8 drastici cambi di sonorità musicali

by Jacopo Giovanni Peroni

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Un paio di conoscenze lampo di filosofia, degne delle mie migliori one-liner volte a rendere una pseudo immagine da saggio metropolitano, suggerirebbero l’impossibilità di tuffarsi più volte in uno stesso fiume nella speranza di ottenere uguali risultati o sensazioni. Eppure, senza che denigri ulteriormente le nobili arti filosofiche, quel Panta Rhei appena (sgarbatamente) descritto rappresenta con tanta passione per le metafore il flusso costante di elettroni che intercorre tra i diversi album di uno stesso artista o gruppo: nell’implicito e non proprio tacito codice genetico della musica è solennemente inciso dall’alba dei tempi che questa cambi e si evolva in nuove correnti, dando a ciascun disco la propria identità già in partenza presupposta come differente.

Tuttavia, può capitare a tutti di esagerare e di calcare così eccessivamente la mano al punto da dare alla statua sonora in lavorazione, anziché una scalpellata, una martellata degna del più ingenuotto dei fai-da-te domenicali di giugno, in grado di creare un taglio netto (nel bene o nel male) con la discografia precedente e successiva.

Nelle prossime righe quindi, ripercorrerò alcuni drastici cambi di stile che hanno marcato non un’intera generazione (non oserei tanto), ma di sicuro il mio iPod e i suoi sviluppi in servizi streaming online; ergo chiedo venia in anticipo dato che probabilmente sarò costretto a tralasciarne qualcuna per mancanza di spazio e/o tempo. Il tutto in maniera molto concisa e pragmatica, perché il caldo estivo tormenta me, voi e la CPU del mio computer, che ormai scotta come la brace di una qualsiasi grigliata di mezza estate.

Beastie Boys – Dagli esordi a Licensed to Ill

Procedendo in ordine alfabetico, i primi che incontriamo sono i Beastie Boys, gli eroi e precursori del Crossover per antonomasia, come mélange senza surrogati di rap e rock nell’età d’oro dell’hip-hop. Potrei andare avanti ore a tessere le lodi di questo grandissimo gruppo, ma non è la circostanza appropriata, perché invece quello che ci interessa è il loro esordio: infatti prima che diventassero tre MC’s ed un DJ, avevano una matrice totalmente opposta, tendente all’hardcore punk crudo. Ne è un esempio il loro primo EP in assoluto, “Polliwog Stew”, rilasciato “appena” quattro anni prima del decisivo ed emblematico “Licensed to Ill”.

Black Rebel Motorcycle ClubThe Effects of 333

Dopo tre album e quasi a dieci anni di distanza, resta ancora enigmatico, anzi ermetico, il quinto album della band born to be wild per antonomasia, i Black Rebel Motorcycle Club: “The Effects of 333”, o per gli amici, l’ossimoro dell’aggettivo spesso usato in maniere discutibili, ossia “commerciale”. Pubblicato con un’etichetta indipendente, è una raccolta di dieci tracce il più lontano possibile dal garage rock, risultante in una musica d’ambiente, addirittura quasi poco strumentale, che raccoglie i più svariati e assurdi suoni. Forse non sapremo mai perché questa enciclopedia di onde statiche venne rilasciata o quale sia il messaggio di fondo da scoprire (se c’è), tutto quello che ci rimane però è l’altrettanto cifrata (e ganzissima) frase rilasciata dai BRMC a riguardo: “No apologies, no lyrics, no regrets, just abstract”.

