L’estate di NoisyRoad: Home Festival, Treviso

by Silvia Rizzetto

<<< Parte prima: la quiete prima della tempesta

Home Festival, giorno 2: la tempesta.

Tuoni e scrosci impetuosi si sentivano dal di fuori. Mi agitavo sul letto per i crampi e per il freddo, che di routine mi fanno sognare strane cose, infatti è stata la seconda volta che Noel Gallagher veniva a farmi visita nei miei sogni. Ma che c’entrava, quella patata? La giornata pareva tranquilla (infatti non è piovuto): peccato che non si sapeva ancora che a Nord di Treviso una tromba d’aria aveva deciso di dare noie all’organizzazione di Home Festival e a tutti noi che avevamo macinato chilometri per assistere al concerto di Liam Gallagher. Una disgrazia che si è fortunatamente abbattuta in un orario in cui non era presente nessuno, alle sei del mattino. Nel pomeriggio, l’amarezza generale è dilagata nell’ignoranza, e i messaggi più sereni come il mio spediti ad Home Festival, «Cioè avete fatto venire Liam Gallagher per niente? E anche me», sono stati fraintesi. Cari ragazzi, ciò che speravo era che qualcuno prendesse l’headliner per la giacca, gli desse un microfono e lo facesse cantare in un parco per consolarci del maltempo. Ma ero amareggiata, quindi mi ero scordata che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare: è indubbiamente impossibile a livello burocratico e di sicurezza. Non si trattava del concerto di Jerry Calà organizzato in occasione del Palio di Montebelluna (TV). Quel giorno ero triste, ora sono indifferente, anche del “sogno premonitore”.

Home Festival, giorno tre.

 

Home Festival, giorno 3: la calza della befana.

Avete presente quella volta che Le Iene di Italia Uno organizzarono un cattivissimo scherzo a Fedez? Ve la ricordate la sua faccia straziata? Ecco, il mio volto era così, la mattina del due settembre, non appena avevo realizzato che i protagonisti del giorno tre sarebbero stati proprio J-Ax e Fedez. Mi ero addormentata di pomeriggio senza sveglia, quasi non avessi dato peso al rischio di restare chiusa in casa per due sere di seguito. Appena smise di piovere, mi diedi da fare: nella mia agenda c’era segnato l’appuntamento con i Minis, che rischiavo di perdere. Sono stata l’unica, assieme alla loro mamma, a registrare qualche secondo delle loro canzoni spensierate. Caterina Caselli, quella volta ero stata più brava di te, avevo trovato un gruppo di under 15 che faceva cover dei Clash e dei Ramones, era stufo delle premure dei genitori (della serie: “piccole pesti crescono”) ed amava sfrecciare sulle loro biciclette. La maggior parte dei testi di Julian Loggia (voce e basso), Zak Loggia (chitarra) e Mattia Fratucelli (batteria) è composta in inglese, ed è in fase di registrazione sotto l’occhio vigile di Alex Loggia, chitarrista degli Statuto, gruppo ska di Torino degli anni Ottanta. Siccome i miei video non rendono a loro giustizia, guardate che sapevano fare due anni fa, con l’ex batterista Luca Canale:

Vagavo senza meta, ero sola: i segni della tromba d’aria si intravedevano sulla ghiaia non più appianata dalle ruspe. Urban area per gli skateboarder, casette dell’acqua per gli assetati, bungee jumping per gli impavidi, Elvis stage per i nostalgici: davanti a me tutto era stato risistemato a tempo di record. Ero appena tornata all’Home **ck Bar Stage, il palco dedicato agli artisti emergenti italiani, quando ho visto salirvi la bellissima Crista di Cattolica, che imbracciava la sua Gretsch bianca. Le avevano dato poco tempo per presentarsi: si è scoperto che lei è una ragazza ribelle ma un po’ masochista in amore (Oscar Wilde; Io non godo più), è l’amica punk dei Nobraino, è schietta nella sua elegante irriverenza: «Non m’importa se domani sarò viva oppure no / Se l’Inferno non mi vuole / In Paradiso non ci sto», cantava dolcemente. È un meraviglioso ossimoro come l’artista che l’ha seguita di poco nell’Isko Stage, il trasformista Mudimbi, portavoce del trap assieme a Sfera Ebbasta, che avevo visto cantare mentre erravo infreddolita tra la gente, e a Ghali, che si sarebbe esibito il giorno successivo. Michel Mudimbi ama affrontare temi seri con la leggerezza dei saltelli a ritmo di dubstep o reggae: Scimmia ha come argomento il delirio imperante nelle discoteche; Risatatà è una velocissima filastrocca autobiografica, un inno alla risata. La base è ideale per le piste da ballo, il rapping è comprensibile. Avevo lasciato la nuova promessa per sincerarmi della bellezza di Tommaso Paradiso, in quanto da sempre non avevo mai messo in dubbio la presenza di lacune nella musica dei Thegiornalisti, inguaribili romanticoni. Mi ero ricreduta: Tommy Paradise non è folgorante come si dice. Per quanto riguarda la musica, avevo ragione io: è la simpatia da varietà televisivo del frontman che cattura il pubblico; i ritornelli sono espressi con toni alti, alla Lucio Battisti, ma con testi che ricordano più Vasco Rossi che l’impareggiabile Mogol. Una cosa non riesco a digerire: l’attacco iniziale delle tastiere pare lo stesso ad ogni brano. Mi guardai attorno sbigottita appena sentii le frasi: «Oh ciao Matilde. E’ tardissimo, sto tornando a casa e ti volevo dire che sono completamente fatto. Fatto di te». Ma chi le aveva scritte? Federico Moccia? Beh, ciao Tommy Paradise, che mi avevi fatto persino commuovere al momento della dedica della scontatissima cover Don’t Look Back In Anger a chi il giorno prima era rimasto deluso della “tempesta”. Ciao Leo Pari dal cappellino obbrobrioso con la scritta «DYO», vi ho lasciato per vedere i vostri “cugini” di Genova: gli Ex-Otago.

