I’m weak and I’ll say it proud: 8 canzoni che parlano di toxic masculinity

by Federica Di Gaetano

Il termine mascolinità tossica indica uno dei modi in cui la società patriarcale danneggia non solo le donne, ma anche gli uomini. Perché sì, molti di voi potranno rimanere sorpresi, ma il patriarcato non si limita a danneggiare le donne, spesso nuoce anche agli uomini, esercitando una pressione eccessiva affinché si conformino allo stereotipo e spesso influenza l’accettazione sociale degli uomini che fanno cose stereotipamente considerate femminili. Si riferisce alle attitudini costruite socialmente che descrivono l’uomo come ipermascolino, socialmente dominante, violento, non emotivo, sessualmente aggressivo, fieramente ed esclusivamente eterosessuale, al punto da fare qualsiasi cosa per allontanare i sospetti di una papabile omosessualità, spesso adottando un linguaggio e un atteggiamento transomofobo, disinteressato alla gestione domestica e in continua competizione con gli altri uomini .

Fin dalla più tenera età ai ragazzi viene insegnato che non possono indossare vestiti rosa, perchè il rosa è un colore “da femmine”. Che non possono piangere, specialmente in pubblico, perché è una vergogna piangere e che devono reprimere tutte le loro emozioni (fatta eccezione per rabbia e aggressività) perché mostrarle non è un atteggiamento abbastanza virile. Che non possono fare a meno di mostrarsi come costantemente ed esageratamente affamati di sesso. Che non devono mai mostrarsi vulnerabili, ma sempre e comunque forti, coraggiosi, privi di debolezze, perché è questo che li rende uomini veri e non delle “femminucce”. Tutto questo li porta a sviluppare un’incapacità a rapportarsi e interagire con i propri sentimenti in modo sano, a provare imbarazzo per l’abbigliamento o i passatempi che non sono spiccatamente contrassegnati come maschili. Ciò può portare irritabilità nei casi migliori e violenza in quelli più drammatici.

Sarebbe impossibile negare che anche il mondo della musica è stato da sempre pervaso dalla mascolinità tossica. Basti prendere come esempio l’hip hop, che fin dagli albori è stato identificato da molti come il genere machista per eccellenza, rivolto principalmente a uomini eterosessuali. Per gran parte della sua storia, la definizione convenzionale di mascolinità si è riflessa nei suoi artisti più popolari e influenti, i quali hanno adottato un’immagine estremamente virile, fatta di fisici possenti, catene massicce, riferimenti costanti al denaro e alla promiscuità e un linguaggio estremamente maschilista e omofobo. Ci sono una manciata di artisti che negli ultimi anni stanno provando a cambiare le cose, spogliandosi dell’immagine tossica rimasta incollata al mondo dell’hip hop per decenni e mostrandosi sinceri in primis sulla loro sessualità. Personaggi come BROCKHAMPTON, Lil Nas X e, soprattutto, Frank Ocean, il cui coming out è stato una piccola rivoluzione. A poche ore dal suo esordio con l’ormai cult Channel Orange (2012) aveva infatti pubblicato un lettera aperta sul proprio Tumblr in cui, senza giri di parole, confermava i rumors che circolavano da giorni, ovvero che il disco parlasse anche della prima volta che si è innamorato, a diciannove anni, di un altro ragazzo («4 summers ago, I met somebody. I was 19 years old. He was too»).

Un’attenzione particolare merita anche il caso di Tyler, The Creator, che per anni ha rappresentato un tipo di mascolinità estremamente tossica, con versi colmi di violenza, misoginia e, soprattuto, omofobia dilagante; basti pensare che nel suo debut Goblin (2011), Tyler ha usato la parola fag**t più di 200 volte, mentre nel 2015, la Gran Bretagna gli ha vietato l’ingresso nel paese, con l’accusa di incoraggiare attraverso le sue canzoni violenza e omofobia e di incitare all’odio. Analizzando i testi alcuni brani contenuti in Flower Boy (2017), il rapper sembrerebbe fare più di un riferimento alla propria sessualità, in versi come «Truth is, since a youth kid, thought it was a phase» (Garden Shed), «Next line will have them like, ‘woah’ / I been kissing white boys since 2004» (I Ain’t Got Time). Nello splendido IGOR (2019), il tema principale è l’amore, non corrisposto, per un ragazzo eterosessuale, che Tyler è convinto stia mentendo a sé stesso. Ne parla con malinconia e schiettezza, con qualche indizio sparso qua e là, come in I THINK, dove oltre ad aprire completamente il suo cuore e parlare in maniera diretta dei propri sentimenti, inserisce anche una citazione a Call Me By Your Name man, I wish you would call me by your name ‘cause I’m sorry»). Ribalta la tradizionale narrazione del rap statunitense, e il modo con cui lo fa è impressionante se confrontato con quello che lo stesso artista cantava solo qualche anno fa.

