Back to the 90s: 10 album che hanno fatto la storia degli anni ’90

by Sofia Bartalotta

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Probabilmente molti di quelli che stanno leggendo quest’articolo ricollegano gli anni ’90 alla propria infanzia o alla propria adolescenza, al walkman o ai floppy disk. Erano gli anni   del bungee jumping e dei ciucci colorati, degli zaini Invicta e delle situation comedy generazionali, degli autoscontri e del Tamagotchi, delle rotelle allineate sui pattini e arrovellate nei pacchetti di liquirizie; si calzavano con fierezza le Dr. Martens, i parka, le scarpe con le luci e le collane girocollo di velluto; si ballava la dance, mentre si ascoltavano Oasis e Take That, Spice Girls e Backstreet Boys; si guardavano Friends, le videocassette della Disney, e si giocava col Crystal Ball e le carte Uno. Questa decade ci ha lasciato davvero un’eredità musicale preziosa. E’ in questo periodo che esplodono le icone pop, il grunge, il metal, il britpop, l’elettronica, la techno e la dance. I dischi erano accompagnati da un merchandising che spaziava dai poster ai gadget, agli adesivi da attaccare sul diario. Gli amanti della musica erano spesso divisi in fazioni tra chi preferiva gli Oasis e chi i Blur, chi ascoltava metal e chi andava in discoteca. L’uscita dell’ormai leggendario Unplugged dei Nirvana sembrò poi mettere d’accordo quasi tutti, sia i ragazzini dai capelli lunghi e le camicie a quadri, sia quelli in canottiera bianca e tatuaggi maori.

Insomma, riascoltando quelle canzoni chi non ha mai sognato di tornare indietro nel tempo e ritrovarsi a ballare nei locali più blasonati dell’epoca, al concerto degli Oasis a Knebworth nel 1996, o magari essere tra i primi a comprare Nevermind dei Nirvana? Proprio per aiutarvi a fare questo viaggio nel tempo non possiamo che elencare 10 dei migliori album degli anni ‘90, album che è praticamente impossibile non consumare.

Nirvana – Nevermind, 1991

Il 1991 fu un terremoto. All’improvviso arrivò un’esplosione inaudita, e dai più non prevista, provocata dalla voce di Kurt Cobain, che preannunciava che gli anni ’90 sarebbero stati degni di essere vissuti. I Nirvana, poco più che uno sconosciuto gruppo di giovani sbandati dalla fredda e anonima periferia di Seattle, erano al primo posto delle classifiche di vendita degli album con Nevermind, che apre questa decade con l’immagine di un neonato che nuota per conquistare il suo dollaro. Il grunge diventa genere musicale e manifesto di un’intera generazione, che trova in Cobain il suo portavoce, un leader insicuro e introverso che porta sul palco tutta la rabbia che può derivare dall’emarginazione, dal sentirsi incompreso e fuori luogo. Nevermind: non ci pensare, non importa. In effetti, quando si mette per la prima volta questo disco nello stereo, si ha la sensazione di non aver pensato nulla di buono nella propria vita. Nevermind è qualcosa di più di un disco. È rabbia, inquietudine, dolore, atroce dolore. La voce graffiata, sofferente ma allo stesso tempo arrabbiata di Kurt ci accompagna per tutto l’album, che si apre con il pezzo più noto dei Nirvana: Smell Like Teen Spirits. Il brano diventa un vero e proprio inno, un atto di ribellione, di rivincita contro tutte quelle insicurezze e forme di disagio interiore che porta con sé l’adolescenza. A impreziosire ancora di più l’album troviamo altri brani come Come As You Are, che ci ricordano che il dolore non è solo rabbia. La canzone, con il suo giro di basso inconfondibile e le sue atmosfere stranianti e quasi oniriche, ancora una volta cerca di rispecchiare l’interiorità di Cobain, l’insicurezza di Kurt a relazionarsi con gli altri sebbene sia comunque pronto ad accettarli. È impossibile non citare anche Lithium, Polly e Something In The Way. Lithium è una vera e propria gemma sospesa tra la melanconia e l’incisività del ritornello. La canzone parla della storia di un uomo che scopre la religione come ultimo rifugio dopo la morte della sua ragazza, mentre il nome del brano è generalmente attribuito all’uso del litio come stabilizzatore dell’umore. Il testo è spesso interpretato come una descrizione del disturbo bipolare, a cui corrisponderebbe lo stesso andamento volubile della canzone. Altra interpretazione suggerita fu quella del racconto dal punto di vista di un personaggio schizofrenico, che qualcuno ipotizzò basandosi su frasi del testo quali «I’ve found my friends, they’re in my head». Polly altra gemma dell’album, catapulta l’ascoltatore in una dimensione più armoniosa e cantautorale, è contraddistinta dall’ammaliante voce di Kurt che per le liriche trovò ispirazione da un fatto realmente accaduto a Tacoma nel giugno del 1987: una ragazza di 14 anni tornando da un concerto punk venne rapita da un uomo che l’appese a testa in giù, la violentò e la torturò. La ragazza riuscì fortunatamente a scappare ed il delinquente fu arrestato. Something In The Way, ritorna nella sfera autobiografica, intima ballata acustica che si riferisce ad un periodo difficile della vita di Cobain, costretto a vivere sotto il ponte di Aberdeen perché cacciato di casa.