Il sei di gennaio, alcuni bambini ricevono in dono una calza, che prevalentemente contiene dolci acquistati al supermercato: l’Epifania è una festa più povera del Natale. Ma i più fortunati, se affondano bene le manine all’interno del tessuto, riescono a trovare anche un regalino più prezioso delle caramelle al mou. Questa similitudine può essere adatta a descrivere il mio 2 settembre 2017, iniziato con un «chi se ne frega», conclusosi con un «se non fossi qui, me ne sarei pentita sicuramente dopo» grazie all’atmosfera amicale di Maurizio Carucci e compagnia. Non era solo il loro concerto, era un’esibizione in cui la cosiddetta «quarta parete» era caduta giù dai balzi dei grandi palloni bianchi lanciati sotto alle luci suffuse. L’apertura (Sognavo di fare l’indiano), da me registrata, è una trasposizione al Marassi, tempio di gioie e dolori del Genoa. Nonostante la sua carriera sia pluridecennale, Maurizio ha cantato i brani del quinto album (Marassi, appunto, INRI, 2016), il più noto; l’atmosfera è stata intima durante Mare e i titoli di chiusura Cinghiali incazzati, spensierata in I Giovani D’Oggi, quando salivano i palloni e Francesco Bacci faceva stage diving. Fanno sorridere, ballare, urlare a squarciagola. La mia canzone preferita è Quando Sono Con Te, indimenticabile anche live, perché Maurizio si è avvicinato al pubblico affinché potesse cantare con lui la parte finale: i ritornelli degli Ex- Otago sono caratterizzati dalla ripetizione di singole strofe che tuttavia non hanno l’accezione da tormentone radiofonico.

Post con foto relativi all’esibizione trevigiana degli Ex-Otago preso dalla pagina Facebook degli stessi: «Un anno e mezzo fa nasceva cinghiali incazzati abbiamo capito subito che era un pezzo forte ma sentivamo che mancava qualcosa. Mancavate voi. Le canzoni nostre sono niente se non arrivano nelle vostre bocche nelle vostre auto nei vostri cuori»

Una lunga pausa cena (con il sottofondo musicale di J-Ax & Fedez, che avevano ostacolato ogni movimento al centro dell’area dedicata al festival) aveva preceduto un altro evento animato: l’ultima data del tour europeo degli You Me At Six, freschi di LP (Night People, Infectious Music, 2017), amatissimi tra i giovani. Come gli Horrors, i ragazzi hanno dovuto stringere con i tempi, alternando brani adrenalinici perfetti per fare headbanging (Underdog; Bite My Tongue) con ballad strappalacrime (Give; Take On The World, anticipata da un’invettiva contro Trump). Devo essere sincera: per loro mi aspettavo più gente; probabilmente gli italiani avevano già fatto scorpacciata di loro durante l’anno. Anche Josh Franceschi ha dedicato la serata a chi ha perso Liam, con un’ottima Wonderwall a cappella. Ricordo inoltre che c’è stato un simpatico momento, quando Franceschi ha detto al pubblico di salire sulle spalle degli amici, azione immancabile nei festival della sua terra che non è comune in Italia. La giornata si è conclusa alla grande: Don’t You Worry Child nella consolle di Steve Angello (ex Swedish House Mafia) canzone facente parte della colonna sonora del mio Erasmus. Che uomo, gente; magari ci fosse lui ogni sabato sera!

Steve Angello immortalato da Alessandro Russo.

Home Festival , giorno 4: il calvario.

