Ora si cambia musica: 10 donne nell’industria musicale

by NoisyRoad Staff

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Oggi è una giornata importante per la parità dei diritti, come anche dei complimenti, delle mimose, delle pacche sulle spalle e dei buoni sentimenti. L’8 marzo è una giornata che sottolinea le conquiste sociali delle donne, economiche e politiche, così come anche le discriminazioni e le violenze. Anche noi di NoisyRoad abbiamo deciso di celebrare questa giornata, di celebrare le donne a modo nostro, con uno spazio che lasciasse a loro libertà di esprimersi, tralasciando però tutti quei luoghi comuni, i complimenti, le mimose, le pacche sulle spalle e i buoni sentimenti. Ci siamo chiesti come farlo e abbiamo deciso di raccogliere le esperienze di donne che fanno della musica il proprio mestiere, chiedendo a tutte la stessa importante domanda: cosa ne pensi della posizione delle donne nell’industria musicale?

Le molteplici storie e opinioni di tutte hanno fatto nascere una conversazione dalle mille sfaccettature, con lo scopo di esplorare in lungo e in largo questo settore così stimolante e, si spera, in costante cambiamento. Vi presentiamo il nostro meraviglioso team:

Raffaella Oliva, giornalista musicale
Direttamente dalle pagine di Corriere della Sera, Io Donna, Sportweek e altre testate, Raffaella ha condiviso la propria esperienza con noi, aggiungendo un tocco unico e regalandoci la sua visione da giornalista affermata. Da lei abbiamo solo da imparare!

Valerie Lynch, co-fondatrice di Spin-Go 
Dietro ad una delle agenzie di pr più influenti del globo c’è lei: Valerie Lynch. E’ co-fondatrice e co-proprietaria di Spin-Go, che rappresenta le più grandi etichette indie in Italia dal 1997. Fra queste ci sono nomi come XL Recordings, Rough Trade, Bella Union,  Domino, Earmusic…insomma, tutto quello che si ascolta qui a NoisyRoad!

Chiara Di Trapani, musicista, I Giocattoli
Palermitana, tastierista e cantante, unico membro femminile della band I Giocattoli, rivelazione della nuova generazione it-pop che ci hanno già conquistato con il singolo Bill Murray. Potete trovare la sua musica qui:

Raissa Pardini, musicista e scrittrice per OWT
Abbiamo conosciuto Raissa sul gruppo Facebook “Ladies/Music/Pub” e siamo rimasti stupiti dalla sua energia! Raissa divide la sua vita tra Londra, Milano e Berlino, scrivendo di musica per NME, Shindig e OWT e suonando ovunque può. E’ esattamente lo shot di energia di cui avevamo bisogno!

Sarah Midkiff, giornalista e fotografa, New York
La musica non si ascolta soltanto, ma si vive, si respira e…si fotografa. E’ impossibile non notare la bravura di Sarah e le sue vibranti fotografie. Abile scrittrice e professionista nello stare sotto al palco, Sarah ci ha raccontato la propria esperienza (e peripezie!) attraverso gli occhi di chi la musica la immortala in uno scatto. Potete trovare il suo portfolio qui.

Catherine Marks, produttrice, ingegnere del suono e mixaggio
Siamo onorati di avere le parole di una donna come Catherine Marks impresse in questo articolo. Catherine è una produttrice, ingegnere del suono e addetta la mixer, nonché una tra le figure più rilevanti nell’industria musicale. Ha prodotto i dischi degli Wombats, Wolf Alice, Big Moon, The Amazons e ha lavorato con PJ Harvey, Foals, Killers. La settimana scorsa ha vinto il premio come miglior produttrice dell’anno e un po’ di tempo fa ci ha spalancato le porte del suo studio a Londra per parlare delle donne nell’industria musicale…dite che possiamo morire felici ora?

Ruth e Jane, musiciste, Jagara
Ruth, Jane e Cat sono i tre volti dietro alla band londinese Jagara. Qualche mese fa abbiamo parlato della loro musica dalle sfumature elettroniche e il retrogusto anni ’80. Ora, vi parliamo del loro interesse nei confronti della posizione delle donne nell’industria musicale. Potete trovare i loro ritmi accattivanti qui:

Cristiana Gizzarelli, Label Manager di INRI 
Dietro a musicisti cazzuti, ci sono altrettanto donne cazzute. Cristiana è label manager di INRI/Metatron, che probabilmente conoscerete come l’etichetta di Levante, Dardust, I’m Not A Blonde, Ex-Otago, Bianco e tutti i nomi più interessanti del panorama italiano. Cristiana e il suo fantastico team lavorano per far arrivare la voci di questi talentuosi artisti made in Italy direttamente nelle vostre playlist e nelle vostre città. E ora anche sul vostro blog preferito. 

Sarah Stride, musicista, Milano 
Cantante e musicista, con il suo ulitmo EP Schianto unisce la classe e il carisma di Mina, una voce graffiante alla Nada e una raffinata ricerca e produzione elettronica. É una delle voci femminili più interessanti dell’underground milanese.

