Firenze Rocks 2018: Wolf Alice, The Kills, Foo Fighters

by A. D. Sanders

Troppo spesso si dice che il rock sia morto o senza futuro. Sfido chiunque a ripeterlo di nuovo dopo aver assistito al primo giorno del Firenze Rocks 2018. L’esibizione dei Foo Fighters è stata la prova che il rock resiste nonostante tutto e tutti. Ma andiamo con ordine.

Arrivo alla Visarno Arena verso mezzogiorno, giusto in tempo per ritirare il biglietto alla cassa accrediti e dirigermi verso uno dei numerosi ingressi. Ci sono ovviamente già moltissime persone in coda, che non aspettano altro che si aprano i cancelli. Il tempo è ideale, assolato ma allo stesso tempo un po’ nuvoloso e senza pioggia. L’area dell’Ippodromo all’interno del Parco delle Cascine è veramente vasta e il palco svetta imponente su tutto il circondario. 

Ho il tempo di farmi un giro fra i soliti stand e bere qualcosa, prima che si esibisca alle 15.15 la prima band: gli italiani Mama’s Anthem. Il loro è un misto interessante fra reggae e soul con derive funk, blues e rock. Dal vivo non sono niente male, purtroppo però per quanto siano bravi l’accento italiano nei testi inglesi si sente.

Alle 16.15 è la volta dei Frank Carter & the Rattlesnakes e in un certo senso sono loro ad inaugurare il festival con la loro energia. Il frontman sa come coinvolgere un pubblico che non lo conosce granché e la cosa si nota da subito. La musica fa il resto: un mix di punk e hardcore che comincia a scaldare l’atmosfera. Intanto le persone continuano ad arrivare e gradualmente l’area inizia a riempirsi. Ed è un bene, perché la band successiva, aka Wolf Alice, merita di avere quanto più pubblico possibile.

Foto dalla pagina Facebook ufficiale Firenze Rocks

Dalle prime note di Your Loves Whore capisci di trovarti di fronte ad una band di un altro livello. La voce della frontwoman Ellie Rowsell risuona eterea sopra il muro di chitarre elettriche. È come se si fosse aperto un varco spazio temporale sul palco ed ogni spettatore fosse invitato a varcarlo per entrare nelle atmosfere oniriche, post-rock e a tratti punk della band londinese. Purtroppo la loro tecnica e bravura non bastano a smuovere il pubblico, che spesso e volentieri rimane impassibile. A differenza dei Frank Carter & the Rattlesnakes, i Wolf Alice non sembrano interessati a coinvolgere direttamente il pubblico con frasi e gesti scenici: è la loro musica a parlare per loro ed è giusto così. La setlist è equamente composta da canzoni del primo e secondo album. Insomma il giusto biglietto da visita per chi dei presenti (praticamente tutti) li sente dal vivo per la prima volta. La band si congeda con Giant Peach mostrando tutta la propria foga, con conseguente incidente di vestito per la frontwoman che fomenta la folla. 

Rimpiango amaramente di non avere accesso al PIT e rifiutandomi di vedere anche i The Kills da così lontano (anche se c’è da dire che ci sono diversi megaschermi in supporto) decido di entrare di straforo. Clamorosamente ci riesco e sentendomi come Leonardo Di Caprio in Prova a prendermi riesco a raggiungere una dignitosissima quinta fila a centro destra del palco. Noto con tristezza che il palco rimane comunque lontano, perché fra questo e le parti laterali del PIT sono state inserite aree VIP che di fatto allontanano di molto i comuni mortali dal centro dell’azione. Mi immagino già lo sdegno con cui John Lennon avrebbe commentato la cosa, e mi tornano alla mente le sue parole durante un concerto dei suoi Beatles:

For those of you in the cheap seats I’d like ya to clap your hands to this one; the rest of you can just rattle your jewelry!

La vasta area VIP (ancora vuota) fra il PIT e il palco

Per fortuna poco dopo arrivano i The Kills a distogliermi da queste riflessioni deprimenti. In tour il duo è sempre accompagnato da un batterista e tastierista/bassista. La frontwoman Alison Mosshart dal vivo è persino più energica e carismatica di quanto immaginassi, si muove di continuo, balla, fa i casquè, come una sorta di Raffaella Carrà versione rockstar. L’alchimia con il chitarrista Jamie Hince è palpabile, la voce graffiante di Alison si appoggia sulla sua chitarra e viceversa. Anche qui, purtroppo, la reazione del pubblico è abbastanza fredda. Mi rendo conto di essere uno dei pochi a ballare e a conoscere le loro canzoni. La setlist è di soli nove brani, e contiene fra l’altro la recente (bellissima) cover di Saul Williams, List of Demands. Ad un certo punto dal pubblico partono urla e applausi, e ingenuamente penso che finalmente stiano iniziando ad apprezzare la band. Purtroppo mi sbaglio. L’arrivo dell’ex calciatore Marco Materazzi nel PIT a quanto pare interessa di più dell’esibizione stessa. Tristezza infinita. In questo clima la band conclude con Monkey 23 e saluta un pubblico abbastanza deludente. 

