5 serie tv da recuperare assolutamente se amate l’indie

by Federica Di Gaetano

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E’ estate e per noi appassionati di serie tv questo è un periodo decisamente morto, dato che in linea di massima tutte le nostre serie del cuore sono in hiatus fino a settembre. Per non parlare del fatto che il caldo è decisamente insopportabile e il pc si surriscalda a tempo zero, per cui rimanere incollati davanti allo schermo per più di un’ora senza sciogliersi e recuperare prodotti che contano molte stagioni e/o episodi piuttosto lunghi è impensabile. C’è un’unica alternativa se si vuole evitare di trascorrere gli infiniti pomeriggi d’agosto a fare zapping, per poi finire come tutte le estati dalla vostra nascita a questa parte a riguardare con aria annoiata e anche un po’ infastidita l’ennesima replica di un episodio a caso, di una stagione a caso di Dawson’s Creek: armarsi di santa pazienza e spulciare tutti i cataloghi delle piattaforme on demand e le liste dei siti di streaming alla ricerca di qualcosa che sia allo stesso tempo breve, fresco, avvincente e, possibilmente, non abbia per protagonisti dei trentenni che giocano a fare i teenager.

Dato che l’estate rende tutti più pigri, ho deciso di mettere a vostra disposizione i frutti delle mie ricerche degli anni passati e fornirvi una breve lista di cinque titoli che forse non conoscete e che sono assolutamente imperdibili se siete appassionati di musica indie (e se siete capitati su NoisyRoad almeno un pochino dovete esserlo), se i personaggi giovani e super hipster vi lasciano incollati davanti allo schermo con gli occhi a cuoricino e se avete un feticcio per le ambientazioni tipicamente british e per le storyline dolci amare.

 

My Mad Fat Diary (3 stagioni, per un totale di 16 episodi)

Se sentite la mancanza di Skins e, come me, nonostante siano passati anni siete ancora in lutto per la deriva presa dalle ultime stagioni, questa è sicuramente la serie che fa al caso vostro. Cruda, drammatica, tagliente e allo stesso tempo ironica e commovente: My Mad Fat Diary ha il pregio di essere tutto questo e molto di più. Personalmente ho avuto la fortuna di essere nel pieno della adolescenza durante gli anni della messa in onda e me ne sono innamorata, ma sono piuttosto sicura che possa essere apprezzata anche da chi non è più tanto giovane, ma ha un po’ nostalgia degli anni ’90 e della scena musicale dell’epoca.

Serie british iniziata nel 2013, è ambientata tra il ’96 e il ’98 a Stamford e ha per protagonista Rae, una diciassettenne clinicamente obesa che ha trascorso quattro mesi in un ospedale psichiatrico dopo aver tentato il suicidio; insomma, non proprio il canone di ragazza che siamo abituati a vedere in tv. La serie trasuda anni ’90 da tutti i pori, in particolar modo per quanto riguardo la sua splendida colonna sonora (che potete trovare qui): MMFD non sarebbe lo stesso prodotto se venisse privato della componente musicale. Non si tratta di una semplice colonna sonora che fa da sottofondo alle scene, ma è in grado di evidenziare gli stati d’animo dei protagonisti e permette di immergersi a pieno nel contesto socio-culturale dell’Inghilterra di fine anni ’90. Il genere prediletto da Rae e dal suo gruppo di amici è il brit pop e nel corso degli episodi si spazia continuamente dagli Oasis ai Blur, dai Cure ai Radiohead. La musica ha un ruolo chiave anche a livello di trama, poiché molti eventi chiave, nel corso delle stagioni, si verificano grazie alla musica (per fare un esempio: Rae riesce a legare con i suoi amici grazie ai brani che seleziona da un jukebox).

 

The End of The Fucking World (1 stagione, per un totale di 8 episodi, disponibile su Netflix)

Se c’è una cosa di cui sono molto contenta è di essermi goduta The End of  The Fucking World diversi mesi prima che approdasse su Netflix e che il mondo intero iniziasse a parlarne ininterrottamente, in genere senza vie di mezzo: gridando in modo piuttosto azzardato al capolavoro oppure sputandogli addosso un odio che trovo francamente esagerato e piuttosto immotivato. Inutile dire che io, forte della mia innegabile attrazione per le serie di Channel 4, i vestitini vintage, i personaggi complessati e incazzati con il mondo intero e anche per il protagonista Alex Lawther (che ho visto dal vivo e posso confermare avere la faccia di uno che sta premeditando un omicidio anche nella realtà), credo sia un piccolo gioiellino.

La serie prende spunto dall’omonima graphic novel di Charles Forsman e ha per protagonista James, un diciassettenne che uccide gli animali per hobby e vuole provare a fare lo stesso con un essere umano: la sua scelta cade su Alyssa, una sua coetanea piuttosto problematica. Ma quando lei gli propone di fuggire insieme per evadere dalla sua realtà familiare, i due partono per un road trip sconclusionato attraverso l’Inghilterra.

La colonna sonora è grandiosa: oltre ad una serie di canzoni originali firmate da Graham Coxon, chitarrista dei Blur, sono presenti brani che spaziano dal country al blues, dal soul al rock americano fino all’indie più recente. Ci sono pezzi immediatamente riconoscibili e che permettono al pubblico di fare un salto nel passato, come I’m Sorry di Brenda Lee, ma c’è spazio anche per canzoni più recenti, come ad esempio la dolcissima e malinconica We Might Be Dead By Tomorrow  dell’artista francese Soko oppure la cover di Mazzy Star di Five String Serenade.