Tash Cutts, Label Assistant di Domino Records
Fac totum e mascotte di Domino Records, sempre pronta ad aiutare chiunque e a dispensare sorrisi nell’ufficio londinese della famosa etichetta indipendente. 27 anni, con alle spalle già una carriera da invidiare, tra l’organizzazione del Field Day e la promozione di concerti con EYOE. Nel tempo libero ha iniziato a fare da manager ad una band emergente e dispensa regali agli sconosciuti con This Must Be For You.

  • Tash Cutts

Cosa ne pensi della posizione delle donne nell’industria musicale?

Raffaella:
Parlare di “industria musicale” allarga il discorso a troppi ambiti, posso provare a dire la mia a partire dal mio punto di vista di giornalista musicale. In questo campo le donne sono sicuramente una minoranza, ma va detto, ci sono. Inutile chiedersi se sono più brave degli uomini, ogni professionista dovrebbe essere giudicato per il lavoro che svolge, indipendentemente dal sesso. Però come mai siamo una minoranza? Al netto dei casi di discriminazione che certamente esistono, ma che andrebbero valutati uno a uno, credo che questo sia il risultato di un retaggio culturale legato al fatto che quella italiana è una società con un’impostazione patriarcale. Non è da così tanto che la presenza di donne nel mondo del lavoro è diventata un fatto acquisito, credo semplicemente che serva più tempo affinché questa presenza aumenti, specie in alcuni settori, e penso dipenda anche dalle donne stesse: dobbiamo concederci la libertà di seguire le nostre passioni, di non cedere all’idea che dobbiamo stare un passo indietro per agevolare la carriera di compagni e mariti; dobbiamo relativizzare il nostro ruolo di donne con determinati doveri stabiliti da chissà chi. Non abbiamo più alibi per non farlo. Molti spazi sono ancora perlopiù nelle mani degli uomini, ma personalmente non sono a favore delle quote ruota o di provvedimenti simili, che hanno il gusto della concessione. Semmai prendiamoceli, quegli spazi.

Valerie:
Purtroppo l’industria musicale è ancora fortemente dominata dagli uomini. A guardare bene i ruoli dirigenziali sono occupati quasi esclusivamente da uomini e in particolare non si è mai visto una donna come Presidente di una casa discografica major. Per fortuna esistono gli indipendenti che da sempre lavorano fuori dagli schemi, tant’è vero che a guidare la più grande casa discografica italiana nel mondo c’è una donna, la Sig.ra Caterina Caselli. Questo dominio maschile si vede anche nei media, abbiamo personaggi femminili che hanno fatto la storia del giornalismo musicale (per esempio la grandissima Marina Petrillo, la mitica Alba Solaro e l’enciclopedia vivente Paola Maugeri) nonché quelle attente ai nuovi suoni come Marta Blumi Tripodi e Virginia Raggi ma quando sono richiesti degli interventi di esperti del settore ad essere chiamati sono sempre i soliti volti noti (maschili).

Chiara:
Nel panorama musicale italiano la figura femminile c’è sempre stata e continua ad esserci. In questo momento siamo nel fior fiore del fenomeno indie e finalmente inizia a sentirsi parlare di più di artiste del circuito underground, come Maria Antonietta o gruppi come la Rappresentante di Lista, i Giorgieness, i Gomma, tutti capitanati da frontgirl che ammiro tantissimo.

Tash:
Sono estremamente grata di non essere stata una donna che lavora nell’industria musicale 30 anni fa. Penso che ci sia stato un progresso, sia per le artiste che per le dipendenti in questo settore. Tuttavia, c’è ancora tanto da fare. I concerti e le line up dei festival sono ancora dominati da una maggioranza di uomini e l’industria stessa è basata su una fondazione misogina talmente radicata da rimanere spesso incontrastata.

Raissa:
L’industria musicale è un mondo un po’ confuso. Confuso ed estremo. Da una parte ci sono donne spinte ad un successo estremo, dall’altra ci sono donne che lavorano all’interno dell’industria che vengono notate molto poco. Non esistono vie di mezzo e si mette in risalto solo la posizione della donna che appare tramite un costume, una hit, un modo di porsi, di vestire e di apparire. Ma oltre alle gambe, c’è di più!

Sarah Midkiff:
Penso che le donne nell’industria della musica, così come in molte altre, sono spesso non valorizzate e non considerate abbastanza. I Grammys ne sono stati un chiaro esempio. Molte donne talentuose hanno prodotto ottima musica, eppure poche hanno ricevuto una nomination e ancor meno hanno vinto. Succede a donne nell’industria musicale dentro e fuori dal palco.

