Roma caput mundi: 10 nomi fondamentali della capitale dell’indie italiano

by Sofia Bartalotta

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Quando si parla di indie italiano, è quasi impossibile non parlare della cosiddetta scena romana, nata in piccoli spazi underground ma cresciuta nei palazzetti della città e in locali come Ex Dogana e Monk. Proprio negli ultimi anni, Roma è diventata capitale anche dell’indie, il nuovo credo laico che ormai non riguarda più solo la musica, ma anche i vestiti che ti metti, i locali e i quartieri che frequenti, o il cocktail che bevi. La scena romana è in continuo fermento e vede la rapida nascita di artisti che si fanno esponenti del linguaggio, delle abitudini e della quotidianità dei nuovi ventenni, una realtà che sempre più difficilmente la musica tradizionale riesce a raccontare. Molti si chiedono: perché l’epicentro di questo fenomeno è proprio Roma? Alcuni rispondono che è una coincidenza, o semplicemente un aderire ad una corrente artistica che si sente vicina; altri sostengono che, se è vero che dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior, proprio a questo periodo di crisi politico-amministrativa che Roma sta vivendo, corrisponde la stessa rinascita culturale e musicale. La storia ci insegna che proprio nei periodi di disordine, gli artisti traggono il massimo dell’ispirazione e in effetti molte correnti artistiche nascono in corrispondenza di crisi politiche o economiche. Non si sa se siamo di fronte ad un vero Rinascimento, ma è innegabile che gran parte dei prodotti musicali che funzionano, attualmente, arrivano da Roma. “È quasi sera, la tua bocca sa di Roma centro”, dice Gazzelle in uno dei suoi ultimi singoli. Allo stesso modo, molte delle canzoni di questi artisti sanno di Roma, immerse in un romanticismo malinconico, che ricorda un po’ le vie e i locali di Trastevere o le luci dei lampioni che di sera si riflettono sul Tevere. Qui di seguito vi proponiamo 10 esponenti di questa nuova scena.

I Cani

“In principio erano I Cani”: se l’indie avesse una Bibbia probabilmente comincerebbe con queste parole. I Cani non sono una band, ma il progetto musicale del cantautore e produttore romano Niccolò Contessa, che attira l’attenzione su internet nel giugno 2010, quando i brani I pariolini di 18 anni e Wes Anderson vengono caricati su SoundCloud, diventando presto un fenomeno virale, ancor prima di aver realizzato album o essersi esibito pubblicamente. Contessa preferisce mantenere l’anonimato e, anziché diffondere in rete foto in cui è visibile il volto, promuove la sua musica con polaroid di varie razze di cani. Questo anonimato continuerà ad essere mantenuto per tutto il primo periodo de I Cani, tanto che il cantautore in tutti i live si esibiva con una busta di carta in testa. Nel 2011 debutta con l’album “Il Sorprendente Album d’Esordio de I Cani“, che scava negli angoli più bui e racconta storie fortemente adolescenziali molto crude; si propone di descrivere con schiettezza, e una punta di sarcasmo, il mondo dei figli e la difficoltà di vivere l’adolescenza nella modernità, in un periodo storico in cui l’immagine esteriore vale più di tutto:

I pariolini di diciott’anni comprano e vendono cocaina,

fanno le aperte coi motorini,

odiano tutte le guardie infami.

Animati da un generico quanto autentico fascismo,

testimoniato ad esempio dagli adesivi sui caschi. 

Canzone consigliata: Wes Anderson

 

Calcutta

Sguardo perso, felpe larghe e cappellino coperto dal cappuccio. Edoardo D’Erme, in arte Calcutta, è considerato il portavoce, se non il precursore di questa scena romana. Nel 2015, in collaborazione con Niccolò Contessa de I Cani, produce e pubblica il suo secondo lavoro, “Mainstream”, con cui raggiunge la notorietà nazionale anche grazie al singolo Cosa mi manchi a fare, primo estratto dall’album, seguito da Gaetano, Frosinone e Oroscopo. Calcutta viene spesso definito la voce di una generazione e, se da una parte questa espressione si utilizza ormai con facilità, dall’altra non si può negare che il cantante, attraverso i suoi brani intimi e malinconici, è in grado di raccontare una forma di solitudine e un senso di smarrimento che molti provano, o hanno provato. E lo fa con semplicità, con frasi che riassumono piccoli dilemmi, come “Esco o non esco?”, che è l’incipit di Pesto, oppure “Io ti giuro che torno a casa e non so di chi”, che esprime tutto il disagio di chi ha vissuto la sensazione di non appartenere a nessun luogo. I testi di Calcutta sono perlopiù ermetici, costruiti da immagini istantanee, ricordi, sequenze di polaroid che ammonticchiate tutte insieme non hanno alcun significato, ma guardate singolarmente richiamano intensi attimi di vita. Le sue canzoni parlano di quotidianità, cose semplici, in cui ci si immedesima facilmente. Calcutta, con il suo atteggiamento schivo, si fa rappresentante degli introversi; ha raccontato del lato nascosto di un sacco di cose, ha scritto una canzone romantica su un campo di kiwi, ha parlato del suo amico Gaetano, dei viaggi a Peschiera del Garda e della pasta col pesto. Ci ha abituati a vivere una storia fatta esclusivamente di vicende secondarie, di idee sbagliate, di dettagli generalmente considerati insignificanti. Ha scritto, insomma, un’epopea del pop sfigato che diventa vincente.

