Queens of the Stone Age @ Lucca Summer Festival

by A. D. Sanders

È ufficialmente estate da un paio di giorni, il momento ideale per la prima giornata del Lucca Summer Festival 2018. A inaugurarla ci sono i Queens of the Stone Age assieme a Rival Sons e CRX come gruppi spalla. Arrivo a Lucca nel primo pomeriggio, piazza Napoleone è ancora aperta al pubblico, mentre il palco finisce di essere allestito. La cittadina toscana è tranquilla, del resto sono previste poco più di 4000 persone, considerato che la capienza massima della location può raggiungere anche i 10.000 posti in piedi. Abituato a spazi ben più vasti, è bello poter vedere un palco così grande in uno spazio così ridotto. 

Sono pressapoco le 20.00 quando iniziano i CRX aka la band del chitarrista degli Strokes, Nick Valensi, qui in veste di frontman. La scaletta è ovviamente breve, nove brani in cui lo spettro di Casablancas aleggia costantemente. D’altronde Valensi aveva dichiarato di essersi tuffato in questo nuovo progetto proprio perché stufo di dover aspettare ogni volta duecento anni per potersi esibire con gli Strokes. Detto ciò i CRX dal vivo sono validi e offrono l’antipasto ideale prima del pasto principale, che si prospetta davvero appetitoso.


Dopo di loro è il turno dei californiani Rival Sons. Su di loro fondamentalmente vanno fatte due considerazioni: la prima è che il frontman  Jay Buchanan ha una voce potentissima, la seconda è che la barba del tastierista turnista Todd Ögren-Brooks fa impallidire quelle degli ZZ Top. Scherzi a parte, il pubblico si fa subito prendere dalle atmosfere blues rock sfacciatamente zeppeliane e si lascia trasportare dai riff di una band la cui bravura dal vivo compensa la non grandissima originalità. 

Ormai è calata la notte e in effetti avrei fatto fatica ad immaginare di vedere i Queens of the Stone Age alla luce del sole. Finito il consueto soundcheck, le luci sul palco si spengono di botto. Dalle casse comincia a uscire l’allegra e spensierata Singin’ In The Rain e per un attimo penso di aver sbagliato concerto. Ma ben presto iniziano ad esserci delle interferenze, la voce di Gene Kelly viene intervallata da suoni cupi e minacciosi, si capisce subito che qualcosa di oscuro e potente sta per prendere il sopravvento e spazzare via la piazza. Ed è così che Josh Homme e soci fanno il loro ingresso sul palco attaccando subito con Keep Your Eyes Peeled. E la avverti subito: una sferzata di frequenze che ti travolge di petto. Il basso di Michael Shuman ti fa vibrare anche la cellula più interna del corpo. La folla è subito rapita da quest’atmosfera, e da qui fino alla fine del concerto non ci troveremo più a Lucca ma nel Palm Desert, luogo di nascita dello Stoner. Il lightset è veramente di alto livello, con il palco disseminato da pali led che vengono usati come punching ball dalla band e con un variegato sistema di luci, che all’occorrenza trasforma il palco in un club.

Segue Sick, Sick, Sick sicuramente uno dei loro brani più energici, ma è solo alla successiva Feet Don’t Fail Me che il pubblico finalmente si scatena. L’apripista del loro ultimo album Villains lo è in un certo senso anche di questo concerto: nelle prime file si poga, in tutto il resto della piazza si salta. Una canzone nata per essere suonata dal vivo. Josh Homme, come il resto della band, è in forma smagliante – nonostante continui a bere e fumare, la voce e la sua chitarra rasentano la perfezione. Si prosegue con il singolo The Way You Used to Do e ciò che impressiona è l’energia incredibile di una band che invece di invecchiare sembra fare l’opposto. Da questo momento non c’è un attimo di tregua, perché vengono proposti in successione due brani dell’iconico album “Songs for The Deaf“: You Think I Ain’t Worth a Dollar, but I Fell Like a Millionaire e la famosissima No One Knows con tanto di assolo finale di batteria. Jon Theodore, il batterista ex Mars Volta (andate a sentirvi le cose che combinava con loro, sono incredibili), è una macchina, e se non fossero gli occhi a dirti il contrario, daresti per scontato che abbia minimo quattro braccia.

