Mumford & Sons @Assago Summer Arena, Milano | 04/07/16

by Sara

Premessa: chi scrive si è trascinato all’Assago Summer arena con i postumi del concerto di Springsteen a San Siro. Come ogni buon concertaro sa, i traumi fisici si curano facilmente a suon di droghe varie (da leggere: integratori alimentari, caffè e zucchero), mentre quelli psicologici presentano spesso un processo di guarigione un po’ più lungo e complesso. L’unica cura alla depressione del giorno dopo è quella di avere in tasca un altro biglietto, e così è stato. Da mesi infatti la sottoscritta si trastullava al pensiero di farsi i concerti di due dei suoi artisti preferiti uno in fila all’altro. Benché sia risaputo che il Boss provenga da un altro pianeta e che i suoi live rappresentino una categoria a parte, il quarto appuntamento italiano dei Mumford & Sons nel giro di un anno non ha deluso le aspettative di nessuno, incluse quelle di coloro che il giorno prima avevano cantato e ballato al Meazza per tre ore e quarantacinque minuti.

Circondati da un romantico scenario composto da una distesa di cemento situata tra un’autostrada e dei campi che a una certa ora della sera emanano un delizioso aroma di concime che si mescola con quello di Autan, i presenti si sono rilassati all’ombra del Mediolanum forum bevendo birra ghiacciata e chiacchierando con vecchi amici che non vedevano da tempo. Tutto ha il sapore di una bella sera d’estate e il pubblico accoglie calorosamente il gruppo di apertura, Nathaniel Rateliff & The Night Sweats, band dal sound folk rock/blues rock in linea con quello dei Mumford, che allieta l’attesa con ritmi energici che facilmente fanno ballare.

Il sole tramonta e poco dopo le 21.30 il quartetto di Londra sale sul palco, allestito con la scenografia dell’ultimo album “Wilder Mind” uscito a Maggio 2015. La prime note che si sentono sono quelle di Snake Eyes, una delle canzoni più belle del disco che ha portato i Mumford a intraprendere un cammino musicale decisamente più rock. Un inizio ben calibrato con un pezzo costruito su un crescendo strumentale che permette alla band di mostrare il suo nuovo biglietto da visita e che al tempo stesso fa crescere l’adrenalina nei corpi dei fan. Marcus è in vena di far festa: già al termine della prima canzone spende parole d’amore per i fan italiani esclamando “I fucking love Italy!” prima di abbracciare la chitarra acustica e far vibrare nell’aria le note di Little Lion Man e White Blank Page, cantate a squarciagola da tutti i presenti. La scaletta del concerto è ben equilibrata e vede un alternarsi di pezzi del nuovo album, dal sound più elettronico e rock, a brani vecchi dal sound folk, quelli che hanno permesso a Marcus & co. di raggiungere il successo del pubblico e della critica. Tra un alternarsi di banjo e chitarre elettriche, chicche per i fan più accaniti (Broken Crown), canzoni preferite la cui magia viene spezzata da un Marcus un po’ brillo che confonde le strofe (Holland Road), brani da pelle d’oca (Ghosts That We Knew) e piacevoli ritorni in scaletta (Lover’s Eyes) ci si avvicina alla seconda parte del concerto.

WhatsApp-Image-20160705 (1)La band è carica ed emozionata di fronte all’affetto e al calore dimostrato dall’Italia, paese a cui dicono di essere molto legati… talmente legati da volersi cimentare in esercizi linguistici strappando sorrisi e risate isteriche al pubblico. Tra le pietre miliari della serata la versione alternativa “Graz” del tipico “Grazi” degli anglofoni (Marcus, magari ti sei confuso e pensavi che Graz fosse una marca di birra?), “avete un fuoco?” di Ben in versione uomo delle caverne e soprattutto il glorioso ritorno di una delle frasi da baccagliatore di Marcus ovvero “li tuoi occhi brilano come la luna ma le tue mani sono troppo paluse”. Se vi siete fatti due risate vi allietiamo ulteriormente la giornata dicendovi che su FB esiste un gruppo chiamato “impariamo l’italiano con i Mumford and Sons” dove potete trovare molte altre perle e constatare voi stessi i non progressi fatti dalla band dopo anni e anni di visite nello stivale.