Cristiana:
Forse se ne parla troppo poco e con un focus sbagliato? Proprio in questi giorni il nuovo Imaie ha dichiarato ad esempio che le interpreti italiane sono solo l’8% dei loro iscritti. A parte il fatto che credo che tra tutti gli artisti che conosco una bassissima porzione abbia in essere quest’iscrizione, mi chiedo: sul resto delle posizioni dirigenziali, amministrative, economiche? La mia piccola verità è che non voglio ragionare né sui numeri né sulla percezione che si ha del ruolo delle donne, ma se ti serve qualcosa fatta davvero bene e puoi scegliere, io cerco sempre di rivolgermi ad una collega. Vedo poca competizione in questo piccolo Harem e tanto sostegno. Se vent’anni fa una Maionchi o una Caselli erano delle figure mitologiche, adesso seppur continuino a fare la storia sono solo due esempi eclatanti a rappresentanza delle donne che dagli uffici promozione si son prese l’A&R e altri ruoli importanti. A capo dell’Impala, una delle più importanti associazioni della musica indipendente, c’è una donna, Helen Smith, tanto per fare un esempio.

Sarah Stride:
Immagino che di brave musiciste ne siano sempre esistite, il fatto che ora ce ne siano, e ne si conoscano in numero maggiore, credo dipenda dal cambiamento generale della posizione della donna all’interno della società. Nonostante la pressione archetipica che tutte le donne continuano a portare nel proprio inconscio, finalmente anche nella nostra psiche comincia a farsi strada, con sempre meno sensi di colpa, l’idea che non necessariamente si debba aderire ad un modello storicamente e biologicamente accettato e riconosciuto come l’unico valevole, e che la propria creatività abbia il diritto, anzi il dovere, di essere manifestata in diverse forme e modalità.

Caterina Caselli

“Non puoi essere quello che non vedi”, Marian Wright Edelman. Secondo te, questa citazione può essere rilevante quando si parla di donne in ruoli leader nella musica?

Sarah Midkiff:
Si e no. Molte donne, compresa me stessa, sono entrate nell’industria musicale senza avere un’altra donna a cui ispirarsi. Quando ho cominciato, ci vollero mesi e mesi prima che lavorassi con un’altra donna. I miei editori erano uomini, i manager erano uomini, e le band erano principalmente composte da uomini. Mio padre era solito dirmi: “Se non vedi il lavoro che vuoi, crea il lavoro che vuoi”

Penso comunque che ci sia bisogno di supporto reciproco fra le donne, che si guardino le spalle a vicenda e che si aiutino nella loro crescita professionale. Per le donne è più difficile avere ruoli di leadership quando non ci sono altre donne a supportare la decisione, nonostante quanto lo desiderino. Starò esagerando, ma chissà, forse un giorno una giovane donna vedrà ciò che io ho fatto, e la aiuterà a convincersi che anche lei ne sarà capace.

Cristiana:
No, assolutamente no. Non ho traguardi personali da raggiungere, a porti dove ancorarmi e riposarmi preferisco esplorare ogni piccola baia di questo mainstream musicale, imparare da tutti e maturare la mia visione unica. La musica non è scienza ma passione e quello che questo lavoro ti offre in cambio non è quantificabile monetariamente perché c’è una parte di crescita personale ed emotiva incommensurabile.

Raffaella:
Continuo parlando del mondo che conosco, quello del giornalismo. Se consideriamo un “ruolo leader” quello di direttore di una testata, è vero che esiste un sistema in qualche modo “malato”, che vede le donne a capo di testate quasi esclusivamente femminili. A parte che servirebbe un dibattito sul giornalismo “al femminile”, dato che spesso i cosiddetti “femminili” offrono una rappresentazione della donna stereotipata e paradossalmente sessista: come mai?; chiediamocelo. Quanto al giornalismo musicale, se noi donne siamo considerate più adatte a scrivere di moda, rossetti o problemi di coppia, come mi sembra che sia, effettivamente un problema c’è, perché questo potrebbe spingere una ragazza a pensare che, per fare la giornalista, è meglio che rinunci alla musica e che si dedichi ad altri ambiti, dove c’è più possibilità di carriera. Da parte mia inviterei le donne più giovani a non rinunciare a priori a scrivere di musica e a metterci tutto l’impegno possibile: meno saranno quelle che rinunciano, meno rinunceranno in futuro. Credo che certi schemi bisogna spezzarli dal basso per evitare che si ripetano.

Raissa:
Certo, mi riferivo proprio a questo. I ruoli coperti da donne di successo nell’industria sono ruoli che raccolgono una minoranza spaventosa. Essere invisibili pone loro un rischio molto grosso ed e’ il rischio che i loro ruoli diventino poi ruoli che non diano giusto credito a quello che in realtà fanno per le compagnie per le quali lavorano.

Catherine:
Mi piace. Fra l’altro di questi tempi si vedono più donne nelle band, sbucano fuori dal nulla, come batteriste o bassiste. Voglio dire, è una su quattro persone. Oppure ci sono le Big Moon, ma non le considero una band tutta al femminile, sono solo fantastiche in quello che fanno.

PJ Harvey

Hai un modello femminile che ti ha ispirato a perseguire una carriera in questo ambiente?

