VO5 NME Awards Tour 2017: Hello, Hello Blossoms

by Maria Vittoria Perin

Quando hai più stanchezza in corpo che altro, andare ad un concerto ed essere in prima fila è l’ultima cosa che vuoi fare. Ma per Natale ti è stato regalato un biglietto per una delle tue band preferite e in più quel concerto fa parte dell’NME Tour, il tour con cui quasi tutti i grandi hanno iniziato la propria gavetta. Non si può rinunciare. Nel pomeriggio mi prendo un caffè (solubile, l’invenzione britannica che fa rabbrividire ogni italiano che atterra in questo paese) e alle 6:30 mi trascino verso la tube aggrappandomi a fatica ad una delle maniglie della Nothern Line, direzione Chalk Farm, per mettere piede al Roundhouse. Nel tragitto mi guardo nel mio piccolo specchio da taschino e noto che le mie occhiaie stanno diventando ogni ora sempre più viola, lo chiudo immediatamente. Sei ancora in tempo per vendere i biglietti, sei sicura di andarci? Sì, sono i Blossoms, sono i Blossoms a Londra, sono i Blossoms in una venue fantastica.

Arrivo con molta tranquillità e, a mia sorpresa, mi ritrovo in seconda fila, circondata da sedicenni indie Tumblr dai top striminziti e il trucco degno di un makeup artist. Le mie occhiaie oltre a farmi sentire molto stanca iniziano anche a farmi sentire molto vecchia. Alle 7:30 le luci si spengono per la prima volta e Rory Wynne sale sul palco. Capelli biondi al vento, immancabile chiodo e t-shirt bianca a fare da contorno ad una voce incredibilmente roca che però suona tremendamente bene, quasi accattivante e che dà il via ad un indie semplice, pulito, con una venatura cupa, nostalgica ma allo stesso tempo dolce. Il castello però crolla in fretta, la faccia d’angelo del cantante di Stockport nasconde una sicurezza di sé al limite della prepotenza, quella sfacciataggine tipica di chi cerca di farsi bello davanti ai riflettori, irritante, che mi fa quasi ricredere su quello che avevo appena sentito: “Questa è una canzone su di me, su quanto sono bravo” e alla fine lascia cadere la sua Fender per terra e abbandona da solo il palco, lasciando finire gli altri componenti del gruppo. Un artista a doppio taglio, un peccato, visto il potenziale e la bravura.

Non faccio a tempo a riflettere sul quello che aveva detto Rory Wynne e sul fatto che mi piaccia oppure no, che in mezz’ora il palco viene allestito per i Cabbage, seconda band spalla e scelta azzardatissima degli organizzatori, a mio parere. Se la musica di Rory Wynne crea un filo conduttore con quella dei Blossoms (entrambi condividono melodie fresche e giovani), con i Cabbage si spezza completamente l’atmosfera spensierata ed euforica che mi aspettavo, si passa all’altra sponda dell’indie rock, quella più dura, pensante, vicina al punk, che potrebbe accompagnare perfettamente gli Slaves o i Fat White Family, ma non di certo i Blossoms. Non mi dispiace questo genere, però credo che ogni band abbia bisogno di una spalla nella stessa frequenza d’onda, ogni concerto ha la sua tonalità, crea un certo tipo di aspettativa, attira un certo tipo di pubblico e la nota stonata si fa sentire pesantemente, i risolini delle ragazze si susseguono imbarazzati, i loro occhi insieme a quelli della sicurezza sono sbigottiti, sono puntati su 3 persone che cercano fare casino, di pogare tra di loro e alla fine riescono nel loro intendo: creare un pogo senza fine al centro della sala, in cui braccia e gambe si mescolano incessantemente. In poche parole è come se negli anni ’80 avessero messo i Metallica ad aprire i Pet Shop Boys. Musicalmente parlando comunque i Cabbage non sono male, se vi piace la guitar music homemade, tosta, usata spesso come critica sociale (“Uber Capitalist Death Trade” su tutte), fatta di vocalizzi alienanti, sudore e petti nudi sul palco, potrebbe essere una band da tenere sott’occhio.

