Franz Ferdinand @ Unipol Arena | A passo di danza tra vecchie glorie e novità

by Claudia Crivellenti

E rieccomi qui, popolo di NoisyRoad, a raccontarvi come promesso il concerto della nostra amata band di Glasgow: i Franz Ferdinand!

Come vi avevo preannunciato alla fine della recensione del loro ultimo disco, Always Ascending, uscito lo scorso 9 febbraio, il gruppo sarebbe passato a trovarci in Italia. Ovviamente, resistere al richiamo di un live dei Franz Ferdinand, dopo essermi innamorata delle loro esibizioni nel 2015 quando si erano esibiti a Treviso assieme agli Sparks, è stato per me letteralmente impossibile.

Armata della mia fedele borsa (dettaglio non trascurabile), di biglietto, e di tanta voglia di far festa, mi sono messa in marcia verso la Unipol Arena di Casalecchio di Reno, dove avrebbe avuto luogo il concerto del dinamico gruppo scozzese.

Durante il viaggio, però, mi imbatto nella prima brutta notizia della serata.

“Cosa avrebbe potuto comportare un Alex malaticcio sul palco?”, mi sono chiesta: forse meno movimento? Meno verve? Chi poteva saperlo.
Fatto sta che, una volta arrivata a destinazione, nonostante il brutto tempo, sono riuscita a dimenticarmi del dettaglio e la voglia di divertirmi con la loro musica ha annullato ogni preoccupazione.

Già all’apertura dei cancelli, la gente in attesa era numerosa.
Così come la gente costretta a depositare la propria borsa al guardaroba, al modico costo di 5€ (seconda brutta notizia della serata). Safety first: una volta depositato il mio “imponente” bagaglio, mi sono addentrata nell’enorme arena, accaparrandomi un posto dalla discreta visibilità per una persona alta un metro e sessanta per errore.

Le prime a suonare sono le I’m Not a Blondeche la nostra Silvia aveva intervistato qualche tempo fa – rivelandosi una piacevole sorpresa: il duo è grintoso, sa scaldare il pubblico e riesce a tenere bene il palcoscenico (anche se in alcuni momenti di interazione col pubblico mi hanno ricordato un approccio un po’ alla Riki Le Roy e Franchino).

Dopo l’uscita del duo, la tensione pre-Franz Ferdinand si fa palpabile.
Come sarà cambiato il gruppo il versione live dopo il cambio dell’organico che ha visto Nick McCarthy lasciare il gruppo e l’arrivo di addirittura due new entries, alias Dino Bardot e Julian Corrie? Come suoneranno il nuovo album dal vivo? Mi convincerà di più rispetto alla versione studio?
Dopo una mezz’oretta di queste elucubrazioni, le luci si spengono ed il gruppo entra in scena, accompagnato da urla di festa da parte del pubblico (e da sguardi stupiti destinati al pellicciotto leopardato di Kapranos).

Lo schermo alle loro spalle si tramuta in una sorta di tubo catodico in presa a delle interferenze, la band impugna i propri strumenti and let the show begin.

Il ghiaccio viene rotto proprio dalla title track dell’ultimo disco, Always Ascending: accanto alla voce di Alex, si aggiungono anche quelle degli altri componenti del gruppo che vanno a formare un meraviglioso coro quasi in stile “a cappella” e vedendo il frontman ballare e gesticolare, tutte le preoccupazioni che avevo avuto riguardo al suo stato di salute svaniscono nel nulla.

Dopo Always Ascending, i Franz decidono di deliziare il pubblico con due dei loro grandi classici: Walk Away e Do You Want To, entrambe da You Could Have It So Much Better.

Nella prima, Alex si muove con calma tra le note della canzone, rendendola quasi una sorta di ninna nanna per nostalgici e facendo avvicinare emotivamente il pubblico al palcoscenico, ma è con Do You Want To che la vera festa comincia.

Il ritmo incalzante della canzone fa scuotere tutto il pubblico, dando una scarica di allegria lungo alla spina dorsale di ciascuno di noi. Ma al frontman questo non basta: avete presente quando il pezzo recita “lucky lucky, you’re so lucky”, no? Arrivati a quel punto, mr. Kapranos decide di selezionare da lui chi, in quella piovosa serata a Bologna, fosse veramente “lucky lucky”, indicando qui e là persone nel parterre per due buoni minuti.

Segue poi un’altra delle novità del repertorio dei Franz Ferdinand, Glimpse Of Love, durante la quale il cantante si destreggia danzando e gesticolando in modo davvero teatrale, forse a catalizzare l’attenzione di quella parte del pubblico che con i nuovi sound del gruppo non è ancora molto entrato in confidenza, così come farà durante il brano seguente, Paper Cages.