Sarah Midkiff:
No, non ce l’avevo. Non perché non ci fossero donne nell’industria, ma perché non ne avevo mai vista una fare esattamente quello che volevo fare. Simile, ma non la stessa cosa. Mi sono appassionata di scrittura, fotografia e regia grazie al mio amore per la musica e lo storytelling. La musica è una delle cose che amo di più al mondo. Volevo che la mia carriera ruotasse attorno a qualcosa che amo e che mi permettesse di essere creativa. Sono cresciuta con i miei fratelli, spesso suonavo con solo ragazzi, ho frequentato una scuola di business in cui quasi tutti i miei compagni erano maschi, quindi non mi sono mai soffermata a pensare a chi ci fosse nell’industria. Volevo solo farne parte.

Ora posso dire di conoscere donne fantastiche che lavorano nell’industria musicale che mi motivano e ispirano costantemente. Supportarsi e incoraggiarsi a vicenda per fare sempre meglio è qualcosa che ho apprezzato tantissimo.

Raissa:
Ci sono molte figure femminili che mi hanno fatto apprezzare il mondo della musica e ho la fortuna di averle tutte attorno a me. Sarah Joy e Joanie Eaton dell’etichetta londinese Babelogue, ragazze come Holly Calder che promuove e spinge la città di Glasgow a crescere a livello musicale ogni giorno e Polly Miles che fa la stessa cosa a Brighton, Janine Ellis che ha lavorato per varie etichette indipendenti inglesi, varie band come Shopping che tengono alta l’etica del DIY. Ci sono anche donne in Italia come Caterina Pinzauti che lavora da anni dietro il progetto di Radio Eco di Pisa o Sara del Covo che cerca di portare alcuni dei gruppi migliori del mondo a suonare a Bologna. I miei modelli musicali sono persone che contribuiscono alla scena ogni giorno.

Ruth e Jane:
Catherine Marks è stata la prima donna ad essere nominata produttrice dell’anno. È un’eroina per noi. Ha iniziato come la ragazza che portava il caffè allo studio Assault & Battery e Flood (U2, Nick Cave) era il suo mentore. Lui dice sempre alle persone: <<Puoi imparare qualsiasi lavoro in studio, a prescindere dal tuo sesso>>. Devi lavorarci così come tutti e forse devi affrontare più difficoltà di un uomo, ma non sempre. Sta cambiando, le opportunità nell’industria stanno aumentando e ci sono sempre più iniziative in cui ci si assicura di avere una donna in studio. Questo tipo di cose sono incoraggianti.

Durante il nostro incontro con Catherine Marks, abbiamo approfondito l’importanza di avere figure di riferimento e cosa significhi per lei essere un’ispirazione per tante altre giovani donne.

Avevi una figura di riferimento femminile quando hai cominciato per la prima volta?

No, ma penso che stia cambiando di questi tempi. Quello che reputo molto importante è, se vogliamo che più donne siano coinvolte dobbiamo evidenziare le donne che stanno lavorando bene nell’industria. Non è che non ce ne siano, ce ne sono alcune. Più daremo attenzione a donne toste, più le prossime generazioni penseranno di potercela fare e che potrebbe essere fantastico.

Sei a conoscenza del fatto che tu stessa potresti essere una figura di riferimento per molte giovani donne nell’avvicinarsi alla musica?

Me lo hanno detto in precedenza e diciamo che lo capisco.  Qualcuno deve pur cominciare. Ma ci sono state altre donne prima di me, solo che non so molto su di loro. Sylvia Massi e Linda Perry sono le uniche che conosco della generazione precedente, ma non le conoscevo nel modo in cui le conosco adesso. Non capisco perché non ce ne siano molte, sono loro le donne di cui dovremmo star scrivendo! Hanno avuto una carriera lunga e di successo, è fattibile.

Ne sono a conoscenza e ho lavorato duro, ma sono stata fortunata per tutte le opportunità che mi sono state date e per tutte le persone che mi hanno supportato. Sono certa di aver passato momenti orribili, in cui sono stata discriminata, ma non ne ero a conoscenza perché pensavo “questo è quello che devo riuscire a sopportare per fare il prossimo passo”. Non voglio essere superficiale a riguardo, perché non tutti hanno l’opportunità per riuscire a sfondare. Potrà essere più difficile per le donne, ma penso che lo sia anche per gli uomini in questa industria. È molto competitiva.

Ho cominciato come runner nel 2012, facendo caffè, passando l’aspirapolvere. Ho costruito la mia carriera, ci è voluto molto tempo. E adesso produco dischi. Ho studiato architettura. Mi piaceva molto la musica mentre andavo a scuola, suonavo il pianoforte e volevo tanto lavorare nella musica, ma nessuno a scuola ti dice che ci possa essere una carriera nella musica.

Hai parlato di educazione a scuola e del fatto che nessuno venga guidato verso una carriera nella musica. Pensi che sia importante sensibilizzare riguardo alla situazione?

Penso di si. è un settore molto difficile e specializzato, ma questa non è una buona scusa.  La mia educazione musicale a scuola era buona, ma era orientata verso il suonare, senza pensare al lato tecnico, sull’essere un tecnico o creare musica. È una buona osservazione, ora che ci penso. Ci sono così tanti campi, non bisogna per forza registrare le band. È un settore così ristretto e competitivo, con allo stesso tempo molte opportunità di fare carriera fuori da uno studio di registrazione.