Uno dei grandi pregi di questa band è che nessun membro vive nell’ombra dell’altro (o del frontman). Già, perché per riuscire a non essere oscurati dalla presenza del carismatico Josh Homme, ci vuole un immenso talento. Al 90% dei concerti si finisce per guardare sempre il frontman e magari il chitarrista, per lanciare sporadiche occhiate ai bassisti, batteristi e tastieristi. Con i Qotsa, invece, non sai mai dove guardare. Ogni musicista ha talento, ogni musicista ha una presenza scenica ed uno stile (leggasi anche Troy Van Leeuwen) che tuttora molte delle band affermate si sognano.

Il live prosegue con i sei minuti abbondanti di The Evil Has Landed ed il falsetto di Homme è degno di quello sul disco. Tutti si abbandonano al ritmo, ballando in tutta la piazza. Non so dire a che punto della serata sia volato il primo reggiseno, so solo che alla fine non si contavano più. Sul serio, in tutti questi anni non ho mai visto una cosa del genere.  Josh riesce ad afferrarne al volo uno e lo appende su uno dei led. Rimarrà lì a tenergli compagnia per tutta la serata.

Josh Homme poco dopo aver sistemato il reggisseno sul led.

Si rifiata con In the Fade, vera chicca della serata, considerato che la suonano di rado. Subito dopo ci si immerge nelle atmosfere del cupo e magnifico “…Like Clockwork con My God Is the Sun, I Sat By the Ocean e Smooth Sailing. Ad un certo punto Homme si rivolge alla Security: “Lasciateli ballare, bere, pogare, non dovete fermarli. Ricordatevi che stasera lavorate per me!”. Un’attitudine da vera rockstar, che senza un po’ di sano umorismo, lo renderebbe sicuramente menoso e sgradevole (ogni riferimento ad Alex Turner è puramente casuale). Si continua con le recenti Head Like a Haunted House e Domesticated Animals che idealmente potrebbe essere il seguito della successiva If I Had a Tail. C’è spazio anche per un brano di “Lullabies to Paralyze, Little Sister, prima che la band lasci il palco alla fine di una tiratissima Go With the Flow che dà veramente l’impressione di sfrecciare a 200 km/h su una macchina fuori controllo, proprio come nel video ufficiale.

La band torna in scena dopo neanche un minuto (vai a capire il significato di questi “encore”). Homme ringrazia il pubblico e sfoggia il suo italiano che consiste per sua ammissione in  due frasi che potete ascoltare qui (in pratica dal 2008 a questa parte ogni volta che viene a suonare in Italia le dice). Un modo elegante insomma per introdurre la sensuale Make It With Chu, dove vengono presentati i membri del gruppo. 

Ormai siamo ai saluti, la band ringrazia il pubblico e la bellissima location prima di congedarsi con quello schiaffo in faccia che è Song for the Dead. E così dopo 18 brani e circa un’ora e quaranta (che in un mondo ideale sarebbero dovute essere tre ore) il palco tace e le luci sulla piazza si illuminano. Il Palm Desert è scomparso e Lucca è tornata ad essere quella di sempre.

Di seguito la setlist della serata:

  1. Keep Your Eyes Peeled
  2. Sick, Sick, Sick
  3. Feet Don’t Fail Me
  4. The Way You Used to Do
  5. You Think I Ain’t Worth A Dollar, But I Feel Like a Millionaire
  6. No One Knows
  7. The Evil Has Landed
  8. In the Fade
  9. My God Is the Sun
  10. Smooth Sailing
  11. I Sat By the Ocean
  12. Head Like a Haunted House
  13. Domesticated Animals
  14. If I Had a Tail
  15. Little Sister
  16. Go With the Flow
  17. Make it With Chu
  18. A Song for the Dead
A. D. Sanders

Maybe when I was a kid I was dropped on my head... yeah, that would make some sense.

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