Jake Bugg a Milano, ciò che non uccide… non è un concerto rock

by Fort

Cari lettori del blog, come ormai avrete capito noi di Top of The Rock viviamo perennemente in un mondo di disagio.

La giornata del 4 dicembre comincia alle 6.00 di mattina: appena scatta la sveglia mi chiedo se siano meno le ore di sonno o i gradi che mi attendono fuori di casa.
Dopo aver constatato che parcheggiare a Milano è più difficile di imparare il testo di What Doesn’t Kill You, ci liberiamo della macchina e urlando YOLO decidiamo di affidarci ai taxi per il resto del pomeriggio.
Come al solito ci imponiamo un orario entro il quale arrivare di fronte ai cancelli, e puntualmente il mondo decide che NO, non arriveremo mai entro quell’ora. La scena ormai è da copione: “Ragazzi, alle 16 dobbiamo essere lì”. Arriviamo alle 18.30.

Giunti all’Alcatraz non riusciamo a sfuggire agli sguardi divertiti della gente in coda che appura il nostro crescente disagio, fortunatamente poco dopo aprono i cancelli e l’atmosfera si scalda, insieme ai nostri corpi ancora infreddoliti.

Come band di supporto per questo tour europeo Jake Bugg si affida agli honeyhoney, coppia californiana composta da Ben alla chitarra e Suzanne alla voce (e ogni tanto pure al violino). Il gruppo è l’ideale per la serata in pieno ambiente pre-natalizio; i due, con il loro vibrante indie pop, sembrano essere apprezzati anche dal resto del pubblico, tanto che la cantante ringrazia ripetutamente, visibilmente sorpresa da cotanto calore.

Terminata la performance dei mielemiele si riabbassano le luci, e dopo mezz’ora di attesa possiamo finalmente liberare l’urlo per l’ingresso del nostro amato Jake.
Lo stile è il solito, t-shirt e pantaloni neri: più casual di così si muore.
La prima canzone è anche quella che apre il neo-uscito Shangri La, si comincia infatti con There’s a Beast and We all Feed It, dal ritmo molto veloce e un ritornello che non si stacca più dalla testa. Subito dopo è il momento di Trouble Town Seen It All, che completano il terzetto iniziale di brani movimentati e perfetti per far subito ballare l’intero parterre.

Questa è tra le migliori che l'iPhone è riuscito a fare. NO COMMENTI GRAZIE
Questa è tra le migliori che l’iPhone è riuscito a fare. NO COMMENTI GRAZIE

Dopo averci fatti scatenare, Bugg ci delizia con tutti i brani più lenti e introspettivi (lasciandone solo uno per l’encore).
Il primo è Simple as This, seguito dalla sua ‘controfigura’ Storm Passes Away, brano dal finale che sembra uscito da un piano bar americano degli anni 60, oltre ad un ritornello significativo: “Cause I’m on my knees, turn off the darkness please…”.
Arriva poi il momento più atteso dalle 12enni in coda dalle 10 di mattina, Two Fingers, cantata  ovviamente da tutti con il braccio alzato e le dita a V.

Il mood da spensierato diventa dark, con Messed Up Kids (che parla di bambini che vendono il loro corpi per strada) e Ballad of Mr Jones, storia di una vicenda giudiziaria che sembra all’italiana: l’innocente finisce in carcere e i colpevoli, aiutati dalla giuria, sono liberi.

Con un’altra transizione, Jake Bugg ci mostra le tante sfaccettature del suo lato “soft”, passando ora a quella romantica, e da bravo Cupido scocca quattro super frecce: Country Song, che ha scritto seduto di fronte a un fuoco (e si sente); Pine Trees, una delle sue più belle in assoluto; A Song About Love Slide che sprigionano rabbia e dolore per una storia d’amore finita male.

Dopo aver strappato lacrime a chiunque, il nostro Giacomino decide che è tornato il momento di muoversi e ballare, ma prima di spararci addosso le tracce più movimentate ci delizia con Green Man, che ci dà il tempo di ricomporci, tornare con i piedi per terra e cominciare a muoverli.

Ecco allora che arriva la scarica finale, quella che ci toglie fiato, voce, dignità e organi interni: via subito con Kingpin, e già il pubblico perde la testa, ma l’apice si raggiunge con Taste It, dove quei pochi che ancora li avevano, abbandonano definitivamente i propri freni inibitori.
Ma il momento che attendevamo (noi, non le 12enni) più di tutti arriva solo adesso: Slumville Sunrise, durante il quale rischio un ictus e qualche embolo, e What Doesn’t Kill You, le due più scatenate del nuovo album, che fanno pogare anche i buttafuori, il fonico, e i tassisti fuori dall’Alcatraz.

Qualcosa da dire sulla qualità della foto? Pure io.
Qualcosa da dire sulla qualità della foto? Pure io.

Qualche minuto di pausa (giusto per renderci conto che a) non abbiamo più le gambe; b) appassionarci di musica classica sarebbe stata una scelta non così malvagia), e torna il nostro amico per calmarci di nuovo, con Broken, che non riusciamo a cantare perchè gli unici suoni che riusciamo a emettere sono timidi rantoli di dolore.

Ci rilassiamo allora con la cover di My My, Hey Hey (Neil Young), e raccogliamo le forze perchè gia lo sappiamo con cosa si chiude: Lightning Bolt, e allora ci dimentichiamo pure come ci chiamiamo e ci uniamo al coro EVERYONE I SEE JUST WANTS TO WALK WITH GRITTED TEETH BUT I JUST STAAAAAND BY

Jake si avvicina al pubblico, una quarantina di minorenni perdono la verginità, io ragiono sul fatto che potrei abbandonare l’eterosessualità per una sera, e si abbassano le luci, con un mega e meritato applauso.

Un saluto calorosissimo all’adorabilissima ragazza di fronte a me che con il suo zaino occupava circa 378 metri cubi di spazio; se stai leggendo questo articolo, cara creatura divina, spiegami, CHE CAZZO C’AVEVI IN QUELLO ZAINO? UNA TENDA DA GIARDINO CON CUI TI SEI ACCAMPATA? UN CONTRABBASSO E PENSAVI DI FARE JAM?

Fort

Ho passato metà della mia vita cercando di essere come gli altri, e l'altra metà per tornare ad essere me stesso.

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