Perché andare ad un concerto dei Sigur Ròs almeno una volta nella vita (o anche più di una)

by Giada Agnoli

“Þú ert refur

Þú, þú hefur

Á loft, á loft

Á loft, á loft

Þú líður

Á ófriður

Alein, alein

Alein, alein

In questo live report non voglio raccontare del concerto dei Sigur Ròs in sé, anche se ovviamente è giusto farlo. Lo farò in parte, perché il vero argomento su cui vorrei concentrarmi è come l’aspettativa di qualcosa possa essere stravolta in maniera radicale. Tranquilli, non voglio parlare di psicologia né tantomeno di filosofia. Voglio raccontarvi una delle esperienze più particolari che abbia mai vissuto: lo spettacolo dei Sigur Ròs ad Assago, il 17 ottobre 2017.

Chi conosce almeno un minimo la band (e per un minimo intendo che sappia riconoscere “Sæglópur” o “Hoppipolla”) probabilmente si sarebbe aspettato uno show piatto, un po’ tutto uguale e per certi versi noioso. Ma noi non siamo qui per parlare di stereotipi musicali, no? E allora ascoltatemi perchè vi ricrederete, come ho fatto io.

Per quanto mi riguarda, l’ambiente “pre concerto” è stato il migliore a cui abbia partecipato.

Essendo una ossessionata della transenna, non volevo rischiare di ascoltare il concerto dal fondo del parterre, così mi sono recata al Forum per l’ora di pranzo, sicurissima di essere una delle prime, non mi aspettavo minimamente di trovare già qualcuno. Non mi vogliano male i fan della band, ma la verità è che non pensavo esistessero. C’è gente che non crede negli angeli, che non crede in dio, beh, io non credevo nei fan dei Sigur Ròs. In attesa di varcare i cancelli erano presenti una ventina di ragazzi (pochi, per essere l’ora di pranzo, penserete, ma vi giuro che io ero sbalordita: non mi aspettavo nulla di tutto ciò). Chi veniva da Roma, chi da Salerno e chi da Bologna, tutti lì in fila dalle otto o dalle dieci del mattino per i loro amati Sigur Ròs. Io ero davvero curiosa di capire il “fandom” della band islandese e così ho cominciato a studiare questo fenomeno. Molti di loro sono fan storici, che li seguono dal secondo album o addirittura dal primo. Per molti questo non era il primo concerto della band, infatti alcuni ragazzi li avevo già intravisti allo Sziget Festival 2016, l’anno in cui suonarono i Sigur, mentre altri avevano partecipato al concerto dell’Idays 2016 a Monza. Tra le tante chiacchiere mi raccontarono la loro esperienza con la band, di quanto li amassero e di quanti sacrifici avessero fatto per essere lì quel giorno: essendo un martedì c’era chi si era preso il giorno di ferie, chi aveva saltato lezioni importanti all’università e chi aveva speso davvero tanto tra mezzi e alloggio per arrivare in tempo per il concerto. E alla mia domanda: “Perché lo stai facendo?” uno di loro ha risposto che era la band del suo cuore. Ora che siete arrivati a questo punto penserete che tutto ciò è normale: trovare persone disposte a sacrifici per la band preferita, persone che seguono un gruppo musicale dalle origini. Sono pienamente d’accordo con voi, ma a me non bastava questo, io volevo sapere cosa dei Sigur Ròs potesse piacere così esageratamente a quelle persone. Ero scettica, ma poche ore dopo mi sarei ricreduta totalmente.

Tra di noi regnava un’assoluta sensazione di calma e tranquillità che mai mi era capitata di vivere ad un concerto. Solitamente c’è un clima di tensione tra i primi della fila, una perenne lotta per essere il primo ad arrivare davanti al palco. Beh, quello non è stato ciò che ho provato io quel giorno. L’abbiamo vissuta tutti in maniera estremamente amichevole ed in men che non si dica eravamo già dentro al forum per goderci lo spettacolo.