 

Pearl Jam – Ten, 1991

Tra il ’91 e il ’92 non si fa altro che parlare di Seattle e del grunge. Ed è nel calderone del grunge che vanno a finire pure i Pearl Jam, assieme ad altri storici nomi come Nirvana, Alice In Chains, Soundgarden, e Smashing Pumpkins. Che cos’hanno in comune questi gruppi? Ben poco, a conti fatti. Grunge vuol dire tutto e niente. Il grunge è una tendenza, un atteggiamento, un movimento culturale, più che musicale. L’arrivo dei Pearl Jam sulla scena musicale è salutato dagli amanti del rock come l’avvento del messia. Commercialmente parlando, Ten è un successo clamoroso, che nel giro di due anni arriverà a vendere oltre 12 milioni di copie solo negli States, superando addirittura Nevermind dei Nirvana. La forza dell’album è il suo essere (ancora oggi) così incredibilmente anacronistico. Niente contaminazioni tra punk e hard-rock come i Nirvana. Nessuna incursione nel metal come gli Alice in Chains. I Pearl Jam riportano in vita, anche nel modo di atteggiarsi sul palco, l’hard-rock degli anni ‘70. Ascoltando i loro pezzi tornano in mente gli Who, i Led Zeppelin, gli Aerosmith. Nessuna sperimentazione: le canzoni di Ten sono perfette nella loro semplicità. Molto spesso costruite attorno a un unico riff di chitarra, estremamente melodiche e mainstream, sembrano fatte apposta per riempire le arene. Ogni pezzo contenuto in questo lavoro è una storia, cantata dalla voce roca, priva di indulgenza, fiera e pienamente, tradizionalmente rock di Eddie Vedder e costruita sui riff delle chitarre, spesso in grado di dare l’impressione di una jam session, come nella migliore tradizione dell’improvvisazione.

 

Smashing Pumpkins – Siamese Dream, 1993

Siamese Dream è uno degli album che sintetizza al meglio il suono degli anni ‘90. Un hard rock moderno e variegato, in cui le tenebrosità di matrice sabbathiana sono filtrate attraverso la freschezza del grunge e soprattutto illuminate dai riflessi di un caleidoscopio psichedelico e new wave, un continuo alternarsi di luci ed ombre. L’anima più schiettamente romantica di Corgan emerge felicemente in alcune ballate, che spezzano la tensione nei punti giusti. Sia negli acquerelli a lume di candela, Luna e Sweet Sweet, sia nel toccante requiem acustico di Spaceboy, Billy conferma la sua versatilità di autore. Siamese Dream finisce dunque col trovare una sua dirompente originalità suonando più riflessivo, atmosferico e maturo di molte bande ad esso contemporanee. La voce di Corgan, in particolare, si rivela manifesto di un disagio sottile, il cantato riesce a suonare efficace senza mai svelarsi completamente alla ricerca di uno stile, o cedendo alla tentazione dell’etichetta. Fra le trame vorticose di accordi semplici, si nasconde dunque uno spessore nuovo per il genere, una profondità da scoprire tra le righe.