Canzone consigliata: Cosa mi manchi a fare

 

Thegiornalisti

Il gruppo composto da Tommaso Paradiso, Marco Primavera e Marco Antonio Musella, si forma a Roma nel 2009. La loro storia, come spesso accade, inizia in un locale dove si suona dal vivo, in cui musicisti, e aspiranti tali, hanno la possibilità di ascoltarsi e confrontarsi. Il nome, come dichiarato in un’intervista dagli stessi membri, deriva dall’intento di raccontare e riportare nei testi delle canzoni la quotidianità, il più realisticamente possibile, come fanno, appunto, i giornalisti quando riportano le notizie. Nel 2011 con l’album d’esordio, “Vol.1”, registrato nel salotto di casa, il gruppo riceve consensi positivi dalla critica; ma già con il terzo album, “Fuoricampo“, le opinioni si dividono, nonostante contenga alcune tra le migliori canzoni del gruppo, come Promiscuità e Fine dell’estate. Da qui la svolta dei Thegiornalisti verso nuove sonorità, l’introduzione di sintetizzatori a sostituire le preponderanti chitarre del primo disco, e l’evidente indirizzarsi verso il dream pop e suoni anni ‘80. Anche i testi delle canzoni cambiano, se nei primi album troviamo un atteggiamento più citazionista, ostentatamente intellettuale, nei nuovi brani scopriamo un tipo di scrittura più sincera e spontanea, piena di riferimenti autobiografici. Le canzoni iniziano a parlare di amore, di sesso, di giornate passate al mare, maglioni rubati, e dell’ansia di vivere con intensità una vita che si muove tra entusiasmo e malinconia. Il trio inizia ad avere risonanza nazionale nel 2016, con l’uscita del quarto album, “Completamente Sold Out“, anticipato dai singoli Tra la strada e le stelle, Il tuo maglione mio e Completamente.

Canzone consigliata: Sold Out

 

Coez

Il suo percorso musicale inizia a 19 anni, grazie al rap, quando dà vita, insieme a due amici, al gruppo Circolo Vizioso, trasformatosi poi in Brokenspeakers. Con il passare del tempo Coez sviluppa una certa maturità di scrittura e di sound, mantenendo la costante delle tematiche che lo hanno caratterizzato fin da subito: toni struggle, amori tormentati e situazioni difficili. Questa sua crescita viene ben rappresentata dal suo primo album da solista, “Figlio di nessuno“, che esce nel 2009. Già nel secondo disco “Non erano fiori“, che contiene brani come Siamo morti insieme e Ali sporche, si inizia a percepire quel crossover tra rap e pop, che caratterizza lo stile musicale di Coez e di cui lui stesso è reputato il precursore. L’album si presenta come un’intensa unione tra immagini vivide e melodie che spaziano tra il pop e l’elettronica. Il 2017 però sembra essere il suo anno fortunato, con la pubblicazione del quarto album “Faccio un casino“, Coez entra definitivamente nella storia dello streaming e della discografia italiana. L’album, che viene prodotto da lui stesso in collaborazione con Niccolò Contessa (I Cani), contiene 12 tracce sincere e dal linguaggio immediato, in cui è semplice riconoscersi.

Canzone consigliata: Le luci della città

 