David Bowie – da Diamond Dogs a Young Americans

Mentirei se dicessi di sentirmi all’altezza di scrivere a riguardo del leggendario David Bowie, quindi mi limiterò allo stretto necessario ai fini di questo specifico articolo. Una svolta nel sound di Bowie fu infatti la distanza che separava “Diamond Dogs” del ’74 da “Young Americans” del ’75, da notare il lasso temporale tra l’altro: da un lato il glam rock post apocalittico intrinsecamente orwelliano che vedeva come protagonista Halloween Jack e i suoi ribelli, dall’altro un totale abbandono del rock per consolidare un suono più soul, che strizzava l’occhio al R&B. Solo per Bowie, meglio lasciare alle doppie tracce d’esempio l’onore di spiegare:

Julian Casablancas – The Strokes VS The Voidz

Uno dei dibattiti più accessi degli ultimi tempi, tra chi spera nel promesso revival degli Strokes e chi invece accetta di buon grado la nuova avventura del simpatico Casablancas nella sua originale versione di Matrix. Riservando i pareri ad altre occasioni, non si può non constatare come il frontman abbia fatto una totale inversione di marcia surfando tra le stringhe del codice futuristico cyberpunk (e chi più ne ha più ne metta) da lui creato negli ultimi lavori. Certo, sono anche passati quasi una ventina d’anni da Last Nite e saranno pure due band asintoticamente diverse, rimane il fatto che ogni album dei Voidz è come una scatola di cioccolatini: non sai mai che genere ti capiterà.

Linkin ParkA Thousand Suns

Uno degli album più controversi dei Linkin Park tra il pubblico, il migliore da loro realizzato a mio avviso. Il gruppo potrà piacere o meno, anche se, sotto sotto, quasi tutti abbiamo avuto un periodo “giovane” in cui li ascoltavamo anche occasionalmente per un motivo o per l’altro. Entrano comunque nella lista grazie a questo concept album, deciso, essenziale, studiato al dettaglio per quattro lunghi anni di sperimentazioni elettroniche (e non) con tonnellate di demo, capace di slegare nettamente la band dall’essere categorizzati per genere musicale e dal rap/rock che a suo tempo li aveva tanto inquadrati, se non immobilizzati. In sintesi, l’apice della scrittura di Shinoda.

RadioheadKid A

Chi è il meno tagliato per parlare dei Radiohead? Io ovviamente, dato che conosco in maniera frammentata la loro discografia, attraverso i CD più iconici (lo so, lo so, non c’è bisogno di commentare…); prometto di essere rapido, così da non commettere errori grossolani. Nonostante le mie lacune in materia, è impossibile non riconoscere le differenze tra “OK Computer” e “Kid A”: ripartiti da zero con un reset generale che mirava ad imbracciare i synth più da atmosfera di sempre, per l’ennesima volta i Radiohead si erano reinventati con un secondo capolavoro.

Arctic MonkeysHumbug

Mando all’aria ogni ordine alfabetico sopra seguito, per continuare con quattro personaggi che ormai sono immancabili in ogni playlist, lista o simile. Detto in parole molto povere e umili, la loro discografia è sempre stata un graduale e continuo rimescolare le carte sul tavolo, confondendosi nel banco e nel giocatore allo stesso tempo; ciò nonostante il terzo album ha avuto, come sempre, quel peso da cambio di traiettoria sulle proprie spalle: nel loro caso, “Humbug”. Un lento perdersi nel decadente deserto di Josh Homme, allucinando e sfocando le proprie sonorità classiche, per poi trascinarle delicatamente alla propria realtà made in Britain.

Pink FloydL’ingresso di David Gilmour

Potevo dimenticarmi dei Pink Floyd, dopo aver introdotto questa lista con un vago ed invisibile riferimento anche ad un celebre endless river? Ma certo che no. I Pink Floyd rappresentano pienamente l’impulso al cambiamento, tematico o stilistico che sia. In particolare, decisivi furono l’ingresso di David Gilmour e  il contemporaneo eclissarsi di Syd Barret, cambiamenti all’interno del gruppo che lasciarono cicatrici indelebili. Il resto è storia. Le cose sarebbero potute andare diversamente per i Pink Floyd se uno non fosse entrato o se l’altro non si fosse allontanato o se, ancora, avessero unito le forze? Nessuno potrà mai esserne certo e la storia non è fatta di “se” ipotetici. La nebbia dell’alba continuerà comunque ad alzarsi, così come l’acqua non smetterà di scorrere nel fiume infinito del tempo.

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Jacopo Giovanni Peroni

Applicazione diretta del metodo socratico.

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