Sono anziana ma non voglio andare in pensione: ho resistito al sole cocente, alla musica spaccatimpani dei disk jockey, alla pioggia torrenziale, agli ubriachi che mi hanno pestata; sette ore di attesa per un gruppo che conosco da dodici anni, le quali però sono state trascorse ascoltando un sottofondo musicale degno di nota. Sotto il Clipper Main Stage, le basi e il microfono per Ghali sembravano un po’ troppo alti, il che mi ha fatto considerare Mudimbi come il più bravo interprete rap di questo Home Festival ma non il più bravo scrittore perché Ghali Amdouni, nel suo trap alla Stromae, riassume concetti più importanti quali il razzismo che talvolta si nasconde dietro ad una finta forma di buonismo; la paura di diventare adulti; l’ipocrisia della gente; la fama, che fa aumentare il conto in banca ma non cambiare la persona. La spensieratezza di alcuni testi che hanno come protagonista Casper (spesso contro i Ghostbuster, e qui si coglie l’ironia dell’artista) o che alludono agli episodi di Dragonball, coinvolge i giovani, che a Treviso non sbagliavano una riga. Mi fa piacere che un ragazzo come Ghali sia l’idolo dei millennials, un po’ meno scoprire che essi adorano pure il duo Marracash – Guè Pequeno, “ragazzacci” senza peli sulla lingua che trovo un po’ superficiali e sessisti. Dicono di essere rimasti se stessi: questo però è tutto a loro vantaggio. Immaginatemi in mezzo a dei ragazzi delle medie ad alzare ogni tanto il braccio perché presa dal ritmo: sembravo il Signor Burns vestito da Secco Jones. Era la fine di un capitolo iniziato un anno fa, Santeria, disco più concreto che sciamanico, frutto di una lunghissima amicizia e non decisione presa a tavolino. C’è stato tempo anche per S.e.n.i.c.a.r., pezzo ormai storico, duetto trash che avevo scoperto guardando l’alquanto programma televisivo trash Chiambretti Night.

Ghali immortalato da Alessandro Russo.

Quarantacinque minuti di pausa e di cambio pubblico, quarantacinque minuti di pace? Macché: la gente spingeva pure per Mannarino e urlava «Alessandro ti amo!». Lui è stato davvero un raggio di sole sotto al cielo plumbeo e piangente, forse anch’ esso dispiaciuto della storia di Babalù, vicissitudine di un reietto. In lui e nella sua numerosa orchestra si racchiudevano tutta la bellezza e la sensibilità del Sud Italia e la voglia di superare la tristezza facendo festa. Molto suggestivo il momento in cui Alessandro ha sventolato una bandiera contenente le fantasie e i colori di tutte le bandiere del mondo (Arca Di Noè). Insomma, Apriti cielo, il brano che dà il nome all’ultima fatica di Mannarino, è stato profetico: alle otto e mezzo aveva smesso di piovere, e si era pronti a riscaldarsi con la voce di Hannah Reid, frontwoman dei London Grammar, la più applaudita di questo Home Festival. Ogni strumento musicale si prostrava alla tenerezza e all’intensità della voce di questa giovane donna; io da brava piagnucolona ho avuto gli occhi lucidi durante Rooting for you. I tre rendono meglio dal vivo che a casa propria all’interno di un disco che gira; chi non conosce bene l’inglese si sofferma sulla musica, e la ritiene monotona: l’amore narrato nel trio è ricerca di una verità di keatsiana memoria (il succo estratto da Truth Is A Beautiful Thing, Ministry Of Sound, 2017), è follia che li recide, come delle rose che però non presentano elementi di decadimento. Ecco la loro scaletta: Hey Now; Big Picture; Nightcall (cover di Kavinsky); Non Believer; Sights; Rooting For You; Wasting My Young Years; Who Am I; Strong; Hell To The Liars; Oh Woman Oh Man; Metal & Dust.

I London Grammar.

Sesta e ultima ora di attesa: avrei voluto lasciare per poco la transenna per urlare dal lato opposto del campo The Only One I Know assieme ai Charlatans, ma la calca si infittiva sempre più. Non sono stata la sola ad aver perso quest’occasione unica: se il mondo fosse perfetto la band di Tim Burgess avrebbe suonato nel palco principale, ma nessuno dei gruppi da me visti fino ad allora avrebbero potuto ospitare i loro fan sotto agli altri palchi. I vaneggi sparirono appena venne riprodotta How soon is now? degli Smiths e appena comparve sul led la scritta «THE LIBERTINES». Tutto ancora taceva, ma c’era già un disturbatore che aveva intenzione di rovinare la serata ad almeno una ventina di persone. Non aggiungo altro su di lui, non mi interessava la sua condizione, anche perché mi preoccupava maggiormente quella dei Libertines, che parevano già scarichi all’attacco di Barbarians, come rinchiusi in una bolla che impediva una chiara uscita di suoni e voci. Di Pete Doherty non mi affascina la sua dissolutezza, ma i suoi testi, concretizzazione della sua sete di conoscenza e della sua vita, adattata in forma di monito a chi solo pensasse di seguirlo. Con Carl Barât al suo fianco, Pete era più disinvolto, scherzoso, “demolitore” di impianti audio, attratto dalle birre che teneva in mano il venditore ambulante.