 

Oasis – Definitely Maybe, 1994

Per nostra fortuna nell’agosto del ’94 gli Oasis debuttano con il loro primo album, l’ossimorico Defintely Maybe (Decisamente Forse), dal carattere potente, fresco, immediato e spontaneo. Ascoltare questo disco significa praticamente vivere gli anni ’90. Liam Gallagher con la sua voce tagliente, canzoni semplici e dal ritornello coinvolgente conquista subito le nostre orecchie e il nostro cuore. I fratelli Gallagher promuovono un nuovo modo di essere, di comportarsi, risultano antipatici e ribelli a costo di non tradire se stessi: dalle loro canzoni traspare questa voglia di emergere, questa strafottenza che dalla working class di Manchester li porta al numero uno delle charts inglesi. I due litigiosi fratelli da subito si presentano sulla scena come l’antitesi del rock della prima metà degli anni ’90: alla cupa semplicità del grunge di maggior successo, ormai segnato dal suicidio di Cobain, contrappongono un manierismo rock ‘n’ roll ultramelodico; alla tematica della depressione si avvicenda una sincera voglia di vivere e di avere la meglio su qualsiasi difficoltà. Questo nuovo sentimento trova sicuramente come manifesto il brano Live Forever, che diventa emblematico già a partire dal titolo e dalla frase “Maybe I just wanna fly, wanna live, I don’t wanna die”. Successivamente lo stesso Noel Gallagher ha affermato di aver scritto la canzone in contrapposizione a quella dei Nirvana, I hate myself and I want to die. La forza trascinante delle loro canzoni contribuisce a creare quella che già si profilava come un’autentica Oasismania, spinta anche da media entusiasti per aver finalmente trovato eroi per un popolo, quello britannico, al quale ormai da tempo mancava un punto di riferimento musicale che sapesse così ben interpretare lo stile di vita della working class, fatto di risse, ansie per un futuro incerto, bevute al pub dopo frustranti giornate di lavoro, crisi di coppia consumate nelle grigie giornate delle suburbie inglesi, ma anche un grandissimo desiderio di rivalsa e una selvaggia voglia di vivere e divertirsi, condizione che viene perfettamente raccontata nel brano Cigarettes & Alcohol. L’album si apre con Rock ‘n’ Roll Star, con la quale gli Oasis si autoproclamano come nuove rock star del decennio, e probabilmente basterebbe anche solo questo brano per farci amare i Gallagher. Le chitarre iniziali ti fanno venire voglia di urlare a squarciagola la frase che apre il pezzo, “I live my life in the city there’s no easy way out”, in qualunque luogo tu lo stia ascoltando. In Supersonic, altro brano dell’album, ancora una volta viene messa in chiaro la filosofia della band: “I need to be myself, I can’t be no one else”. La piena accettazione di sè stessi porta questa sicurezza e questa volontà di mostrarsi per quello che si è, nel bene e nel male, a diventare un marchio di fabbrica della musica e anche dei fan degli Oasis. Sembra quasi che con la frase iniziale di Supersonic, che nel videoclip viene cantata dai tetti delle case londinesi, i due di Manchester ci vogliano dire: “ Noi siamo fatti così, se vi piacciamo bene, altrimenti non cambieremo per voi.”

 

Suede – Dog Man Star, 1994

Senza essere mai entrati in uno studio di registrazione i Suede erano già famosi nel circuito londinese come la real next big thing, un po’ per le affidabili credenziali di chi li aveva visti esibirsi nei club, ma anche per la presenza dietro i tamburi di Mike Joyce (l’ex Smiths verrà sostituito dopo appena un promo registrato, oggi rarità del mercato collezionistico). Ma i Suede non si lasciano intimidire dalle entusiastiche recensioni o dalle cospicue vendite ottenute con l’esordio, con ponderata caparbietà alzano il tiro, dando libero sfogo alla vanità delle loro ambizioni. Dog Man Star si presenta come un album appassionato, teatrale e depravato, in cui troviamo tracce neo glam dal retrogusto funesto, come We Are The Pigs e Heroine, liriche che fanno riferimenti a droghe sintetiche e sesso take away, ma soprattutto un cantato ambiguo e ammiccante che è impossibile non ricollegare al Bowie di vent’anni prima. Non mancano numeri di cristallino pop, come l’atmosferica The Wild Ones, la crepuscolare The Two of Us o la tenera The Power. Canzone simbolo è probabilmente Black Or Blue, densa e languida love-song sullo sfondo di una Londra degradata, da cui cercare una via di uscita all’imbocco per Heathrow. Un po’ sopra le righe, come è stata tutta la carriera del gruppo del resto. L’immaginario dei testi scritti da Brett Anderson è veramente ampio: Londra e la solitudine delle sue periferie di mattoncini rossi, le sue strade solcate da auto veloci guidate da personaggi dissoluti in cerca di riscatto e le ambigue abitudini, sessuali nonché chimiche; tutte queste immagini sembrano essere evocate dalle canzoni dei Suede.