Gazzelle

Stile britpop, occhiali neri. Lo hanno definito il cantante misterioso, dalla personalità introversa, non troppo loquace, uno che avrebbe fatto volentieri a meno di mostrarsi al pubblico, forte soltanto della sua musica. Invece Gazzelle, nella vita Flavio Pardini, alla fine si è presentato con il suo volto a quel pubblico che tanto aspettava di capire chi fosse. Non ama apparire, questo lo si era capito, e ha catalizzato così moltissime attenzioni, e anche aspettative. Anche la scelta di usare uno pseudonimo può essere ricollegata all’originaria volontà di rimanere un passo indietro alla proprie canzoni. A 22 anni inizia a suonare amatorialmente in alcuni locali della capitale, usando il proprio nome, solo dopo decide di adottare lo pseudonimo Gazzelle, storpiatura del nome del modello di scarpe Adidas, Gazelle. Dunque, in poco più di un anno Gazzelle è riuscito a conquistare le classifiche e il grande pubblico. Come? Con la semplicità dei suoi versi, che parlano di amori senza lieto fine, pensieri malinconici, canzoni amare e schiette, ma vestite a festa con sonorità pop, synth e un tocco di ironia. Nel marzo 2017, esce il suo primo album “Superbattito, anticipato dal singolo Quella te, che parla dell’amore nella sua quotidianità, fatta di felpe sporche e camminate sotto la pioggia. Da qui inizia a circolare la definizione Sexy pop, coniata da Gazzelle stesso, proprio per descrivere il carattere allusivo/ammiccante, ma allo stesso tempo romantico, delle sue canzoni: “In realtà è una definizione nata così, un po’ per ridere, un giorno con il mio manager davanti a una birra. Poi ho deciso di mantenere la cosa, ma è nata come una battuta, come un modo ironico e leggero di definire qualcosa. E lo è rimasto anche tuttora, per le stesse ragioni che ho detto prima: non sono mai abbracciato a un significato, mi piace sempre che le cose rimangano un po’ leggere. È solo un modo per andare in contrasto con i contenuti del disco che sono molto dolciastri. Siccome non mi piacciono molto le smancerie, le cose smielate, con il titolo (Superbattito) volevo andare un po’ in contrasto con i testi delle canzoni, creare un immaginario che si distaccasse un po’”.

Canzone consigliata: Quella te

 

Galeffi

Fino a qualche anno fa consegnava pizze, poi la sua passione per la musica, Beatles su tutti, lo ha portato sulla strada giusta. Classe 1991, laureato in editoria e scrittura, ha iniziato a comporre canzoni ai tempi del liceo, non per il bisogno di sfogare il suo disagio adolescenziale, ma per conquistare una ragazza: “Non sapevo fare niente, non sapevo suonare né cantare. E così mi sono buttato sul rap, che ti permette di essere semi-credibile, senza saper fare chissà cosa, a livello di semplicità nell’approccio, racconta, pensavo di avere delle chance dedicandole qualche canzone rap. Così ho cominciato a scaricare le basi, a scrivere rime e a rappare. Ma poi ho capito che non era la strada giusta.” Galeffi ha solo un disco all’attivo: dieci pezzi, storie reali, delicate, giovani, fresche, percepite dal pubblico in maniera del tutto naturale, spontanea, ma soprattutto veloce. “Scudetto“, viene distribuito il 24 novembre 2017, a cui segue, pochi giorno dopo, il primo concerto dell’artista, che si evolverà in sei date tutte sold out al Monk di Roma; roba che fa pensare che il cantante abbia qualcosa di particolare che conquisti, attiri il pubblico e che resti nelle orecchie di chi ascolta. Probabilmente quello che colpisce è proprio l’onestà con cui racconta le sue canzoni, senza alcun orpello o virtuosismo che voglia stupire a tutti i costi. Galeffi si presenta così, un po’ impacciato, con gli occhiali da outsider, vestito come se dovesse andare ad un concerto indie, piuttosto che farlo. In “Scudetto” ritroviamo canzoni intrise di vita quotidiana, di amori totali e rimandi letterari. Con la sua scrittura, adattabile a numerose sfumature sonore, Galeffi ci accompagna in un mondo quasi surreale, popolato da tazze di tè, occhiaie, orologi, polistirolo, caffettiere e baci rubati; il tutto va a declinare in salsa cantautoriale le più tradizionali atmosfere del britpop anni ’90.

Canzone consigliata: Occhiaie

 

Mox

Mox, cantautore vecchio stampo e rivelazione del 2018, è la nuova, e più promettente, scoperta dell’etichetta Maciste Dischi, che ha già lanciato artisti come Gazzelle, Galeffi e i Canova. Proprio nel dicembre 2018, è uscito il suo primo album, “Figurati l’amore”, costituito da nove tracce. Quello di Mox è un disco meravigliosamente vintage, impolverato, grezzo, che strizza l’occhio a Battisti e Rino Gaetano. Gli estremamente raffinati nove pezzi che compongono l’album, raccontano una storia unica, come ogni persona a questo mondo lo è a suo modo; Un amore verso una donna, più donne, certo, ma anche e soprattutto verso la musica. Mox è nudo con la sua chitarra e le sue storie, umile osservatore e narratore del proprio amore; che poi, si intuisce, finisce quasi sempre male, e questo è molto indie, come direbbero i ventenni (e lo diciamo davvero). Il disco di Mox non parla certo di astrofisica, o di qualcosa di nuovo, ma non si finirà mai di raccontare l’amore, in tutte le sue declinazioni. Smarrimento, disagio, amore sfrenato, sogno, spensieratezza, sono elementi molto comuni, ma difficili da rendere originali. Mox ci è riuscito bene, ha condito i sentimenti con parole nuove, arrangiamenti eterni, raccontandoli in modo realistico, romantico, a tratti struggente.

