Noisy Road Memories: 6 luglio 2013, Muse @Stadio Olimpico, Roma.

by Carmen

Flashback: 16 novembre 2012, Unipol Arena, Bologna.
A nemmeno due ore dall’apertura dei cancelli di quello che era il mio primo concerto dei Muse in assoluto (purtroppo), il dialogo tra me, la mia migliore amica e il mio allora ragazzo al telefono è stato più o meno: ‘Oh, ragazze, i Muse in Italia questa estate, due date a Torino e una a Roma. Che facciamo?’ ‘Uuuuhm…’ ‘Roma?’ ‘Roma, però facciamo tribune che siamo povere.’


Tanti mesi dopo…
Cari amici, col cuore in mano, quello che mi sento di dirvi è: non organizzate mai, e dico MAI, concerti e/o viaggi con persone di cui non avete un referto psichiatrico sicuro e accertato da un medico competente perché poi vi ritrovate due mesi prima del concerto a fare quella che sarà la scelta migliore della vostra vita: mollare ragazzo e tribune e sfangarvi nel prato benedicendo la seconda tornata di biglietti uscita attorno a inizio maggio.


Bene, finito l’excursus sui fatti miei (dai, su che dico certe cose perché poi non voglio vedervi sotto denunce e minacce varie da gente che sta più fuori del dentino di Bellamy) e dopo peripezie di ogni genere,
 dopo le due date di Torino e l’aver appreso che all’Olimpico si girerà il supermegaiperchetisivedonoanchelecapsuleaidentiibrufolieipuntineridiquandoavevitreanniemezzo DVD da cardiopalma, un giorno prima della suddetta data finalmente si parte per Roma. Diciamo che il viaggio inizia un po’ MEH visto che, facendo colazione al bar dell’aeroporto, mi è precipitata addosso la tazzina del caffè (m̶a̶ ̶n̶o̶n̶ ̶è̶ ̶c̶h̶e̶ ̶c̶i̶ ̶s̶o̶n̶o̶ ̶i̶ ̶V̶a̶c̶c̶i̶n̶e̶s̶ ̶o̶ ̶i̶ ̶K̶o̶o̶k̶s̶ ̶i̶n̶ ̶a̶e̶r̶o̶p̶o̶r̶t̶o̶ ̶e̶ ̶i̶o̶ ̶n̶o̶n̶ ̶l̶o̶ ̶s̶o̶?̶) preludio di quelli che saranno, letteralmente, tre intensissimi giorni di bestemmie e odio verso qualsiasi essere umano nel raggio di 3km. E anche quelli oltre.

Vabbè, chiaramente vi risparmio ciò che succede (un saluto al supermercato a Termini che ci ha fornito le carotine da sgranocchiare a caso… perché, giustamente, nel cibo da concerto rientrano le carotine) fino alle ore 17 circa del 5 luglio: io e la mia compagna di concerti, mollata la roba nel simpatico b&b vicino lo stadio, decidiamo di andare a fare un giro di perlustrazione in vista del giorno dopo quando ci arriva un messaggio da una nostra amica che, sprovvista di alloggio, era già a zingareggiare davanti lo stadio. L’inizio della fine, almeno per noi.

“Ragazze, dove siete? Qui ci sono già 30 persone!”

Trenta persone.
T r e n t a    p e r s o n e.
Alle cinque di pomeriggio.
Del giorno prima del concerto.
Ah.

Ma comunque, armate di stupore e di sole cocente dritto in testa, entrando per l’ingresso stampa (ciao Anna Pettinelli, è stato bello) arriviamo con mooolta calma… tanto calme da esserci già quasi venti persone in più rispetto a venti minuti prima; ci affibbiano (un saluto alla n°1 e 2, vi voglio bene) i numeri 48 e 49. MA INSOMMA, dicevo, la situazione si evolve tra vecchie e nuove conoscenze, i primi materassi gonfiabili per la notte, un soundcheck di tre ore e la coppia di simpatici fidanzatini che pensava di essere alla macelleria e ha tipo preso il numero sulla mano e poi si sono volatilizzati. Mai più visti nemmeno il giorno dopo. Mah.