 

Blur- Parklife, 1994

Nello stesso anno di Definitely Maybe, i Blur, degni antagonisti degli Oasis, ci presentano Parklife. Lanciato dai singoli spaccaclassifiche Girls & Boys e Parklife, l’album è un susseguirsi di citazioni e rimandi al passato rilessi sapientemente dal quartetto, uno sforzo tecnico e creativo non indifferente per uno dei tre dischi cardine del movimento Britpop e non solo. Beatles e Kinks ovviamente pervadono il disco nella sua totalità, in maniera ancora più smaccata negli intermezzi strumentali come lo pseudo-valzer The Debt Collector; in Far Out un elenco di nomi senza nessun apparente significato riporta alla mente il nonsense in musica della Sun King di Abbey Road. Il disco dimostra di essere molto diverso dai precedenti della band inglese, diversità che probabilmente deriva dallo stretto contatto con la cultura americana, a cui il gruppo si avvicina durante un tour d’oltreoceano. Questo scontro tra la cultura britannica e quella statunitense darà vita ai personaggi che popolano le storie di Parklife, incarnazioni della forte influenza che lo stile di vita americano stava avendo sugli europei. L’album si muove tra slanci satirici e tratti intimistici, proprio la canzone Girls & Boys passa dall’essere caricatura delle abitudini sessuali nei luoghi di villeggiatura di massa a inno della nuova libertà. Parklife si presenta come una sorta di raccoglitore contenente tutti gli aspetti della nuova generazione, che vive quel decennio e che si confronta con i nuovi cambiamenti culturali e tecnologici. La paranoia di fine millennio che troviamo in End Of A Century (“We all say “don’t want to be alone”, we wear the same clothes ‘cause we feel the same, we kiss with dry lips when we say goodnight. End of a century, oh It’s nothing special”), la pornografia, la televisione, il divertimento forzato come distrazione dal presente, il salutismo spinto e la perdita di sè stessi, sono i temi su cui si basa la narrazione di tutto il disco.

 

Pulp – Different Class, 1995

Non vogliamo avere problemi, vogliamo soltanto avere il diritto di essere diversi. Questo è tutto: questo  il messaggio che si trova sul retro del booklet interno alla confezione dell’album, ma anche il messaggio di fondo di tutte la canzoni che ne fanno parte. Il 1995 si rivela l’anno della definitiva consacrazione dei Pulp. Cocker, l’outsider per antonomasia, quasi non ci crede di essere davvero catapultato sotto i riflettori. Stupore che si tramuta in satira nel singolo Common People. Attraverso il divertito racconto di un incontro risalente al 1988 con una studentessa greca proveniente dall’alta borghesia, ma con la pretesa di voler appartenere alla “gente comune”, Jarvis scrive il suo inarrivabile capolavoro, smascherando i vizi di un’Inghilterra ricca e annoiata. Ma la vera riscossa degli emarginati arriverà nell’autunno dell’anno successivo, con la pubblicazione di Different Class. L’album è anticipato dal doppio Lato A Mis-shapes/ Sorted For E’ & Wizz. Mis-shapes è il più diretto tra gli attacchi che Cocker porta al sistema di classe inglese. Più in generale, le riflessioni su amore e sesso sono uno dei temi ricorrenti dell’album. A metà scaletta troviamo la ballad Something Changed che descrive la casualità degli incontri che cambiano la vita (Where would I be now if we’d never met? Would I be singing this song to someone else instead?). Sarà il quarto e ultimo singolo estratto, pubblicato nel marzo del 1996 con il b-side Mile End, brano poi inserito nella colonna sonora di Trainspotting.