Canzone consigliata: Qualcosa di speciale

 

Franco126

Franco126, pseudonimo di Federico Bertollini, è nato e cresciuto a Roma, nel quartiere Trastevere; ha assunto lo pseudonimo aggiungendo al proprio nome il numero a tre cifre, in onore del collettivo musicale di cui fa parte, la Love gang (126), che ha scelto il 126 in riferimento ai gradini della scalinata di viale Glorioso, a Trastevere. Nel 2017 ha intrapreso una collaborazione musicale con Carl Brave, con il quale debutta in etichetta, formando il duo Carl Brave x Franco126: i due pubblicano dapprima i singoli Sempre in due e Pellaria, quindi arriva la volta dell’album in studio, “Polaroid. Nel 2018 i due artisti interrompono temporaneamente il progetto per concentrarsi sulle proprie carriere come solisti. Inizialmente, Franco126 si era proposto come artista della musica trap, a livello stilistico l’uso dell’autotune si riscontrava anche nei suoi brani. Successivamente, ha abbandonato tale percorso artistico, intraprendendo la strada dell’indie pop e della canzone d’autore, come dimostrano i brani del suo primo album solista, “Stanza singola”, pubblicato a gennaio 2019. Nel soffermarsi sul suo album, risulta attraente e impossibile da evitare un tuffo dentro le trame delle canzoni, delle ambientazioni anni ’70, e da un tipo di scrittura più raffinata e sublimata. Quelle di “Stanza singola sono canzoni intimiste, riflessive, sussurrate appena, che strizzano l’occhio alla canzone italiana degli anni ’70 e ’80; non a caso Califano è stato citato tra i riferimenti del disco. Allontanandosi dal suo background rap e hip hop, il cantautore porta la sua scrittura e il suo stile ad un livello successivo, in cui i suoi trascorsi incontrano nuove influenze e producono un risultato originale e interessante. La stessa copertina, con il titolo, dell’album ci suggerisce un senso di solitudine, rappresentata con tonalità vintage, tra l’ocra e l’arancio. Non si può, inoltre, evitare di soffermarsi sul cantato nettamente migliorato, depurato dell’autotune, più limpido e identificabile.

Canzone consigliata: Stanza singola

 

CLAVDIO

Un altro nuovo nome dell’indie che si è affacciato proprio alla fine del 2018 è Clavdio, con la V. Anche a cercare di documentarsi non si trova molto, almeno per il momento. C’è ovviamente la solita intervistina su quando era piccolo. Sì, metalmeccanico, indie che più indie non si può. Ci interessa altro? Al momento forse no. Alla fine non resta che concentrarsi sulla musica, che in fondo è sempre un bene. Dunque, oltre al nome e al mestiere di operaio, dell’artista non si sa molto. Dopotutto, Cuore è la sua prima canzone. Il brano si distingue per la voce profonda, l’andamento synth pop e il testo equilibrato, sospeso magistralmente tra ironia e amarezza. “Cuore è malinconico, ci si sente in colpa e poi si dà la colpa”, spiega Clavdio, “i momenti altalenanti dopo la fine di una storia, da uno stato all’altro, da un posto all’altro, non puoi stare fermo, ma io l’ho scritta mentre stavo fermo, seduto sul letto, pensando rassegnato a quante volte è successo e quante altre volte accadrà a tutti noi.”

Canzone consigliata: Cuore

 

Germanò

Alex Germanò nato nel quartiere di Trastevere, a cui ha dedicato la canzone San Cosimato, è cresciuto a Monteverde vecchio, ed è stato circa una dozzina di volte in Australia per via della doppia cittadinanza. Il suo progetto solista ha come riferimento Franco Califano, Enzo Carella e i Tiromancino, e così si è guadagnato l’attenzione di Bomba Dischi. Nel settembre 2017 è uscito il suo primo album “Per cercare il ritmo“, che l’artista ha descritto in questo modo: “L’album raccoglie 9 canzoni d’amore, d’amicizia, di solitudine, di malinconia mista a indolenza giovanile, nascondendo una propensione di ricerca positiva. È un disco semplice e personale in tutti i suoi aspetti, che parla di sentimenti nelle sue dinamiche più intrinseche su atmosfere che devono al jazz, alla Motown, al pop-rock e alla disco-music.”

Canzone consigliata: San Cosimato

Immagine copertina scattata da Maria Vittoria Perin.

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