Nonostante il loro crescente successo abbia gradualmente spianato la strada nei confronti di una sempre maggiore accettazione dell’universo queer, questo non significa affatto che la mascolinità tossica sia scomparsa dall’hip-hop. Le cose stanno cambiando, ma la strada da fare è ancora molto lunga. È quindi fondamentale continuare a mostrare supporto a tutti quegli artisti che non hanno timore di sfidare le convenzioni e essere semplicemente se stessi.
Inoltre, non possiamo negare che le parole, l’atteggiamento e anche il look dei personaggi famosi influiscano sul pubblico che li osserva, specie quando si tratta di adolescenti. Per un ragazzo che per tutta la vita si è ritrovato schiacciato sotto il peso della mascolinità tossica, una figura come quella di Harry Styles, che non prova alcun imbarazzo nel mostrarsi sui red carpet con le unghie smaltate e gli orecchini pendenti oppure a farsi fotografare immerso in un mare di acqua rosa e piena di petali, può essere fonte di grande ispirazione. Vederlo indossare ciò che vuole ed esprimere se stesso come preferisce, senza imbarazzo o senza alcune compulsione a essere maschile può far loro vedere che lo stesso vale per loro. Sono ovviamente consapevole del fatto che se per decenni la nostra cultura è stata ipermascolinizzata non sarà certo il look di un singolo artista a contrastare questa tendenza. E non si può negare il fatto che mostrarsi delicato e vulnerabile sia certamente più semplice per un giovane bianco privilegiato e di bell’aspetto. Il suo è sicuramente un piccolo passo, ma non può che fare del bene.

I think there’s so much masculinity in being vulnerable and allowing yourself to be feminine, and I’m very comfortable with that. Growing up you don’t even know what those things mean. You have this idea of what being masculine is and as you grow up and experience more of the world, you become more comfortable with who you are.

IDLES – Samaritans 

I’m a real boy, boy and I cry

Quella della mascolinità tossica è un argomento ricorrente all’interno della produzione degli IDLES. La band di Bristol, infatti, aveva già precedentemente affrontato la tematica nel suo debut album, Brutalism (2017), in particolare modo nel brano Exeter, che si focalizza su un uomo che arriva a colpirsi da solo pur di evitare di essere considerato omosessuale («he punched himself in the face to prove he wasn’t gay»).
Il 2018 è stato l’anno della consacrazione con l’acclamatissimo Joy as an Act of Resistance, un disco dalla fortissima componente sociale e politica, in cui con brillante lucidità e grandissima sensibilità si analizzano fenomeni e problematiche come immigrazione, omofobia, salute mentale, arretramento culturale, machismo. Nel brano Samaritans si parla di come la mascolinità sia considerabile come una vera e propria maschera dietro la quale gli uomini si rifugiano («is a mask, a mask that’s wearing me»).

There’s been a long line of bullshit that has pushed men into a corner, where simple masking becomes a trope of masculinity and a catalyst for insanity. What we wear, what we eat, what razor we use, high performance chewing gum, go faster shampoo, how we treat women, how we treat ourselves, how we die. I truly believe that masculinity has gone from an evolution of cultural praxis to a disease. I wanted to encourage a conversation about gender roles by writing this song.

Il titolo del brano è ispirato al nome di un’organizzazione benefica presente nel Regno Unito che si occupa di fornire supporto emotivo a chiunque si trovi in difficoltà emotive o abbia pensieri suicidi. Prima di suonarla al Glastonbury l’hanno presentata come una canzone «per gli uomini, per le donne, per le persone non binarie e per tutte quelle che vogliono chiamare se stesse come cazzo preferiscono».
All’interno del testo vengono elencate una serie di frasi spesso utilizzate per soffocare le emozioni maschili («socks up, don’t cry, drink up, don’t whine»), mentre nel ritornello si mette in risalto come spesso gli uomini siano incatenati in una visione distorta della mascolinità per cui sono impossibilitati a esprimere le proprie emozioni («you’ll never see your father cry»). Nella parte conclusiva troviamo un riferimento alla cultura pop, con il celebre ritornello di I Kissed a Girl di Katy Perry che si trasforma in «I kissed a boy and I liked it», verso che contrasta il tabù omofobo che rende inammissibile per gli uomini esplorare la propria sessualità e provare interesse romantico e sessuale per altri uomini.