la situa dell’1am circa

Fatto sta che, in tutto questo, a mezzanotte e qualcosa, io ho personalmente segnato il numero 100 sulla mano di un ragazzo prima di iniziare a girare a caso per lo stadio ed essere dolcemente scortate fuori da un po’ di bodyguard a caso. Inutile dire che è stata un’esperienza sovrannaturale, amici: tra australiani, americani, svedesi e francesi (furbi che facevano finta di non capire l’inglese per non fare la coda ABBELLE ‘NDO ANNATE) non auguro a nessuno di provare a “””dormire””” sull’asfalto romano a 10m da un club tamarrissimo che Milano Marittima in piena estate scansate proprio e a 2m da delle enormi statue che, ad ogni tuo movimento sul comodissimo asfalto, sembravano cambiare posizione… scenario da film horror decisamente.

La mattina dopo sembra andare appena meglio a parte il caldo africano e, cosa degnissima di nota, l’incapacità del popolo italiano di capire un semplice concetto: se e quando ai concerti vi si numera la manina, ragazzi miei, soprattutto per concerti enormi dove la coda è divisa in blocchi e serve appunto per organizzare le prime persone… ecco, voi che arrivate e siete il numero 673 e siete al blocco tremila e quindi entrerete comunque eoni dopo, mi spiegate cosa diamine ve lo scrivete a fare?!?!?!?! Io vi voglio bene ma certe volte… dai, su.

Dicevo, mattinata tranquilla: gente che si fa portare via in ambulanza ogni tre per due, ombrelloni da mare, gente in costume, “signorììì che ‘a voi ‘a fascetta dei Miurz?”, tattiche per decidere dove sistemarsi lungo il palco e la passerella e i soliti sveglioni nel blocco due che si sono alzati tre ore prima dell’apertura dei cancelli mentre noi, nel primo blocco, avevamo ancora materassi gonfiabili e accampamento bello sistemato. Finalmente, attorno alle 16, le porte dell’inferno aprono.

Devo dire, la corsa verso il palco più disastrosa della mia vita: superati i primi tornelli e fatti i primi metri in pochi secondi, si arriva ai tornelli elettronici dove i primi prodi iniziano a cadere. Poi su per le scale interne dove si superano corpi ammassati per terra che cercano di protendersi verso l’alto e aggrapparsi ai gradini e strisciare sui gomiti, poi la morte sotto forma di cemento: le scale interne dello stadio, roba che una vera discesa  negli Inferi sarebbe stata meno ripida e meno pericolosa e quindi si è costretti a farle con calma ma, messo piede sulle piattaforme di plastica del parterre e scavalcati coloro che ce l’avevano quasi fatta, finalmente metto le mani sulla mia adoratissima transenna sulla destra, lato Wolstenholme lungo la passerella.

‘Mio dio, MIO DIO, ce l’ho fatta!’
Ce l’hai fatta!, diranno molti di voi a questo punto (altri diranno ‘chi se ne frega’ ma okay). Sì… ce l’avevamo fatta ma non credo che tutti fossero d’accordo su questa cosa, soprattutto i fan dei Radiohead che gufavano fuori dallo stadio. Infatti dopo una giornata di sole bastardissimo e dopo aver aver letteralmente poggiato il culo per terra cercando i polmoni che ormai ciao-ciao-andiamo-a-puttane, Zeus/Odino/Dio/Allah/sailcazzochi, decide che era arrivata l’ora di lavarsi la lunga chioma e quindi pioggia. Ma non pioggia. Pioggia. Tanta maledettissima pioggia. Col sole che ancora sfarfallava nel cielo. Acqua a secchiate, roba che qualcuno già chiamava Noè per ogni evenienza. Lì, fermi con le mani in mano, lo sconforto generale si vedeva chiaramente dipinto sul viso di ognuno di noi: chi bestemmiava e chi pregava che quello strazio finisse presto soprattutto perché i 15kg d’acqua addosso e i pesciolini che nuotavano nelle scarpe iniziavano a farsi sentire. Poi, così come tutto è iniziato (e cioè a cazzo), il tutto è finito: quindici minuti dopo la prima goccia di acqua è tornato il sole che, purtroppo, non asciugava una beneamata minchia di niente visto che ormai eravamo tutti ammassati e in stretto contatto l’uno con l’altra.