Nessuna band di supporto pre-concerto, una scelta molto particolare da parte dei Sigur Ros, che capita raramente di trovare in giro per i palchi del mondo. Anche questo fatto mi aveva portato a pormi altre mille domande. Domande a cui avevo smesso di cercare risposta; ho deciso, infatti, di aspettare l’inizio del concerto ormai imminente nella speranza che fossero quelle note a darmi soluzione.

Alle 21.05 era già calato il buio e le luci del palco puntavano contro di loro: Jònsi, Georg e Orri. Con una incredibile timidezza la band si approccia con il pubblico con la prima canzone “Á”.

In queste prime note avevo già notato l’intrinseco legame che li lega alla loro terra d’origine, l’Islanda. Ed i fan lo sanno meglio di me, erano molteplici infatti le bandiere islandesi in giro per la transenna e le tribune.

Le scenografie e i giochi di luce sono stati a dir poco stupefacenti, in particolare nella seconda parte del concerto. Molte bacchette illuminate davano movimento sul palco, immagini evocative venivano proiettate sullo sfondo e durante Óveður la band si è esibita dietro una grata in ferro retroilluminata.

Una delle cose che ho apprezzato maggiormente è stata il fatto che in pochissimi avevano il cellulare alzato. Chi frequenta l’ambiente tipico “concerto” conosce meglio di me la questione: centinaia di schermi alzati verso il cielo nel tentativo di registrare almeno la metà del live. Questa, per fortuna, non è la situazione che si sono visti i Sigur dal palco, in alcuni momenti nella platea c’era perfino buio pesto. Non so come questo sia potuto accadere, perché solitamente riuscire a trattenersi dal crearsi un ricordo della serata è difficile anche per me, ma non ad Assago quel giorno. Tutti noi volevano goderci al cento per cento l’intero concerto.

Chiunque attorno a me aveva gli occhi lucidi, c’era chi semplicemente chiudeva gli occhi per abbandonarsi alle note di Niður, chi tentava timidamente di cantare nella lingua islandese assieme al frontman e chi senza vergogna lasciava spazio alle emozioni facendo scendere qualche lacrima.

Questo concerto mi ha fatto riflettere, mi sto scervellando da oltre quattro giorni per capire come potesse essere così diverso da tutti gli altri live a cui ho partecipato in questi anni, del perché mi sentissi così strana in mezzo a quel contesto che sentivo non mi appartenesse per niente, ma che adoravo con tutto il mio cuore. La verità era che non mi ero mai sentita così a casa come quel giorno.

Ho capito che la vera differenza non ha a che fare con nulla di ciò detto in precedenza: dei fan, della scelta di non avere band di supporto, della scenografia o di ciò che provavo io. La differenza la fanno i Sigur Ròs.

Una band che se ne è da sempre fregata della moda del momento, che si distacca totalmente dal mercato musicale che pretende brani di pochi minuti per poter creare note indipendenti, uniche, lente e spesso complesse. Canzoni che incontrano la natura e le parole (con un suono inconfondibile) a loro volta, si ritrovano con immagini evocative perfettamente descritte.

A parer mio i Sigur Ròs vogliono raccontarti di natura, spiritualità, perfezione, attraverso uno splendido viaggio che può essere vissuto nella loro immensa discografia o in un loro concerto, come ho fatto io. Ho sentito davvero quella magia, ho sentito silenzio, ho sentito niente. Queste due parole sono molto diverse, ed io le ho abbinate a sensazioni differenti: tutto può diventare niente, tutto può diventare silenzioso dentro ad una musica in cui le parole contano solo se abbinate all’emozione. E’ stato quasi impossibile abituarsi a quell’idea, abituarsi ad un genere musicale che difficilmente può appartenere a quest’epoca. La vera assurdità è stata anche questa, ascoltare quelle note in un contesto che sembrava non appartenerci minimamente.

Sono proprio questi i Sigur Ròs. Sono un mondo tutto loro, un mondo magico, un mondo di silenzio, un mondo che non può essere descritto a parole. Ascoltateli e apprezzateli, non ve ne pentirete.

Giada Agnoli

Ai concerti mi emoziono così tanto da dimenticarmi di respirare

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