Really women are sexualised all the time, and objectified by men who enjoy that girl-on-girl action bullshit. I thought it’d be more challenging to use ‘I kissed a boy…’ and see what reaction it got and see what discussions it could start. I think it’s a point where male sexuality is quite binary, or it’s perceived as binary, and bisexual men probably still make people feel more uncomfortable than bisexual women do. I think that’s down to strict masculinity within pop culture. The sexualised man is standardised.

Sam Fender – Dead Boys

Everybody ‘round here just drinks
That’s our culture

Probabilmente uno dei temi più interessanti presenti nelle canzoni del cantautore britannico Sam Fender è quello della mascolinità tossica e la sua connessione con la salute mentale nei giovani uomini. La straziante Dead Boys, contenuta nel suo debut album Hypersonic Missiles (2019), è stata scritta da Sam in seguito alla morte di un suo caro amico e ha come fulcro il suicidio maschile, in particolare nella sua città natale, Newcastle («nobody ever could explain all the dead boys in our hometown»).
Il brano, tanto crudo quanto intenso, parla di come troppo spesso la società imponga degli standard tali da insinuare nei ragazzi la convinzione che sia più importante apparire forti e virili e allinearsi piuttosto che aprirsi e parlare dei loro problemi, delle loro insicurezze e delle loro fragilità («we close our eyes, learn our pain»). Tutto ciò è talmente amplificato al punto tale da farli arrivare, nei casi più drammatici, a togliersi la vita prima di riuscire a chiedere aiuto.

I genuinely think it’s toxic masculinity and the idea of what a man is supposed to be. This really archaic, out of date idea of how a man is supposed to conduct himself. I think that’s what kills men, genuinely.

As It Is – The Stigma [Boys Dont Cry]

It’s better not to say such things out loud
Just close your eyes and bite your tongue for now
Don’t let them see you fall

The Great Depression (2018), il terzo album in studio della band emo pop punk As It Is, è una sorta di concept album che vede per protagonista un uomo che si trova faccia a faccia con la morte e ha come tema dominante  la romanticizzazione sociale della depressione. Il secondo singolo estratto è stato The Stigma [Boys Dont Cry], un brano più che mai attuale che analizza quanto la mascolinità tossica sia radicata nella società.

Troppo spesso il metro di giudizio per valutare i ragazzi è quanto essi siano o meno “uomini”; non gli è permesso essere realmente se stessi o apparire vulnerabili, piangere o parlare dei loro sentimenti, al punto tale da venir spinti a una repressione quasi totale delle loro emozioni («just dry your eyes ‘cause boys don’t cry»).
Il singolo è stato accompagnato da un potente video, che mostra gli stessi membri della band nel ruolo di alunni di un’accademia militare. L’addestramento dei ragazzi è svolto da un ufficiale machista il quale li spoglia della loro identità, costringendoli con violenza a conformarsi agli stereotipi e ai ruoli di genere (emblematica la scena in cui il chitarrista Ben viene costretto con la forza a immergere il viso in un recipiente pieno d’acqua al grido di «boys don’t wear make up»).

Caparezza – Un vero uomo dovrebbe lavare i piatti

Un vero uomo si dovrebbe alzare per lavare i piatti

Le dimensioni del mio caos (2008) è il quarto lavoro in studio di Caparezza. Si tratta di un concept album che ha come filo conduttore la storia di Ilaria, una giovane hippy che a causa di un varco temporale si ritrova catapultata dal 1968 ad oggi. Un vero uomo dovrebbe lavare i piatti è un vero proprio manifesto su machismo e mascolinità tossica, una spietata satira verso gli stereotipi di genere e nelle strofe vengono ironicamente elencati una serie di comportamenti estremamente tossici e disfunzionali messi in atto nella convinzione di essere per questo dei veri uomini, di quelli con la U maiuscola. C’è spazio davvero per tutto, dalle violenze che troppo spesso vengono consumate in silenzio fra le mura domestiche, sia nei confronti delle mogli che dei figli («non sei uomo se non la gonfi di botte” e “non sei un uomo se non prendi a ceffoni i tuoi figli») alla repressione forzata delle emozioni («non sei un uomo sei un gay se ti metti a piangere»), dalla necessità di ostentare a ogni costo la propria forza fisica («non sei un uomo se a fare mazzate non sei buono») alla derisione di qualsiasi mansione o interesse non sia stereotipicamente considerato virile («non sei un uomo se perdi tempo a studiare i libri» e «non sei un uomo se non guidi le macchine grosse»). Nel ritornello, invece, viene contrapposto il pensiero dell’artista.

