The Brian Jonestown Massacre @ Santeria Social Club: California ’70 & Sideburns

by Riccardo Martinelli

Viviamo nel millennio in cui velocità, costante connessione e miriadi di informazioni la fanno da padroni. Davanti a questo, sono convinto del fatto che alcuni generi musicali, appartenenti al secolo scorso, faticano a proporsi ed alimentare la breccia che hanno accesso nei loro seguaci. Un rischio per gli stessi artisti e band, che tendono a farsi coinvolgere da questo vortice moderno, facendo un po’ i fenomeni e perdendo un po’ di credibilità.

Ma esistono ancora roccaforti che seguono la loro linea.
Lasciano comodo il loro pelo sullo stomaco e non scendono a compromessi. Credo che questo sia proprio il caso dei The Brian Jonestown Massacre, capitanati da un vero e proprio canale di tramite tra musica e pubblico quale è Anton Newcombe.
Il gruppo musicale californiano nato a inizio anni ’90 ha riempito di psichedelia e voglie strane il pubblico della Santeria Social Club di Viale Toscana, timbrando il tutto esaurito già da qualche giorno prima dello spettacolo; ed io ero lì.
Presente e “sull’attenti”, accettando la scommessa di vedermi un concerto di una band degli anni novanta, che nel 2018 suona un genere nato tra gli anni sessanta e settanta.

Si ok, la nomea di “Promise Land” della California è ormai obsoleta e le controindicazioni degli stupefacenti sono presso che esaurite e studiate in profondità, ma vi assicuro che, dopo l’esperienza di giovedì sera, godersi un concerto di psychedelic rock non è affatto una brutta idea.
Soprattutto se si ha la possibilità di assistere al muro di suono creato dai Brian Jonestown da pochi metri di distanza.

Con un po’ di ritardo e dopo varie apparizioni dei tecnici sul palco, iniziano a impossessarsi della scena i componenti della band e, alla sola vista del duo Joel Gion – Anton Newcombe, gli applausi e fischi d’accoglienza si moltiplicano. Tonnellate di amplificatori e 3 chitarre iniziano a scavare con il loro suono, sostenute dal resto della band composta in totale da sette elementi.
Nonostante al centro della attenzione si trovi il tamburellista dalle folte basette, è facile rendersi conto del potenziale del leader appena sulla sinistra, è lui che porta avanti tutto, è lui che accompagna la sala colma dove vuole. La storia di Newcombe è folta di leggende e storie tristi, di violenza e di abuso di droghe pesanti, che hanno lasciato segni evidenti sulla sua persona.
È incredibile vedere però come si muove sul palco, mai me lo sarei aspettato.
Terribilmente ossessionato dal suono che desidera lui, tanto da spostare anche di pochi centimetri in avanti o indietro l’amplificatore, lamentarsi continuamente con i suoi tecnici per come (secondo lui) erano settate e preparate le chitarre. Un vero e proprio maniaco del suono, che godere.

Nella setlist trovano spazio in modo equilibrato brani più o meno datati, studiati in modo tale da creare un grande flusso di suoni violacei, sporchi, psichedelici e pesanti. Da la nuova “Hold That Thought”, alla incalzante “Who?” Insieme ai grandi successi di “Anemone” e “Pish”. Il tutto per un totale di circa due ore. Ebbene sì, veramente tanto, e soprattutto per i The Brian Jonestown Massacre, non mi sarei mai aspettato una scaletta contenente 20 brani.

Ok, ho capito che l’album uscito a maggio di quest’anno “Something Else” pubblicato da A Recordings porta su di sé il numero #24, ma a parer mio, durata totale un po’ azzardata. Non è un ascolto facile, i Brian Jonestown non sono facili, Newcombe non è facile. Il risultato a fine concerto era abbastanza evidente anche tra gli elementi della band, dato anche dal fatto che il tour che stanno portando per tutta Europa è veramente folto. Vi dico solo che nella settimana in cui li ho visti, hanno completato sei concerti in 7 giorni!

In giro ci sono parecchie facce soddisfatte, il banchetto del merchandising è affollatissimo e i bicchieri vuoti ai lati e dalla sala infiniti. Collocherei questa serata tra le notti speciali in cui si assiste a qualcosa di diverso, quasi fuori dal mondo e dalla quotidianità di questi giorni. Una band fuori dagli schemi con un front-man sopra le righe e con una storia tutta da esplorare alle spalle.

Riccardo Martinelli

People try to put us down! (talkin' bout my generation)

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