Lasciato da parte il revival punk dei Cabbage, lo spettacolo va in scena alle 9:15. Si spengono le luci e parte il ritmo incessante di Black Skinhead di Kanye West. A questo punto l’ansia e l’eccitazione che già prima occupavano in parte il mio stomaco, ora si fanno largo e lo occupa interamente, sto solo aspettando di vedere cinque paia di scarpe solcare il palco del Roundhouse e liberarmene con un urlo. Il ritmo scandisce martellante il tempo, i secondi non sembrano passare più, mi sembra che stia passando un’eternità. Ma ecco, in ordine, basso, voce, chitarra, batteria e tastiera palesarsi tra la nebbia e le luci e dare il via ad At Most A Kiss. Si incomincia con il botto, sparano una delle cartucce più potenti del debut fatta da tastiere anni ’80 e un groove di basso trascinante, ma non è finita qui, perché poi incalzano con Texia e Blow. Il pubblico, già carico da prima, alla prima nota di tastiera si scaraventa sulla transenna, inizia un sing along che durerà per tutto il concerto, capace di coprire la voce di Tom Ogden. Se per una band che ha pubblicato il primo album lo scorso agosto (la cui recensione potete leggere qui) sono bastati pochi secondi a mandare in delirio il pubblico, cosa mi sarei dovuta aspettare dalle prossime canzoni? Sinceramente mi sarei aspettata un serata tranquilla, in cui si sarebbe ballato e cantato molto, ma non di certo il pogo. Ma si sa, l’adolescenza, gli ormoni…

Getaway è fantastica, limpida e dritta al cuore. Per la prima volta faccio particolarmente caso alla lyrics: “I’m over you, get under me”. I brividi mi percorrono velocemente la schiena. Il ritmo si smorza leggermente con Smashed Pianos e tra una canzone e l’altra Tom gioca a presentare i vari membri della band a seconda dello strumento che scandisce il brano, prima Charlie, poi Joe ed infine Josh e Myles. Io non ci speravo, ma all’improvviso parte Smoke, le luci si scuriscono e Tom, microfono alla mano, come farà ripetutamente in seguito, girovaga per il palco cantando “smoke with you” e… E quelle note, il testo, lui, le luci, la nebbia sono la sensualità che ti scivolano nelle orecchie e negli occhi e ti fanno muovere lentamente a ritmo. Un sogno ad occhi aperti. Ma non bastava Smoke a farmi fuori, hanno pensato di finirmi con Across The Moor con quella tastiera che ti entra immediatamente in testa e Honey Sweet. Lì, a metà scaletta, la mia preferita. Dopo averla sentita su BBC Radio1 per due mesi 2 volte al giorno, 5 giorni la settimana, non ne potevo più, sentivo di aver bisogno di una pausa, avevo bisogno di altro. Ma sentita live, la fiamma si è riaccesa e non posso di nuovo farne a meno. Appena Tom ha pronunciato il titolo della canzone si è levato un boato capace di travolgere tutta la venue, tutti conoscevano le parole, tutti cantavano unisono su quelle note così dannatamente catchy, le ragazze sono salite sulle spalle degli amici e sono stati 3 minuti e mezzo di pura felicità. Pian piano, i Blossoms sembrano prenderti per mano e accompagnarti in un viaggio nel tempo verso gli anni ’80, e ci si avvicina sempre di più con canzoni come Fourteen e Blown Rose, per la quale Tom finalmente imbraccia la sua chitarra acustica, una delle tante del suo arsenale. Qui inizia la parte acustica del concerto. Stormy, My Favourite Room e Imagine. La band sparisce dal palco e rimane solo il frontman, che si fa accompagnare al piano dal papà di Josh (Robin Dewhurst). Prima di intonare My Favourite Room però Tom si ferma, chiede di far silenzio, guarda il pubblico e chiede chi sia mai stato scaricato. Capita a tutti prima o poi, a me, a te, a lui, e infatti ci sono un bel po’ di mani alzate. Punta un ragazzo e gli chiede il nome, “Matt? Matt lei è tra la folla?”. “Ok, Victoria questa è per te” e attacca. Mi avevano già finita con le canzoni precedenti, a questo punto stavano infierendo sul mio cadavere. Sentire una semplice chitarra acustica , accompagnata da quelle parole mi ha pietrificata, sentivo le lacrime salire agli occhi, era la commozione che cercava di farsi spazio tra l’eccitazione che continuavo a provare. Quando capisci le parole di un testo, quando quelle parole hanno un significato per te, quando ti sembra di rifletterti in una canzone, sentirla da vivo ti tocca nel profondo, ti commuove. Non mi è capitato spesso di arrivare quasi alle lacrime ad un concerto, molte volte cerco di guardare la band che ho di fronte con un velo di distacco, in maniera oggettiva per vedere, valutare se la performarce ha soddisfatto le mie aspettative, ma questa volta non ce l’ho fatta, l’emozione mi ha travolto in pieno, sotto una valanga di sentimenti, e il tocco finale lo ha dato la cover di Imagine di John Lennon, breve ma intensa, fatta da un coro unito e intonato di un migliaio di ragazzi e ragazze.

