilaranti. A volte questo elemento traspare nei testi che scrivo, perché è il mio modo di vedere la vita e di andare avanti trovando quel sottile filo di humour in tutto.

In “The Spiritual Dark Age” ma non proviamo mai a dare delle risposte, solo a porre domande altrettanto importanti. Una canzone dove traspare il filo di cui stavo parlando è Cherry Blossom Falls: l’idea è quella di rappresentare la fragilità e al tempo stesso la bellezza della vita. Ci sono tanti momenti tristi e bui, ma anche altri meravigliosi. E Compassion Is a German Word esprime l’idea che se tutti noi fossimo più compassionevoli e pensassimo agli altri più spesso, allora forse saremmo in una condizione migliore. Ovviamente, è così semplice ma anche molto difficile da fare.

Quello che mi piace di più dei vostri testi è la capacità di descrivere determinate emozioni difficili da spiegare a parole. Di cosa parla The Good Old Days?

R: A primo ascolto tratta la fine di una storia d’amore, ma parla anche di nostalgia. Ultimamente sono tutti ossessionati da quello che c’era prima. Mi ritrovo sempre a pensare “ma i vecchi tempi sarebbero davvero come i vecchi tempi?” O siamo noi che li idealizziamo nella nostra testa? E’ come nel verso “You forget the jokes but the laughs remain”: non ricordi i momenti brutti, tutto è tinto di rosa. E’ un po’ pericoloso. Quindi sì, parla d’amore, ma anche dei pericoli della nostalgia.

Come dovremmo interpretare My God & Your God? Parla davvero di due dei che si amano, poi si odiano, poi si amano o c’è un significato nascosto?

R: Con quella canzone ho provato a fare in modo che il ritornello raccontasse la storia piuttosto che il verso. Nei versi ci sono brevi fotogrammi di questi due dei, poi il ritornello rivela la loro storia: gli dei sono essenzialmente uguali, sono ossessionati l’uno dall’altro e si amano, ma non possono fare a meno di incasinarsi la vita a vicenda. Voglio dire, può essere una storia d’amore, può parlare di religione, può essere su qualsiasi cosa tu voglia, dico davvero. In ogni caso, la canzone dice che entrambi gli dei sono dei completi idioti e si comportano davvero male.

Qual è stata la canzone più difficile da assemblare?

R: No More Love Songs è stata una delle ultime. Abbiamo fatto una versione in 3/4 invece che in 4/4. E’ stata una versione dell’ultimo minuto, ci abbiamo messo un bel po’ e ha rischiato di non essere inclusa.

G: Ah, anche Oh Joy era a rischio perché continuavamo a dimenticarci di registrarla.

R: Non mi includere in questo “noi”!

G: Era quasi alla fine dei nostri 3-4 giorni in studio e tutti dicevamo: <<Abbiamo finito? Dovremmo esserci quasi, no?>>. E Ralph salta su dicendo: <<No, c’è ancora quella canzone intera da fare!>>, e noi: <<Oh merda>>.

R: Negavano tutti di aver fatto l’arrangiamento, ho dovuto tirar fuori il telefono per dimostrarlo. Il bello è che poi tutti hanno detto: <<Ah sì, è una figata!>>.

Questa è l’ultima data del vostro tour del Regno Unito in 13 città diverse, in compagnia di FOURS e Childcare. Com’è stato tornare sul palco?

G: Il tour è stato fantastico, molto divertente. Abbiamo avuto un paio di sere indimenticabili. La serata a Hull è stata una delle più memorabili che abbia mai avuto! Finora è stato pazzesco tornare sul palco e suonare il nuovo materiale. A dire il vero, vedere il pubblico cantare le canzoni nuove è stato incredibile. Voglio dire, il disco è uscito due settimane fa, ci vuole dedizione per imparare le parole a memoria…io le conosco a malapena!

Cosa vi aspettate da questo 2018?

G: Suonare il più possibile, cercare di far ascoltare l’album in giro, vantarci di noi stessi…

R: Tanti concerti! Abbiamo un festival in agenda (Bluedot Festival, ndr) e dovrebbe esserci un altro tour a breve. Quello europeo inizia a marzo in Germania e Svizzera.

Non Italia?

R: Purtroppo no, puramente per questioni economiche. Potremmo anche suonare lì, ma ci guadagneremmo talmente poco da non riuscire a coprire i costi. A mio parere, per riuscire a suonare in Italia e in altri posti in cui di solito non andiamo dobbiamo puntare sui festival. Nel Regno Unito e in Germania abbiamo una fan base solida, sarebbe bello esplorare nuovi posti. Non so, vediamo. L’album verrà’ rilasciato in Europa fra una settimana circa, vediamo che succede. E magari con questo blog…

Acquista “The Spiritual Dark Age” su Amazon

Sostieni la band su Patreon riceverai materiale esclusivo!

 

Alessia Nosari

Mi lamento sempre della musica alla radio, raccolgo i centesimi tra i cuscini del divano per andare ai concerti e sogno di lavorare come tour manager di Bon Iver. Nel frattempo scrivo, cerco, scopro, ascolto musica non-stop.

Altri articoli che potrebbero interessarti

Dicci la tua