 

Ti sei mai sentita come se dovessi “provare qualcosa a qualcuno” solo perché sei donna?

Tash:
Sono molto consapevole di essere una donna con una carriera nella musica e di tutte le limitazioni che possono influire nell’avanzamento in questa industria. Penso di dover combattere più duramente per essere presa sul serio e che dovrei sentirmi più grata per le opportunità che mi sono state date. Da una parte, questo rende la mia posizione più delicata, ma dall’altra me la fa apprezzare di più.

Catherine Marks:
Si, ma non perché siano stati gli altri a farmi sentire così. È un costrutto sociale, non l’industria. Molte altre donne con cui ho lavorato sentono lo stesso, come Ellie dei Wolf Alice. Me lo ha fatto capire quando ha detto di sentirsi come se dovesse suonare la chitarra “tanto bene quanto, se non meglio” (rispetto ad un uomo). Ma ha anche detto che nessuno gliel’ha ordinato, a nessuno importa, è qualcosa che sente lei stessa. Mi chiedo se questo condizionamento sociale cambierà – ha già cominciato a cambiare, forse.

Ma poi, è davvero una cosa così sbagliata sentirsi in questo modo? Abbiamo la possibilità di elevarci. Ci sono sia lati positivi che negativi. Penso che questo lavoro abbia molto più a che fare con le personalità. Ho perso lavori, sono stata rifiutata, ho quasi abbandonato tutto una volta, ma non perché fossi una donna, solo perché non ne ero in grado in quel particolare momento. Forse perché sono una donna? Non so, non mi sono mai sentita in quel modo. È cosi complicato, è una conversazione e ci sono molti punti di vista.

Raffaella:
No, mai, perché non vivo il mio lavoro in quanto donna, ma in quanto persona, in quanto Raffaella Oliva. Il fatto che io sia donna è una contingenza, lo vivo così. Al massimo cerco di immettere nei miei articoli la mia prospettiva, che è anche quella di una donna, ma una donna che si chiama Raffaella Oliva e che non fa questo lavoro partendo dal presupposto di dover provare a qualcuno un bel niente in quanto donna, ma in quanto giornalista e persona.

Ellie Rowsell, Wolf Alice

Ti sei mai sentita discriminata o hai subito episodi sessisti durante la tua carriera?

Sarah Stride:
Per fortuna no. Ho avuto però spesso la sensazione di dover faticare molto per impormi e questo alla lunga, nonostante io abbia un carattere piuttosto impulsivo e che non teme lo scontro, alle volte diventa molto faticoso.

Valerie:
Certo! Non con la frequenza di quando ero agli inizi ma capita ancora. È successo di recente che una figura dell’industria internazionale non riuscisse a capacitarsi che a guidare la Spingo fossero due donne, intendendo che siamo così brave che ci deve essere per forza un uomo dietro.

Chiara:
No, probabilmente stare all’interno di un gruppo con dei ragazzi mi ha tenuta lontana da queste situazioni. Essere l’unica ragazza del gruppo non è mai stato motivo di discriminazione ma anzi un punto di forza e tra noi si vive un clima di assoluto rispetto e parità.

Ruth e Jane:
Ruth: in quanto musiciste, a volte ci presentiamo al luogo del concerto e sentiamo commenti strani. Non voglio fare il nome dell’esibizione, ma una volta è arrivato un tecnico del suono e ha iniziato a configurare tutti i miei pedali della chitarra. Ad un certo punto gli ho detto: <<Ok amico, lo faccio io>>, e lui mi ha risposto: <<No no, lascia stare>>. Io insistevo e dicevo “No no no, ho bisogno di farlo io”, perché, insomma, quelli erano i miei fottuti pedali! E lui ancora a dire “no no, non ti preoccupare, ci penso io”. Al che gli ho detto: <<No, guarda, allontanati dalla mia roba>>. Insomma, come fai a sapere il suono che voglio?

Jane: Penso che a volte le persone si comportino così per abitudine. A volte si lascia perdere perché si pensa che siano soltanto abituati ad essere in controllo.

Ruth: Quando sei all’inizio magari lasci correre, pensi sia normale anche se è un punto di vista sbagliato. Ecco perché è piacevole essere in un gruppo di sole donne, perché si provano le stesse cose. A dire il vero, tutti i ragazzi con cui abbiamo lavorato sono stati fantastici! E’ un buon momento per lavorare nella musica. Ci sono tantissimi modi di fare successo e di condividere la propria musica, c’è voglia di scoprire musica nuova. A volte pensi che si abbia fatto un gran bel passo in avanti, ma poi in situazioni come queste ci si rende conto che c’è ancora tanto lavoro da fare. Com’è possibile pensare che una donna non riesca ad imparare a schiacciare dei bottoni?

Maria Antonietta

Ci sono sostanziali differenze tra uomini e donne nel tuo lavoro? Se sì, in quali ambiti queste discrepanze diventano più evidenti?