Non ascoltare questi maldicenti
Non si va avanti con la forza ma con la forza degli argomenti
Non ascoltare questi mentecatti
Un vero uomo si dovrebbe alzare per lavare i piatti

Bloc Party – SRXT 

Being a man made me coarse
When I wanted to be delicate

SRXT è la perfetta conclusione di A Weekend in the City (2007), il secondo album in studio dei Bloc Party. La vicenda narrata, come spiegato dal cantante Kele Okereke in diverse interviste, è stata ispirata da una storia vera.

It was inspired by the fact that in 2005 two of my friends told me that they tried to kill themselves after leaving university. I thought that was really sad. These people had been through the education system and they decided life wasn’t really worth it. Opting out was more attractive than the idea of enduring a life.

Il brano, che inizialmente ha quasi un sapore agrodolce, vede il protagonista passeggiare in campagna mentre riflette su se stesso e su tutti i momenti preziosi che ha vissuto  («I remember moments of happiness, endless summer, acoustic guitars»). Nella parte iniziale, troviamo un verso che indica in maniera chiara e concisa quanto spesso la società costringa gli uomini a reprimere qualsiasi manifestazione emotiva che trascenda dalla rabbia e dall’aggressività e impedisca loro di mostrarsi fragili, delicati e vulnerabili («being a man made me coarse when I wanted to be delicate»).
Improvvisamente ci si rende conto che quella che viene raccontata non è una semplice passeggiata pacifica lontana dal trambusto della città, bensì l’ultimo saluto di un ragazzo che soffre di depressione e che ha deciso di porre fine alla propria vita prima ancora di compiere trent’anni («they say it’s not becoming for a boy my age»). Il titolo fa riferimento al Seroxat (Paroxetina), ovvero l’antidepressivo più venduto in Gran Britannia. Il suo utilizzo è stato notevolmente diminuito dopo che è stato riscontrato l’aumento di comportamenti autolesionisti e suicidi nei pazienti minorenni a cui era stato prescritto il farmaco.

Shamir – Straight Boy

Can someone tell me why
It always seems to seem like
All straight boys care about
Is how they’re viewed from the outside?

Straight Boy è la nona e ultima traccia di Revelations, il terzo album in studio dell’artista non-binary Shamir. Si tratta di un brano crudo e intimista, in cui la voce androgina di Shamir si stende su una serie di riff di chitarre e che condensa al suo interno la frustrazione di una persona nera e queer nei confronti di mascolinità tossica, white washing e queerbating. E’ una canzone che si focalizza su come spesso i ragazzi eterosessuali siano imprigionati in una concezione distorta della loro mascolinità, che finisce per rivelarsi tossica e dannosa («cause being true is not their thing, oh it eats them up internally»). Si occupa anche di come si approprino costantemente dell’estetica queer e delle tematiche LGBT+ per mero guadagno, senza realmente contribuire ad aiutare la causa («and you’re clinging to a false sense of pride»).

Il video ufficiale del brano, diretto da Ryan Carpenter, mostrava Shamir che, strimpellando la sua chitarra, si trovava in continua competizione con una controparte rappresentata da un ragazzo bianco, il quale si limitava a imitare le sue movenze e la sua estetica. Alla fine, era proprio il ragazzo bianco a rimanere sullo schermo, mentre Shamir svaniva senza lasciare alcuna traccia, fatta eccezione per la sua voce, riversata nella bocca del ragazzo bianco.
Questo video, però, non è più disponibile poiché è stato rimosso dopo che il regista è stato accusato di violenza sessuale.

Shamir ha affermato di essere venuto a conoscenza delle accuse soltanto dopo aver letto un commento lasciato sotto il video. Dopo aver chiesto chiarimenti sulla faccenda, senza però ottenere granché, l’artista ha preso la decisione di eliminare il video da qualsiasi piattaforma.