 

The Verve – Urban Hymns, 1997

La vita è una sinfonia dolceamara, e a saperlo per primo è proprio chi ha cantato quel famoso refrain: Richard Ashcroft. Dopo un esordio neo – psichedelico, Urban Hymns è il naturale seguito dei precedenti album, il completamento di un percorso musicale, se vogliamo anche parzialmente influenzato dalla moda del momento: Il Britpop. L’album arriva dopo un periodo turbolento per la band. C’erano stati uno scioglimento, una ricostituzione e la separazione dal chitarrista Nick McCabe, che rientrò nel gruppo a session iniziate. Il sound psichedelico dei dischi precedenti lascia spazio a canzoni più accessibili, nate dalla predilezione del cantante Richard Ashcroft per la forma cantautorale. Urban Hymns è anzitutto il disco di Bitter Sweet Symphony, la canzone con uno dei testi più deprimenti dell’ epoca e il campionamento della versione orchestrale di The Last Time dei Rolling Stones, che per questo porteranno i Verve in tribunale, lasciandoli in mutande. Probabilmente tutti conoscono il video della canzone con Ashcroft che cammina da solo sul marciapiede, perso nei suoi pensieri, spintonando chiunque gli venga incontro e il testo che dice: “È una sinfonia dolceamara, questa vita, cerchi di far quadrare i conti, diventi schiavo dei soldi e poi crepi”. Un blues per gli anni ’90 formato da 110 tracce sovrapposte, o così dice il cantante. Ma Urban Hymns è anche l’album delle ballate The Drugs Don’t Work, Lucky Man, Sonnet, alternate a momenti più caotici che rimandavano alle jam del passato prossimo come The Rolling People. Con Urban Hymns, Ashcroft si presenta come l’ultimo difensore del Britpop.

 

Foo Fighters – The Colour and the Shape, 1997

La storia narra che tutto naque con un Dave Grohl sconfitto e devastato dalla morte di Cobain e che dopo la pubblicazione di Pocketwatch con lo pseudonimo Late! su un paio di musicassette, rimase in silenzio, relegando la musica in un cassetto; fino a quando non decise di mettere insieme una band che avesse veramente il suo colore e la sua forma. The Colour and the Shape, trainato dall’esplosivo singolo Monkey Wrench, raggiunge la terza e decima posizione in classifica, rispettivamente nel Regno Unito e negli States. Grazie ad un’azzeccata scelta dei singoli, oltre al brano citato, la celebre hit Everlong, la più che debitrice ai Pixies e alla loro Where Is My Mind, My Hero, e l’atipica veste acustica di Walking After You, come ad un gusto particolarmente spiccato per la realizzazione di efficaci video musicali, che puntualmente finivano in regolare rotazione su MTV, l’album ed il suo apprezzamento finirono ben presto per accrescersi in maniera rilevante, sancendo la definitiva affermazione della band americana ai vertici della musica internazionale.

 

Radiohead – Ok Computer, 1997

Quando nel 1997 esce Ok Computer i Radiohead sono considerati a pieno titolo una band Britpop. In effetti, dopo l’intimista e quasi totalmente acustico The Bends, la band di Oxford si è qualificata come capofila di questo filone della musica britannica, in cui l’ispirazione alle melodie degli Smiths sorregge interi album. Ma i Radiohead sono stanchi di questo ruolo. Per molti sono solo “quelli di Creep“, inno adolescenziale, che nel 1993 li ha lanciati sulla scena. È giunto il momento di cambiare, e Ok Computer segna una svolta non da poco nella loro musica, non una cesura con il recente passato, ma un graduale avvicinamento a stili sonori totalmente diversi. Oltre al capolavoro Paranoid Android, introdotto da quattro piccoli bip, il brano che racchiude il significato più profondo dell’album è Subterranean Homesick Alien che nel titolo richiama un vecchio pezzo di Bob Dylan e con la sua dolce e malinconica melodia sviluppa il concetto di alienazione, predominante in tutto Ok Computer. Questo sarà l’ultimo disco dei Radiohead prima della svolta elettronica di Kid A / Amnesiac, un disco di canzoni venate da una malinconia di fondo quasi disarmante, leggero e duro, dolce e amaro allo stesso tempo.

 

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