Sì, credo che in quel quarto d’ora e nel successivo resto della serata fino alle 21 circa, ricordo di aver pensato che mai più sarei andata ad un concerto… COME NO.

Ma finalmente, dopo ore di appiccicosa e bagnaticcia sofferenza, io e la mia compagna di concerti ci infiliamo le nostre sobrie sempre parrucche blu e arrivano i supporter a movimentare le cose che, questa volta, hanno il classico problema da supporter amplificato x1000: già i gruppi spalla se li cagano in pochi figuriamoci suonare davanti un pubblico che dio solo sa se qualche membro della band si fosse azzardato a fare stage diving… manco le ossa indietro tornavano.

Quella sera, ad aprire per i Muse c’erano i We Are The Ocean (di cui ricordo solo di aver voluto intensamente sposare il chitarrista)…

li c’è anche il tizio della security che mi ha offerto dello shampoo mentre mi strizzavo i capelli oltre la transenna. Maledetto stronzo.

… e, dio li benedica, gli Arcane Roots che hanno scaldato davvero bene il pubblico. Piccolo e simpatico siparietto dei vincitori del meet&greet di Virgin Radio che, poverini, sono stati fischiati in una maniera allucinante. Però deve essere stato bello vedere dal palco un intero stadio che ti faceva il dito medio, deve essere stata una bella esperienza tutto sommato. Poi compare lui, la vera star del concerto.

il giocattolino di Bellamy che ‘waaah voglio un robot a cazzo’ e l’ha avuto

Ma comunque, io, personalmente, credo di aver perso la dignità sentendo quella voce pre-registrata che ci diceva che i Muse avevano scelto quel concerto e Roma per registrare il loro DVD, cosa che sapevamo già ma, insomma… so’ emozzzzzioni, amici.

Per i veterani di guerra, per gli ossessionati e per quelli che sono entrambe le categorie, le note di Planisphère dei Justice possono significare solo una cosa.

Ci siamo (a parte l’ansia allucinante che una canzone del genere mette prima di un concerto). 

Ed ecco le luci calare assieme al silenzio della musica e alle crescenti urla del pubblico, le note ansiogene degli archi di Unsustainable si fanno strada tra il pubblico pronto a quella magica esplosione che è l’inizio di un concerto tanto atteso. E l’esplosione arriva davvero, letteralmente: i Muse ci deliziano con il loro Boom Intro ovvero #focofinoarcielo o, per tutti gli altri, una vampata di fuoco che sicuramente ha asciugato i vestiti e distrutto le sopracciglia e i capelli di quelli in prima fila davanti al B-stage.

la visuale del c̶u̶l̶o̶ ̶d̶i̶ Chris Wolstenholme che ho avuto durante quasi tutto il concerto

Supremacy fa la sua brutale ed energica comparsa sul palco assieme ai tre d̶e̶f̶i̶c̶i̶e̶n̶t̶i̶ ognuno ai suoi rispettivi strumenti. Le canzoni si snocciolano tranquillamente, per così dire, l’una dopo l’altra: da una Plug In Baby con tanto di rincorsa lungo tutta la passerella (mio dio, Bellamy, non farlo mai più davanti ai miei occhi perché t’è andata di culo senza impalarti da solo con la chitarra come tuo solito) ad una Knights Of Cydonia con tanto di controllo delle transenne che iniziavano a cedere; dai visual strafottenti di Panic Station alle varie coreografie con alcune simpatiche comparse come durante Animals Feeling Good.