When I saw the comment my heart dropped to my stomach. Obviously I approached him about it, and he left me with little to no explanation or piece of mind, and even seemed quite nonchalant about it, so i told him im taking it down and did so immediately

Anziché realizzare un nuovo video ufficiale, Shamir ha preferito pubblicarne uno casalingo in cui si limita a eseguire il brano in acustico e che inizia con un messaggio piuttosto chiaro e incisivo: «fuck sexual abuse, fuck rapers».

BROCKHAMPTON – JUNKY

“Why you always rap about bein’ gay?”
‘Cause not enough niggas rap and be gay
Where I come from, niggas get called “faggot” and killed

I BROCKHAMPTON, sono un collettivo (o meglio una boyband, come si autodefiniscono) hip-hop composto da una quindicina di elementi, formatosi a San Marcos, in Texas. Si sono conosciuti su un forum online dedicato a Kanye West e sono nati grazie a un’idea di Kevin Abstract, poco più che ventenne, nero e gay. In pochi anni sono riusciti nella difficile impresa di spianare la strada a una nuova generazione di fan dell’hip-hop, scrivendo testi in cui hanno spazio temi come razzismo, salute mentale, mascolinità tossica e mondo queer. Nonostante in  BIG BOY, estratto dal loro ultimo album GINGER (2019), si presente un bellissimo verso che riassume perfettamente la lotta contro una mascolinità profondamente tossica («I’m weak and I’ll say it proud») è interessante soffermarsi su JUNKY, pezzo cupo e potentissimo tratto da SATURATION II (2017). Un brano in cui si parla omofobia e si rivendica la necessità di parlare di omosessualità in un contesto sociale in cui i ragazzi gay vengono derisi o persino uccisi, di tossicodipendenza («I took like two of them pills, I can’t remember nothing, I ain’t under control, I’m losin’ motor function»), salute mentale («I need a therapist, paranoia and drug addiction, it’s very scary, my momma don’t even recognize me»), maschilismo e cultura dello stupro

I hate these shady folk, that want a lady like
But don’t treat lady right, but they be sayin’ like (“Just the tip!”)
And yeah you mad ‘cause she ain’t fuck, mad ‘cause she ain’t suck
Beat your ass before you got time to say “Why not?”

Il 27 maggio 2018, con un breve comunicato comparso sui loro social, i BROCKHAMPTON hanno annunciato di aver allontanato Ameer Vann, uno dei membri fondatori del gruppo (appare sulla copertina di tutti e tre gli album della trilogia SATURATION), dopo che alcune ragazze su Twitter lo hanno accusato di abusi.

Ezra Furman – Transition from Nowhere to Nowhere

Remember I tried to ask what it means to be a man?
They threw me in the back of a truck and they tied my hands

Negli ultimi anni il cantautore statunitense Ezra Furman si è andato ad aggiungere all’elenco dei musicisti che si presentano come non conformi ai ruoli di genere tradizionali, salendo sul palco indossando abbigliamento, make-up e gioielli tradizionalmente destinati alle donne. Per lui è sempre stato importante mettere in chiaro che la fluidità di genere è parte integrante della sua vita quotidiana e non è esclusivamente legata al suo personaggio pubblico, né tanto meno un espediente per attirare l’attenzione. Ha dichiarato, inoltre, di essersi sempre sentito a disagio rispetto al concetto di mascolinità. Fin da ragazzino gli è sempre parso che i suoi coetanei si ritrovassero costretti all’interno di regole soffocanti che li portava a mostrarsi come ipermascolini e guardare con disapprovazione e disgusto tutto ciò che di vagamente femminile c’era in lui.

Well into my 20s I still felt paranoid about passing as sufficiently masculine, though my facade was airtight, since I dressed the part and steeped myself in the conventions of young male social life. I wasn’t even particularly macho, but when everyone around you expects you to be a certain way, that doesn’t feel like the real you; it’s like you’re constantly in hiding. And a life in hiding is not easy to sustain

All’interno del suo ultimo lavoro, Twelve Nudes (2019) troviamo Transition from Nowhere to Nowhere, un brano che potrebbe essere uscito direttamente dagli anni ’70 e che esplicita il senso di prigionia provato dall’artista nei confronti delle aspettative legate alla mascolinità e alle norme di genere.

 

Federica Di Gaetano

Vedo tutto rosa. Mi piace il folk. Non mangio gli animali ma non sono pazza.

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