Esperimenti linguistici a parte, tra battute varie il concerto prosegue con una tripletta fatta di sudore, braccia al cielo e voci che si alzano all’unisono: è il momento di The Cave, canzone con cui per molti “tutto è iniziato” (cit.), seguita da Roll Away Your Stone e Ditmas, terzo singolo estratto da Wilder Mind, che ha un ritornello potente che richiama le sonorità e lo stile di Sigh No More e Babel. E’ proprio durante questa canzone che Marcus come suo solito decide di farsi un giro nella folla, vagando a caso tra la terrazza vip e le ultime file. Finito il pezzo, mentre il frontman cerca di riemergere dal bagno di folla, Ben annuncia l’arrivo sul palco di un “amico italiano”. Panico e guardi confusi tra amici e compagni di ballo e sudorazione, in una frazione di secondo mille nomi si fanno strada nella mente: ci si aspettava di tutto, persino un duetto con Ligabue su “Certe Notti”. Ed ecco che a grande sorpresa compare Ludovico Einaudi, che incanta il pubblico lasciando scivolare le dita sul pianoforte per poi essere affiancato da Ben e dal resto della band. Il pubblico è in delirio: c’è chi si commuove e chi riprende il tutto sapendo di aver difficoltà a realizzare l’accaduto l’indomani. Tutti ascoltano in religioso silenzio, scoppiando poi in urla e applausi al termine della performance. Un bellissimo regalo ai fan italiani che mostra ancora una volta che i Mumford & Sons sono musicisti con la M maiuscola.

IMG-20160705-WA0018Dopo questa parentesi di cui il pubblico riesce con difficoltà a rendersi conto, Marcus rimane alla batteria e attacca con Dust Bowl Dance, ultima canzone prima dell’encore. Si è giunti al culmine di un concerto che ha già dato tanto e che regala una scarica di adrenalina finale con un’altra sorpresa: la band riprende fiato con Hot Gates (la canzone più debole della scaletta e di tutto Wilder Mind a mio parere), per poi proseguire con una cover di I’m On Fire di Springsteen.  La band è consapevole di suonare in una città dove da giorni non si parla di altro che delle due date a San Siro e fa uno stupendo omaggio ad uno degli dei dell’olimpo del rock al quale sicuramente si ispira. E’ proprio in questa parte del concerto che si raggiunge l’apice (immaginate lo sguardo pietrificato della sottoscritta quando sono partite le prime note), un climax ascendente che continua a crescere con Babel, richiesta da un fan nella folla con un cartellone, e con I Will Wait e infine The Wolf, che chiude quasi due ore di canzoni cantate a squarciagola e salti che né il sudore, né la stanchezza né tantomeno le zanzare hanno potuto fermare.

Un concerto dei Mumford & Sons non è un classico concerto dove la band sta sul palco nel proprio mondo e il pubblico la ammira dal basso; è una vera e propria festa tra amici, e questo clima magico lo si respirava anni fa nei loro primi show in club da 300 posti così come oggi nelle arene. Persone alla mano e musicisti versatili (è uscito poche settimane fa un EP realizzato con artisti sudafricani intitolato Johannesburg) in grado di capire e di avvicinarsi al proprio pubblico con la musica e con le parole, sia che esse siano all’interno del verso di una canzone o in una battuta. E ieri sera i Mumford & Sons lo hanno fatto di nuovo, con piccoli gesti: dal parlare in italiano al discutere degli europei di calcio, dal “give the middle finger” a quelli sulla ruota panoramica al ringraziare guardando negli occhi le prime file fino al costruire una scaletta ad hoc per una vera festa da sera d’estate, omaggiando un musicista italiano e un italiano d’adozione.

Nessuno, né i fan né la critica ha ben chiaro quale sarà il cammino artistico che intraprenderanno i Mumford & Sons: certo è che sarà un cammino lungo, fatto di deviazioni e ritorni sui propri passi, che però non li porterà mai ad abbandonare la strada dei live.. e questo vale anche per i loro fan.

Setlist

Snake Eyes

Little Lion Man

White Blank Page

Wilder Mind

Holland Road

Lover Of The Light

Tompkins Square Park

Believe

Broken Crown

Ghosts That We Knew

Lover’s Eyes

The Cave

Roll Away Your Stone

Ditmas

Dust Bowl Dance (intro con Ludovico Einaudi)

Hot Gates

I’m On Fire (Bruce Springsteen Cover)

Babel

I Will Wait

The Wolf

Sara

Ventenne con la testa tra le nuvole ma i piedi sempre per terra. Costantemente in bancarotta a causa del “carpe diem” in fatto di concerti, (troppo) spesso preferisco la musica alle persone.

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