Cristiana:
Se ci sono differenze? C’è una maggiore presenza di uomini nelle figure di spicco? Sì, ma quante donne ci sono dietro ciascuno di loro? Un piccolo esercito operoso, fidati. Mi farei un’altra domanda: quante donne portano avanti una solida e ammirevole carriera e una splendida famiglia? Ho la fortuna di avere un compagno che lavora nello stesso settore e come me è sottoposto ad orari malsani e ritmi estenuanti e facendo i salti mortali stiamo crescendo da soli una piccola peste. Avere dei ritmi di lavoro standard ti aiuta a sostenere questa doppia vita, se hai bisogno in continuazione di esser presente sulla scena sociale tra concerti, conferenze, presentazioni ed eventi a volte devi fare una scelta.

Sarah Midkiff:
Sotto alcuni aspetti, si. Un chiaro esempio è che le fotografe donne si occupano raramente di tour.  Ha meno a che fare con il loro talento e più con il loro gender e con la mentalità delle persone incaricate di organizzare il tour. Qualche volta succede anche inconsciamente. Ho parlato con tour manager che, pianificando un tour, pensano: “beh, è una band di soli uomini e una crew di soli uomini, è normale assumere un fotografo maschio”. Qualche volta non si rendono nemmeno conto del fatto che ci siano donne interessate. Ha meno a che fare con la mancanza di interesse delle donne, e più con la mancanza di attenzione degli uomini verso la questione. Se intere touring crews fossero maggiormente composte da donne, penso vedremmo più fotografe di tour.

Nell’ambiente della scrittura e della regia, noto meno differenze. Sono sicura che altri direbbero diversamente in base alle loro esperienze. Dipende molto dal poter lavorare con grandi persone che non pensano “ma è una donna” quando assegnano la storia in copertina o ti lasciano seguire un’idea.

Chiara:
La prima cosa che mi viene in mente è che spesso c’è ancora gente che vedendo una donna salire su un palco e cantare o suonare si stupisce come se fosse un evento raro e la guarda come se dicesse “wow, questa ragazza sa fare qualcosa”. Mentre l’idea del ragazzo che suona o canta è data molto più per scontata. Non dico che sia una cosa negativa e sicuramente non pregiudicherà la carriera artistica di nessuno, ma credo che una volta per tutte anche la ragazza che suona debba rientrare nella normalità senza generare questo stupore.

 A Catherine Marks, abbiamo rivolto la domanda “Pensi che essere una donna influenzi in qualche modo il tuo lavoro?”.

Penso di si. Il mio background in architettura mi fa approcciare quello che faccio in maniera diversa. Penso alle cose molto visivamente, come in una costruzione, sono brava nel pianificare e rispettare i tempi, cose molto pratiche.

Ma ho anche molta pazienza, sono compassionevole, comprensiva e tollerante. Ma non so se siano cose specifiche dell’essere donna. Riguardo all’uguaglianza fra sessi, vogliamo avere pari opportunità, ma non so se vorrei essere trattata allo stesso modo. Siamo diverse dagli uomini, e penso sia una bella cosa. Non voglio essere uguale a un uomo, mi piace l’essere diversa. Voglio essere trattata in base alla mia personalità. Ci sono pro e contro, ma sono probabilmente di natura personale, non dipende dall’essere uomo o donna. Non ho mai una risposta concisa, perché io stessa ci penso costantemente.

The Big Moon

Ti senti supportata dalle altre donne? Pensi che serva più impegno per costruire una comunità più inclusiva?

Sarah Stride:
Moltissimo, sia da quelle che fanno il mio stesso lavoro che dalle altre. Amo lavorare con le donne, meno necessità di dimostrare, più cura e rispetto della visione altrui. Ho lavorato quasi sempre con uomini, avuto quasi sempre amici maschi e sono sempre stata più attratta e stimolata dalla competizione con la dimensione maschile. Più passano gli anni però, e più mi sento vicina e solidale alle donne che non hanno paura di esserlo, che si manifestano artisticamente con una forte identità e che sanno quanto la parità con l’altro sesso non può arrivare cercando un’imitazione ma al contrario sapendo muoversi con intelligenza nelle differenze.

Ruth e Jane:
Jane: c’è un gruppo Facebook che si chiama “Ladies/Music/Pub” e all’inizio erano in 20 – ora sono più di 930 iscritti.

Ruth: organizzano eventi e incontri in cui parlano dell’essere donna nell’industria musicale e condividono le loro storie. È una comunità fantastica, provate a scrivere di questo articolo nel gruppo: ci sono così tante persone da etichette discografiche, radio, eventi, musiciste.

Valerie:
Assolutamente sì. Faccio parte di una comunità internazionale che si chiama SheSaidSo. Siamo una rete di donne che lavorano nell’industria musicale in tutto il mondo – manager, artiste, produttrici, giornaliste, editori, discografiche – che si scambiano consigli e si riuniscono per discutere di temi sia lavorativi (brainstorming, scambio di contatti, opportunità di lavoro) che temi di sessismo, prevenzione e salute mentale. Si sono nel tempo create dei gruppi paralleli per le mamme che lavorano in discografia e anche i gruppi locali con sedi in diverse città. Invito tutte le donne che lavorano nel nostro settore in Italia ad iscriversi, sarebbe bellissimo aprire un gruppo e una sede anche qui.