Non sono mancati intro e outro sparsi qui e lì: Freedom dei RATM come outro per Stockholm Syndrome e, piango al solo ricordo, House Of The Rising Sun come intro per Time Is Running Out. E credo che, quest’ultima cosa, dopo averla attesa per anni e averla cantata e ascoltata assieme a non-so-bene-quante-mila-persone mi abbia traumatizzata a vita.

E non sono mancate nemmeno le dediche a cui il nostro così tanto b̶e̶s̶t̶e̶m̶m̶i̶a̶t̶o̶ amato frontman è abituato: per il giubilo dei fan della coppia, Madness dedicata alla Kate Follow Me dedicata a quella palletta di ciccia e capelli biondi che è loro figlio Bingham. Lo so che tutti vi siete inteneriti davanti a quel ‘questa cansone è per mio filio’, non negate: l’aaaaw di un intero stadio è stato chiaramente percepibile.

A questo punto, però, visto che c’è un filmato ufficiale dal concerto, credo sia inutile stare lì a descrivere canzone per canzone anche perché le sensazioni e le emozioni cambiano da persona a persona (ed è inutile che vi impuntate e giocate a chi piscia più lontano decidendo per tutti quale canzone sia superiore ad un’altra. Ficcatevelo in testa).

Però sia chi ad un concerto dei Muse – che sia recentemente o quando ancora erano tre teneri simpatici embrioni, come molti fanz fanno sempre notare – c’è stato e sia chi l’ha visto solo in video, sa che un concerto di questa band non è “solo” musica, è un po’ tutto.

bei coriandoli, anche molto buoni

Che siano musicalmente apprezzati o meno, che le loro scelte siano approvate o no e che sia approvata o meno anche la loro maestosa presentazione sul palco, quando mi chiedono di descrivere un concerto dei Muse (pazzi, come si fa?!) alla fine dico sempre che è un’esperienza totalizzante che coinvolge ogni parte di chi osserva, dall’udito al tatto (Dominic, la tua mano era così morbida… io… io… non sono ancora pronta a parlarne, scusate), che sia sulle tribune o giù al macello, si è totalmente avvolti dalla musica, dai colori, dalla pelle d’oca e dai lacrimoni.

scusate per la foto, non ero nel pieno delle mie facoltà mentali e fisiche

Chiaramente non mi avventuro nella specifica descrizione di Matt, Dominic Chris dal punto di vista tecnico poiché mi mancano le competenze per poterlo fare ma, signori e signore, sono l’unica a cui vengono i brividi ogni volta che sento e vedo Matt suonare, che sia una chitarra o un piano a coda? O che ogni volta si stupisce dell’energia che Dominic ci mette alla batteria, nonostante quelle due braccia sottilissime? Per non parlare di Chris e di quelle mani che viaggiano velocissime sulle corde del basso.

Ecco, appunto.

Ma comunque, si sa, i concerti durano sempre poco: con 27 canzoni ed una Starlight di chiusura, si conclude anche questa bellissima esperienza, per me finita a raccogliere i soldi finti lanciati durante il concerto e ad abbracciare persone a caso. Anche se, questo concerto, lo ricorderò a vita anche per le palle enormi che sono cresciute un po’ a tutti per le varie lamentele, in ordine: sul perché avessero scelto Roma e discriminato Torino, sulla scaletta che non conteneva queste chissà che canzoni particolari tanto da essere immortalate per sempre in un DVD, sull’ ‘hanno fatto Guiding Light perché al concerto c’era Kate e l’hanno messa nel video per questo motivo!1!!1!’… io amo i fan dei Muse, davvero.

Il viale dei ricordi è finito, e se non vi è venuta voglia di rivedervi quello spettacolo sul pc o sul televisore di casa… mi dispiace per voi.

Live long and pwosper.
Cheers. 

Carmen

Senz'anima e senza soldi, pendolare da concerti e booklet vivente: se vi serve un pezzo di canzone, ce l'ho tatuato sul corpo. Un giorno smetterò di ascoltare chi mi consiglia nuova musica e avrò una vita.

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