Foto di Alessandro Bosio

Sono ormai le 20.30 e la Visarno Arena è completamente gremita. Oltre 60.000 persone che non aspettano altro di vedere i Foo Fighters. Cosa che succede circa mezz’ora dopo, quando Dave Grohl sale sul palco correndo con la chitarra. Basta un suo primo accordo distorto per mandare in estasi la folla. Le prime due canzoni in setlist, Run e All My Life, sono un uno-due micidiale a cui segue Learn To Fly e The Pretender. Si poga praticamente ovunque e si riprende fiato solo quasi mezz’ora dopo, quando la band suona la nuova The Sky Is a Neighborhood accompagnata da tre coriste, novità di questo tour. La scenografia è classica da Foo Fighters: essenziale e senza fronzoli, costituita prevalentemente da un gigantesco schermo quadrato (la stessa forma usata per la copertina dell’ultimo disco Concrete and Gold) e da due schermi, stavolta rettangolari come al solito, ai lati del palco. Grohl è quello di sempre, una rockstar dotata di un senso dell’umorismo fuori dall’ordinario. Scherza spesso con il pubblico, sfoggiando addirittura diverse frasi in italiano, come quando ad una richiesta di alcuni ragazzi della prima fila risponde: “Aspetta un attimo per favore”.

La scaletta intanto procede spedita: Rope, Sunday Rain (cantata dal talentuoso batterista Taylor Hawkins) e My Hero suonata inizialmente solo in acustico e accompagnata dal coro del pubblico. Si continua con These Days e Walk, entrambi brani tratti dal terzultimo album della band Wasting Light. A questo punto l’ex Nirvana decide di presentare uno ad uno i membri della band: per primo il chitarrista Chris Shiflett che fa un assolo; subito dopo tocca al tastierista Rami Jaffee che esegue Imagine di Lennon – chissà, forse Rami aveva intercettato le mie vibrazioni lennoniane di qualche ora prima – sulle quali note Grohl si mette a cantare Jump dei Van Halen fra le risate generali del pubblico; poi viene il turno dell’altro chitarrista, Pat Smear, che attacca con Blitzkrieg Bop dei Ramones riaccendendo il pogo tra la folla. A questo punto Taylor Hawkins viene invitato da Dave a scambiarsi di posto con lui per cantare Under Pressure dei Queen; per chi, come me, non ha mai avuto la fortuna di assistere a un concerto di Freddie Mercury & co., sentire una cover così ben fatta è un privilegio. Come lo è vedere l’ex Nirvana alla batteria.

Manca solo un membro del gruppo da presentare: il bassista Nate Mendel.  Ed è qui che succede qualcosa di assolutamente imprevisto e straordinario. Alla richiesta del frontman di eseguire un assolo di basso, Mendel si rifiuta e così Grohl chiama su un palco un altro bassista, Duff McKagan dei Guns N’ Roses. Si scatena il putiferio. Nessuno crede ai propri occhi quando attacca con il riff di It’s So Easy e sul palco si materializzano Axl Rose e Slash. È il delirio. Vedere i Guns praticamente al completo assieme ai Foos è una di quelle cose che nessuno si sarebbe immaginato. Si ha la consapevolezza di assistere a qualcosa di veramente straordinario. Nel parterre ci si guarda a vicenda come per confermare che quanto stia accadendo sia reale, e non sia frutto di allucinazioni. È vero, vedere come sia diventato Axl Rose fa male al cuore, ma il suo carisma è rimasto intatto, così come quello di Slash. Se ci fossimo trovati dentro a uno stadio invece che in un parco, probabilmente sarebbe venuto giù. Alla fine del brano i due frontman si abbracciano, e sembra passato veramente un secolo da quando nel ‘92 agli MTV Video Music Awards il batterista dei Nirvana sfotteva il frontman dei Guns. La folla applaude, urla, non ci crede. 

Foto di Henry Ruggeri, Mathias Marchioni

Si continua con l’energica  Monkey Wrench per prendere fiato con Wheels e riprendere subito dopo con Breakout. È incredibile constatare come praticamente ogni brano proposto sia una hit. Su Dirty Water il pubblico si calma, e si nota subito come le canzoni dell’ultimo album dal vivo non abbiano ancora un impatto diretto come quelle degli altri dischi. Il set si conclude con una coinvolgente Best of You, resa ancora più epica dalla luce accesa degli smartphone delle quasi 60.000 persone presenti. La band saluta e scende dal palco.

Dopo un paio di minuti si accende una telecamera e sui maxischermi vengono mostrati Dave e Axl nel backstage, e per un attimo si ha la speranza di rivederli insieme a suonare. Partono i cori che chiedono a gran voce altre canzoni. Grohl indica che ne intende fare due, ma ecco che viene inquadrata la figlia Harper che ne chiede almeno tre, con l’approvazione della folla. Finito questo simpatico sketch la band torna sul palco per eseguire Times Like These, This Is a Call e congedarsi con Everlong per poi prendersi tutti i meritatissimi applausi di una folla adorante.

I Foo Fighters probabilmente non passeranno alla storia per aver innovato la musica (a differenza dei Nirvana), ma una cosa è certa: grazie a band come la loro il rock ‘n’ roll non morirà mai.

Di seguito la setlist della serata:

  1. Run
  2. All My Life
  3. Learn To Fly
  4. The Pretender
  5. The Sky Is a Neighborhood
  6. Rope (with drum solo)
  7. Sunday Rain
  8. My Hero
  9. These Days
  10. Walk
  11. Imagine/Jump/Blitzkrieg Bop (with band introduction)
  12. Under Pressure (Queen cover)
  13. It’s So Easy (Guns N’ Roses cover with Axl Rose, Slash and Duff McKagan)
  14. Monkey Wrench
  15. Wheels
  16. Breakout
  17. Dirty Water
  18. Best of You
  19. Times Like These
  20. This Is a Call
  21. Everlong
A. D. Sanders

Maybe when I was a kid I was dropped on my head... yeah, that would make some sense.

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