 

SKAM ITALIA (1 stagione, per un totale di 11 episodi, disponibile su Tim Vision)

Avete presente tutti i teen drama figli del già citato Dawson’s Creek a cui tutti noi figli degli anni ’90 siamo stati abituati fin da bambini? Quelli dove gli adolescenti hanno palesemente superato i sedici anni da un pezzo, sono tutti bellissimi, non hanno un brufolo nemmeno a cercarlo con la lente d’ingrandimento, non si capisce come sia possibile ma sono perennemente a scuola senza mai fare lezione? Ecco, eliminate tutto questo dalla vostra testa e otterrete SKAM. Si tratta di una web serie norvegese a bassissimo budget, nata nel 2015 grazie a Julie Andem, che ha per protagonisti gli studenti della Hartvig Nissen, un liceo situato in un quartiere molto ricco di Oslo. Grazie alle dedizione di un paio di fan norvegesi che giornalmente si sono occupate di caricare su Google Drive (si, davvero) gli episodi sottotitolati in inglese, la serie ha iniziato a spopolare su Twitter, in particolar modo con la terza stagione, che ha per protagonisti Isak e Even.

Il successo è stato travolgente e in brevissimo tempo SKAM ha iniziato a fare il giro del mondo, tanto che ne sono stati acquistati i diritti per realizzarne dei remake, portando così alla nascita delle versione americana, francese, tedesca e italiana. Personalmente, quando ho letto che sarebbe stata realizzato SKAM Italia ho un po’ storto il naso, dato che nel nostro paese sembra essere impossibile realizzare dei prodotti televisivi per e con adolescenti che esulino dai canoni della fiction e quelle poche volte che ci hanno provato i risultati sono sempre stati piuttosto scarsi; ve li ricordate I Liceali? In caso di risposta negativa, meglio così.

La realizzazione del remake è stata affidata a Ludovico Bessegato, il quale è riuscito a inquadrare in modo finalmente realista e mai esageratamente drammatico la quotidianità di un gruppo di adolescenti romani.
Fra i punti forti della versione italiana c’è sicuramente la colonna sonora: tralasciando qualche picco di sano trash, apportato da Britney Spears, Dark Polo Gang e Baby K, a fare da padrone è sicuramente l’indie italiano, non solo con brani più mainstream come Happy Days di Ghali, Non Finirà de I Cani, Ti amo il venerdì sera de Le Mandorle e Gaetano di Calcutta (vi prego di visionare la scena capolavoro che vi ho riportato qui sotto), ma anche vere e proprie chicche della scena più underground dai richiami internazionali, come Chlorine di Birthh, Comet di LIM e Get By dei Landlord.

 


In The Flesh 
(2 stagioni, per un totale di 9 episodi)

Keaton Henson è l’outsider della scena elettro-indie-folk, aggiungete pure termini casuali per inquadrare il genere di un eclettico musicista dal fare misteriosamente leopardiano, altrimenti incatalogabile. Keaton Henson, insieme al compositore di colonne sonore Edmund Butt, firma la disturbante soundtrack dell’altrettanto disturbante In The Flesh: un teen-drama (passatemi il termine) che riesce a mischiare una storia d’amore gay a un’invasione zombie e una colonna sonora di riverberi elettronici bassocentrici a dilatate melodie di archi e chitarre classiche. Il tutto senza mai sfociare nel trash, nel consueto e raffinato stile della BBC. Un adolescente morto suicida si risveglia nelle sembianze di uno zombie, il tutto rimanendo sempre in una dimensione fine e poetica.

Vi pare impossibile? Guardare (e ascoltare) per credere: una colonna sonora che piacerà ai fan Nils Frahm, Ólafur Arnalds e dei più underground Luca D’Alberto e Niklas Paschburg, una serie che piacerà a chi ha un cuore debole e agli ultimi, rari esemplari di spettatori che riescono a macinare una puntata dopo puntata resistendo alla tentazione di prendere in mano il cellulare.

 

Lovesick (3 stagioni, per un totale di 22 episodi, disponibile su Netflix)

Per concludere ho lasciato la mia serie indie del cuore, nonché una delle mie serie tv preferite in assoluto: si tratta di Lovesick (precedentemente intitolata Scrotal Recall), creata da Tom Edge e in onda su Channel 4 a partire dal 2014. La storia è ambientata a Glasgow e parte con una bizzarra premessa: a Dylan viene diagnosticata la clamidia, e si vede così costretto a contattare una ad una tutte le ragazze con cui è stato a letto, anche per una notte soltanto, per informarle della malattia e la maggior parte degli episodi è raccontata attraverso flashback che mostrano gli incontri di Dylan con le diverse donne, che si intrecciano con le vite dei suoi migliori amici e coinquilini Lukas e Evie. Non lasciatevi ingannare dal fatto che su Wikipedia la serie venga erroneamente indicata come sitcom, perché si tratta di una serie dalle mille sfaccettature, capace di essere romantica, divertente e leggera ma al tempo stesso anche profonda, acuta e malinconica anche quando arriva a trattare temi complessi e delicati, come la morte.

In Lovesick la musica è una componente fondamentale, a partire dal fatto che il protagonista è interpretato dal cantautore folk Johnny Flynn. Per quanto concerne la colonna sonora, a fare da padroni sono l’indie e l’elettronica. Di puntata in puntata si viene accompagnati dalle note di Alt J, Foals, CHVRCHES, Jungle, Broken Social Scene, Horrors, Tame Impala, London Grammar, ma anche Michael Kiwanuka, Daughter e Agnes Obel, solo per citarne una manciata.

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Federica Di Gaetano

Vedo tutto rosa. Mi piace il folk. Non mangio gli animali ma non sono pazza.

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