Chiara:
È una cosa a cui non avevo mai pensato ma credo di sì. Per quel che riguarda il mondo della musica, la presenza della donna è sempre stata forte e ed ha avuto grande supporto, ma penso che per avere una comunità sempre unita e omogenea l’impegno debba essere costante nel tempo, se non sempre maggiore.

Catherine:
Si. Penso che prima non fosse così comune supportarsi a vicenda fra donne, ma sta cambiando. Penso che sia il condizionamento sociale o una questione generazionale: qualunque cosa ci abbiano detto da bambini, ora sta cambiando.

Le molestie, penso siano un problema separato, è qualcosa che succede ovunque, non è una caratteristica di una particolare industria ed è disgustoso. E sì, l’industria della musica era ed è dominata da uomini, ma è perché le donne si sentono come se non fossero in grado? O perché non si sono opposte? Hanno cominciato per poi lasciare perdere? È perché non hanno figure di riferimento? O è riconducibile al fatto di avere meno possibilità di farsi una famiglia? Che è una cosa che nessuno vuole sentirsi dire, ma potrebbe essere una delle ragioni. Anche questo sta cambiando, quando si riesce a far funzionare una famiglia insieme a una carriera, ma è lo stesso in tutti i settori per le donne.

Ibeyi

Qual è la cosa più fastidiosa che le persone ti chiedono/dicono in quanto donna che lavora in questo ambiente?

Valerie:
La cosa più fastidiosa penso per qualsiasi donna, in qualsiasi ambiente, sono gli ammiccamenti che alcuni uomini si permettono di fare “con simpatia”. Se ne parla tantissimo adesso, anche in Italia, grazie ai movimenti #MeToo e #TimesUp ma nei paesi anglosassoni alcune delle prime cose che impari quando entri nel mondo del lavoro è che questi comportamenti non sono assolutamente tollerabili.  Ho avuto la fortuna di iniziare questo lavoro con un capo che mi ha sempre trattata come essere umano e non come donna e questo è stato fondamentale per farmi sentire sicura di me stessa e del mio operato.

Chiara:
Una volta mi hanno chiesto “perché non attiri di più l’attenzione su di te”? Sono per natura molto timida ma anche egocentrica quanto basta, per cui mi piace stare al centro dell’attenzione, ma per farlo ho bisogno di essere me stessa, voglio che chi mi sta attorno mi guardi per come sono e non per come vorrebbero che fossi! Gli stereotipi di donna che ci suggeriscono la tv ed internet sono illusori e alienanti, per essere apprezzati non c’è bisogno di indossare una maschera o le vesti di una persona che non esiste.

Raffaella:
Mi irritano, in generale, le domande e le affermazioni in cui si dà per scontato che tutte le donne siano uguali, basate su un’idea stereotipata della donna. Ahimè, devo constatare che mi vengono rivolte sia da uomini sia da donne.

Catherine:
Questo non è un lavoro in cui puoi essere molto emotiva, ma io lo sono. Se una band o un artista stanno passando un brutto periodo, essere di supporto fa parte del lavoro. E nessuno sarà mai cordiale 24/7, devi permettere alle persone di sentire quello che hanno bisogno di provare in modo da ottenere una buona performance. Ci sono momenti in cui piangevo perché prendevo tutto sul personale. Una volta imparato che non ha niente a che fare con me, allora è tutto ok, perché riguarda le loro paure e le loro frustrazioni. Anche adesso ogni tanto penso “non so come sentirmi riguardo a quel commento”, ma sono sicura che un uomo si sentirebbe esattamente nello stesso modo. È qualcosa legato alla personalità, gli uomini possono essere ugualmente sensibili e devi essere in grado di leggere le situazioni e le persone molto bene.

Sarah Midkiff:
Gli uomini che insinuano di come sia avanzata nella mia carriera flirtando, o di come sia facile perché sono attraente. Mi viene spesso chiesto con quale membro del gruppo abbia una relazione. Ad essere onesti, non è così fastidioso. Spesso sono i fan nel pubblico a chiederlo, o vedendomi entrare ed uscire dal locale con la band mentre sono in fila, o quando mi vedono stare vicino al palco dalle transenne. Non mi offendo, visto che non conoscono né me né cosa faccio, e mi vedono solo passare del tempo con il gruppo. I fan non lo dicono con cattiveria. Penso comunque che non succederebbe lo stesso se fosse un uomo a passare del tempo con la band. A volte la sicurezza mi ferma quando cerco di entrare nel backstage anche se ho un AAA pass. Mi vedono e presuppongono giovane donna allo show: fan o fidanzata, non giovane donna allo show: una fan o forse qualcuno che lavora con il gruppo.

Uno dei lavori di Sarah Midkiff

Pensi che la situazione stia cambiando? Come?