Pete Doherty e Carl Barât immortalati da Elisa Moro.

Ho avuto modo di assistere alle loro famose condivisioni di microfono, alla loro mascherata durante il bis come omaggio al luogo che li ospitava (Treviso è vicinissima a Venezia). John Hassall teneva costantemente il broncio (spero non fosse perché la gente non aveva occhi che per il frontman!), Gary Powell era semi-invisibile come tutti i batteristi, ma mi è parso quello più energico. In un’ora di concerto, i Libertines hanno suonato: BarbariansThe DelaneyHeart Of The Matter; Boys In The BandFame And FortuneThe Milkman’s Horse; You’re My WaterlooCan’t Stand Me Now; Death On The StairsWhat Katie DidGunga DinThe Good Old DaysMusic When The Lights Go OutTime For HeroesDon’t Look Back Into The Sun. Vedersi sfilare la propria infanzia ha provocato altri pianti e movimenti strambi da atleta olimpica che solo l’entusiasmo mi poteva far realizzare.

Del tutto differente era l’ambiente presentatomi all’Isko Stage durante il concerto degli Afterhours, ormai miei “amici” di vecchia data perché si trattava della terza volta che li vedevo dal vivo. Nessuna pressione, ma molta gente assonnata che ha abbandonato il tendone dopo mezz’ora; io li ho ammirati a braccia conserte, e come al solito i miei occhi si soffermavano più su Manuel Agnelli, che personalmente ritengo una delle menti più brillanti del panorama underground italiano. Lui non dimentica di essere delicato nelle tematiche più mature ed esplicite, e la musica è per tutti i componenti arte pura, abilità e dialogo. In occasione dei trent’anni di carriera, la scaletta del tour estivo era un’antologia dei loro brani storici, che però non ometteva l’album più recente Folfiri o Folfox (Universal Music Italy, 2016): Rapace, Non Voglio Ritrovare Il Tuo Nome, Voglio Una Pelle Splendida, 1.9.9.6. (ho notato che il gruppo ha una predilezione per Hai Paura del Buio?, Mescal, 1997) sono alcuni tra i titoli scelti. Non c’è scelta più azzeccata di chiudere con Bye Bye Bombay, canzone dagli assoli distorti che tutti almeno conoscono di ritornello («Io non tremo / è solo un po’ di me che se ne va»). Si chiude così la mia estate, con quell’uomo che rivedremo in TV nelle prossime settimane ad interpretare la parte del maestrino spocchioso (quando in realtà è affabile).

Xabier Iriondo e Manuel Agnelli immortalati da Davide Carrer.

Per provare empatia con l’organizzazione di un festival, bisogna vivere intensamente l’intero festival: ovvietà che non tutti riescono a maturare nella propria testa. Quando l’Italia offre un prodotto degno di essere in competizione con realtà straniere dello stesso livello, gli italiani stessi sono i primi a criticare l’italianità dalle fronde alle radici. Non si può giocare con Madre Natura, e credo che ogni persona intelligente ne sia al corrente, dunque reputo alquanto impertinente che delle persone si siano fatte vincere dalla psicosi. L’impianto, se ben costruito, cede lo stesso, perché come purtroppo sappiamo, l’uomo è debole di fronte ai fenomeni atmosferici straordinari. Non sono un’esperta di ingegneria edile, quindi non è il caso di aggiungere altro. Home Festival è un festival a misura d’uomo e ne dobbiamo essere fieri: è straordinaria la presenza di quaranta concerti al giorno facilmente raggiungibili tramite una camminata a passo svelto. Tra i curiosi, c’erano tantissime famiglie, e lo staff era cordiale, dei veri homies; i controlli (due) erano severi. E per quanto riguarda l’acqua…beh, la prossima volta ricordatevi di portare un tappo in più, perché la colpa non è dei baristi! Non temete, Liam Gallagher tornerà presto (il 14 settembre sarà a Milano per la Vogue Fashion’s Night Out…per tre canzoni trasmesse in Duomo su un maxischermo). E chissà, magari in quella casetta devastata dal tornado…ci spero. «There is no place like Home (Festival)», recita quel braccialetto che non riesco a sfilare dal braccio: magari non troveremo solo Dorothy ad aspettarci, ma anche lo Spaventapasseri, l’Uomo di latta e il Leone.

Silvia Rizzetto

Uno sfortunato insieme di atomi amante del passato, dei cimiteri e del Romanticismo.

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