IMG_20170324_141828

Verso la fine bisogna svelare gli assi nella manica. Ed ecco Cut Me and I’ll Bleed, Polka Dot Bones, Deep Grass e infine My Charlemagne. Non potevano lasciare il pubblico senza l’ultima scarica di adrenalina. 4 bombe, lasciate cadere sulla Roundhouse in pochi minuti, potentissime e folgoranti, su cui la Tom si sdraia per terra, dondola avanti e indietro per il palco e ci promette che il prossimo passo sarà la Brixton Academy. Poi tutto finisce e i ragazzi scendono dal palco con i Tame Impala in sottofondo. Mi volto, la stanchezza mi ripiomba addosso e in balia di essa vedo tante facce sorridenti che lentamente si trascinano verso il guardaroba oppure verso la canonica sigaretta post-concerto, e già con i primi sentori di nostalgia, mi aggrego a loro.

Mi piacciono i Blossoms. Mi piacciono tantissimo. E più li ascolto più mi piacciono e questo live non ha fatto altro che confermare ciò. I loro testi così diretti, puri e semplici da immaginare, mi fanno innamorare, il quintetto di Stockport trascrive in musica ciò che provo, ciò che ho provato, ciò che segretamente sogno, riesce a creare le colonne sonore dei film che forse troppo ingenuamente mi faccio in testa. Ed è questo che mi piace, la loro apparente ingenuità. Non capitemi male, la loro ingenuità li fa essere nonostante un debut con i fiocchi, le classifiche scalate e i singoli in radio, una band di 5 giovani amici che ogni sera si ritrovano su quel palco per suonare qualcosa assieme. Quella ingenuità che li fa ancora essere genuini, che non sembra aver fatto montare la testa a nessuno negli scorsi mesi, che nonostante il seguito acquisito li fa rimanere con i piedi inchiodati a terra e determinati a dare sempre di più, a diventare ancora più grande; niente frasi pretenziose, niente scenate, anzi movimenti eleganti, sorrisi tra di loro, e tanto divertimento. Live dopo live acquisiscono sempre più sicurezza, sicurezza che già dimostrano di suonare lì sopra con centinaia di occhi puntati addosso nonostante la giovane età, e che spunta in piccoli momenti più impensabili, quando tra di loro si dicono qualcosa all’orecchio e scoppiano a ridere, come se quelle fossero delle normali prove nel garage di casa. Blossoms, alla prossima, alla Brixton Academy!

Maria Vittoria Perin

Sogno costantemente concerti e nella realtà li aspetto come un bambino aspetta Natale, intanto colleziono testi di canzoni in un'agendina nera tappezzata di stickers di album. "If you lost your faith in love and music, oh the end won't be long" dovrebbe essere un mantra.

Altri articoli che potrebbero interessarti

Dicci la tua