Raffaella:
Non saprei. Vedo uomini e donne più consapevoli, altri meno, altri per niente. Campagne come quelle favorite dal caso Weinstein hanno avuto il merito di aver puntato i riflettori su un problema grave e che fa rabbia, quello delle molestie sessuali; ora, però, penso ci sia bisogno di lucidità da parte di noi donne (oltre che di autocritica da parte degli uomini, naturalmente). Non dimenticarsi mai del retaggio culturale sicuramente sessista che ci portiamo appresso è fondamentale, ma sono anche convinta che sostenere una visione del mondo basata sull’idea che le donne siano le vittime e gli uomini i carnefici crei divisioni e distanze tra noi e loro che non giovano alla causa. Isolare chi discrimina o molesta o peggio è un nostro dovere, da assolvere tutti, uomini e donne insieme. Riconoscere che in tutti noi ci sono una parte femminile e una maschile, averne consapevolezza e trovare un equilibrio è un compito arduo in una società che ogni giorno ti mette di fronte alla violenza e al sessismo, ma per me è l’unica risposta, non dico possibile, ma lungimirante, ai fini di un cambiamento autentico. Io di uomini sensibili all’argomento che possono lottare con noi donne per raggiungere questo obiettivo ne conosco e non ho voglia di ritrovarmi contro pure loro.

Valerie:
Penso di sì, vedo più donne in posizioni interessanti, soprattutto nelle aziende global (Spotify, Amazon, Google) e sono donne davvero in gamba.  Viviamo in un paese per vecchi però quindi passerà ancora molto prima che ci sia un cambiamento vero. Ma passo dopo passo cambieremo il mondo.

Raissa:
Certo, sta cambiando e molto, molto velocemente. Anche in paesi molto più conservativi come in Italia cominciamo a vedere qualche risultato sostanziale. Credo che con l’avvento di internet le comunità si siano molto avvicinate e, soprattutto a livello musicale, il contatto con persone e musicisti di diversi paesi e continenti sembra oramai parte delle nostre esperienze giornaliere. Le idee positive si diffondono velocemente e l’attitudine generazionale cambia a sua volta in modo davvero radicale ogni giorno. Se prima non era possibile venire a conoscenza di così tante band che supportano la scena LGBT, adesso se ne parla e si affrontano le minorità.

Sarah Midkiff:
Penso stia cambiando, solo non alla velocità che mi piacerebbe o alla quale dovrebbe andare. Alla fine, l’industria della musica è un business. Se non dare pari opportunità alle donne non significa perdere soldi, non è una cosa a cui daranno la priorità. In questo momento, ci sono moltissime donne che dimostrano giorno dopo giorno di poter creare lavori stupendi con o senza pari opportunità. Nutro molto rispetto per questo. Pensa alle cose che potremmo essere in grado di creare quando avremo finalmente delle pari opportunità stabili. Sono molto eccitata per quando succederà.

Cristiana:
É un ambiente dove non esistono certezze quindi sistematicamente sì, ma è tutto frutto di una lenta evoluzione della società e di caduta di stereotipi. Ho avuto la fortuna di lavorare per l’Orchestra Verdi quando arrivò Xian Zhang: questa donna non solo ha rotto mille stereotipi diventando una direttrice per lo più cinese, ma ha anche diretto un intero concerto praticamente con le prime doglie in corso, partorendo nella notte a casa. Questa è dedizione al proprio lavoro.

Catherine:
Potrei sbagliarmi, ma mi domando se ci troviamo in un periodo di transizione dove, si, forse vedere una donna nella mia posizione era una grossa sorpresa 5 anni fa, ma ora è un po’ meno una sorpresa. Ma non sarebbe fantastico se la sorpresa fosse l’essere allo stesso tempo una donna e fottutamente brava? Non sto dicendo che le donne non possono essere brave, è lo stesso con gli uomini. Quando lavoro con degli uomini fottutamente fantastici è molto bello.

È molto importante continuare questa conversazione, ecco perché ho voluto farla. In un certo senso, sono l’unica a fare ciò che faccio, ma sento che la situazione sta cominciando a cambiare. Sento di qualcuno a Los Angeles, di qualcuno in Australia, e le contatto… è fantastico! Servono più donne come noi, non per un semplice fatto di “viva le donne!”, ma fare musica è questione di prospettiva, quindi sarebbe ideale una prospettiva maschile e una femminile. E anche per dare agli artisti la possibilità di scegliere il produttore che vogliono. Per me, avere queste due prospettive è fantastico.

Penso ci sia bisogno di scrivere di più riguardo alle donne toste. E come hai detto, “non puoi essere ciò che non puoi vedere”, quindi se potessimo far vedere alle nuove generazioni che queste sono vere donne di successo che lavorano nell’ingegneria, mixaggio, produzione e tutti gli altri campi, sarebbe un bel modo di cominciare.

Articolo a cura di Alessia Nosari, Federica Di Gaetano, Maria Vittoria Perin. Si ringrazia Davide Tuccella per le traduzioni.

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