Una volta finito quest’ultimo pezzo, Alex comincia a raccontarci di una ragazza di Glasgow, molto bella ed intelligente, il cui nome, sì, è proprio Jacqueline. E scagli la prima pietra chi dei presenti è riuscito a non muoversi nemmeno un pochino ascoltando il grintoso sound della canzone, nonostante il caldo asfissiante e la gente che ti poga malamente addosso.
Dopodiché, il gruppo vuole rimanere sempre sul tema “gentil sesso” e dedica la canzone seguente alle ragazze nelle prime file: No You Girls.

L’entusiasmo purtroppo scema di nuovo con il brano successivo, Lois Lane, sempre tratto dalla loro ultima fatica, ma che non ha emozionato tanto quanto i brani precedenti gli ascoltatori. Anche qui, stesso leitmotiv: l’impressione è quella che, nei brani più recenti e meno rock di quelli degli album prima, Kapranos voglia riempire quel vuoto dato dalla poca partecipazione del pubblico esasperando il suo gesticolare.

Questa mia tesi viene confermata subito dopo dalla reazione esplosiva del pubblico al suono delle prime note di The Dark of the Matinée, tanto esplosiva che il pogo mi stava letteralmente inghiottendo e sono riuscita a godermela poco o nulla, ahimè.

Dopodiché, per placare i bollori, il gruppo suona l’ultima traccia di Always Ascending, altresì Slow Don’t Kill Me Slow, dando agli ascoltatori il tempo per ricaricare le energie per il loro cavallo di battaglia, ossia la grintosissima Take Me Out, che purtroppo è stata anch’essa molto difficile da godersi per via del pogo selvaggio dal quale bisognava difendersi con le unghie e con i denti e che ha infiammato talmente tanto gli animi da arrivare ad un episodio di crowd surfing con annessa disastrosa “caduta dal cielo” di un ragazzo.

L’atteggiamento di estrema positività del gruppo ha avuto il suo culmine con Feel The Love Go, durante la quale Alex ha cercato di convergere tutto l’amore del pubblico su di lui, sulla band e sul palco, per prepararci ad altre due scariche di energia pura che sarebbero arrivate durante le prossime due canzoni, Michael (che smaniavo di sentire live) e Ulysses, al termine delle quali il gruppo si è ritirato nel backstage, scatenando cori da stadio per richiamare i musicisti sul palco.

Dopo qualche minuto di tremenda attesa, i tre musicisti di Glasgow e le due new entries fanno di nuovo il loro ritorno sul palco, regalandoci altre quattro canzoni: Lazy Boy, The Fallen, Huck and Jim e per finire in grandeur, This Fire.

Al termine del concerto, l’arena si svuota e sotto la pioggia fresca e rinfrancante di Bologna, mi ritrovo a ragionare sullo spettacolo al quale avevo appena assistito.
La prima cosa che mi balena in mente è lo sguardo appassito di Bob Hardy, lo storico bassista del gruppo, accampato ai margini del palco per tutto il tempo. Il pensiero immediatamente successivo va a Paul Thompson, il batterista, rimasto nascosto dal piatto della sua batteria per un’ora e mezza.

Certo, lo spettacolo è stato gradevole, nonostante la musica venisse spesso sovrastata dal chiasso del pubblico durante i pezzi più amati e che avrei voluto perciò essere riuscita ad ascoltare meglio, ma mancava qualcosa. Non erano gli stessi Franz Ferdinand che avevo visto nel 2015. Cos’era successo al gruppo di una volta, tanto coeso quasi da sembrare una cosa sola, nonostante la comunque sempre marcata presenza del frontman sul palco?
La risposta non è tardata ad arrivarmi: mancava Nick McCarthy.
Non si può assolutamente dire che Dino Bardot e Julian Corrie siano dei musicisti da poco, ma il gruppo deve ancora amalgamarsi: la stessa mancanza di organicità che avevo notato ascoltando Always Ascending si era riflessa anche nell’esibizione live, tanto da sembrare a tratti un one-man show che mi ricordava moltissimo proprio il video di Feel The Love Go, in cui ritroviamo allo stesso modo un Alex malaticcio ed estremamente teatrale e protagonista.

Ancora oggi, a qualche giorno di distanza, resto con qualche domanda irrisolta: riuscirà il gruppo ad omogeneizzarsi? Il nuovo sound più pop del gruppo farà altrettanta presa sul pubblico come quello dei tempi d’oro? La gente la smetterà di pogare violentemente in luoghi chiusi in cui ciascuno avrà due metri quadrati a disposizione? Il gruppo prenderà un sassofonista da portarsi in tour per suonare la parte finale di Feel The Love Go?

Lo scopriremo solo vivendo.

E nel frattempo ho comprato un altro biglietto per rivederli per la terza volta, stavolta assieme ai National a Milano.
Le vecchie abitudini non si smentiscono mai.

Intanto, godetevi alcune delle foto scattate dal nostro Emanuele Di Cintio!

 

 

 

Claudia Crivellenti

La mia vita è composta da musica, colori pastello, concerti, cani carini, meme, altra musica e cibo.

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