Sleaford Mods @ Monk, Roma

by Daniele Convertino

Gli Sleaford Mods conoscono bene la guida per la scaletta perfetta. Tante tracce degli album più recenti, il meglio dei lavori precedenti alla fine. Questo hanno fatto gli Sleaford Mods al “Monk” di Roma, lo scorso 31 maggio, e nel tour europeo che li ha portati in Italia per quattro date. La band di Jason Williamson ed Andrew Fearn non fa sold out in Italia, né tanto meno scala le classifiche. Ma posti non troppo grandi come il circolo Monk di Roma sono perfetti per un loro live. Live fatto con pochi mezzi, massima espressione del loro modo di fare musica. Non c’è una scenografia, non viene proiettato nulla sullo sfondo.

Sleaford Mods @ Monk, Roma

Che sia a Glastonbury o in un qualunque “buco pieno di merda”, Andrew e Jason si esibiscono sempre allo stesso modo. Il primo sempre alla sinistra di chi guarda, l’altro a destra. Il primo, con il suo pc, manda le basi, l’altro canta. Il primo sempre con una lattina in mano, l’altro, ogni tanto, beve acqua da una bottiglietta. Beve molta acqua perché il suo cantato non è proprio soave, ma è più uno sputare – letteralmente – fiumi di parole. È chiaro, anche dai dischi, che sia un effetto ricercato. Non stiamo parlando di esibizioni al ristorante in provincia. Stiamo parlando degli Sleaford Mods.

Army Nights ha cominciato la serata romana della band di Nottingham così come comincia l’ultimo album, English Tapas: un riscaldamento, per preparare il terreno alle tracce successive. Ma, soprattutto, per preparare l’udito ai bassi prepotenti in ogni traccia. Il riscaldamento è durato giusto il tempo di recuperare qualche traccia dall’EP TCR dell’anno scorso, che si è tornati subito ad English Tapas: Moptop, Snout, Carlton Touts, Dull.

E se l’anno scorso ci lamentavamo di non aver letto alcun “cunt” o “fuck” e simili nell’intervista che abbiamo fatto a Jason, il live ha colmato questo vuoto nel migliore dei modi. Sentirlo pronunciare un “fuck” ogni due parole – mentre si sposta a casaccio sul palco e fa il suo tipico gesto di toccarsi i capelli – è stata la chiusura di un ciclo felicissimo.

C’è stato, naturalmente, lo spazio per prendere di mira i bersagli preferiti. “Try scrolling down a website, the NME, without laughing / I’ll give you ten quid if you can / Honestly, just fucking try it, mate”, ha cantato Jason in Dull. Puoi tenerti le dieci sterline, Jason, tanto non valgono un cazzo. Un paio di “old ones” prima di chiudere con B.H.S.. Chiudere, prima di un encore mostruoso. Jobseeker, dalle origini, e i due singoli di punta di Divide and Exit: Tied Up In Nottz, Tweet Tweet Tweet.

L’impressione, anche dopo l’ultimo “Ukip and your disgrace”, è che il live sarebbe potuto andare avanti per ben più di un’ora. Del resto lo stesso progetto “Sleaford Mods”, per la qualità del discorso impostato, può ancora dare molto. Lo stesso English Tapas, che ai primi ascolti sembrava meno aggressivo delle esperienze precedenti, dal vivo ha tutto un altro sapore.

Alla prossima, Sleaford Mods.

Daniele Convertino

Direttamente dai putridi Bassifondi?, un tipico ribellino fuck-da-system schiavo della monotonia.

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