La musica unisce – oltre queste tre semplici parole

by Giada Agnoli

Ad essere sincera non mi sono mai piaciute le imprese facili, posso dire che non hanno mai fatto parte della mia vita, per quanto breve per ora sia stata.
Avete presente la depressione post concerto, no? Quella sensazione di angoscia che vi accompagna per circa una settimana dal giorno del live che magari avete atteso per settimane o addirittura mesi? Ecco, vorrei partire da qui.

Quella precisa emozione, l’adrenalina e i ricordi non riuscivano ad abbandonarmi, in nessun momento e in nessun modo riuscivo a levarmeli dalla testa. Così pensai che il rimedio efficace potesse essere un altro loro concerto. Sto parlando dei Muse, la band del Devon composta da Matt Bellamy, Dominic Howard e Chris Wolstenholme, protagonisti delle sei date sold out nel maggio 2016 al forum di Assago. Il loro tour continuava anche nei mesi successivi nelle location dei più grandi festival europei. Le date italiane non mi erano bastate, trovare un’amica o un amico disposto ad accompagnarmi verso la via della guarigione diventava un’impresa così difficile da valutare l’idea di partire da sola, proprio appena prima di incontrare lei. Ho trovato Margherita in uno di quei gruppi Facebook creati dai fans della band; nel suo annuncio leggevo la mia stessa situazione: una ragazza disperata alla ricerca di un compagno di viaggio. Per fortuna io facevo al caso suo quanto lei al mio.

Vi starete chiedendo se l’ho fatto davvero, se ho trovato il coraggio di scriverle, di prenotare un volo, un alloggio e di comprare un biglietto per uno di quei festival che tanto desideravo. La risposta a tutte quelle domande è sì: ho scritto immediatamente a quella perfetta sconosciuta ed esattamente due giorni dopo avevamo tutti i biglietti in mano, oltre che un pizzico di orgoglio personale mischiato ad un briciolo di paura.

Due settimane dopo eravamo già sul volo diretto a Budapest con una valigia piena di aspettative: ci avevano descritto lo Sziget Festival come il paese dei balocchi, l’isola dove mettere da parte i pregiudizi senza temere di essere sé stessi, la meta perfetta per un’amante della musica e della libertà. Era davvero così: alle sei del mattino, appena messo il piede dentro a quel paradiso, trovavamo gente proveniente da ogni parte d’Europa già sveglia (o ancora sveglia), carica di energia e pronta a dare il cinque a degli sconosciuti, proprio come me e Marghe. Questo ci aveva scioccato, sia perché non ci aspettavamo di trovarci già a casa in così pochi minuti trascorsi all’interno del festival, sia perché quel gesto non era la conseguenza dell’alcol o di una notte brava, ma il modo in cui ogni Szitizens (così vengono chiamati gli abitanti dell’isola di Obuda durante quella settimana) davano il benvenuto ai nuovi arrivati.

Non credevo ancora di essere lì, non credevo che fosse reale perché sembrava tutto solo un sogno. Quella sensazione svanì totalmente quando ci trovammo davanti l’immenso Main Stage, quel palco che sarebbe stato la nostra casa per le successive diciassette ore e quando, finalmente, dopo mesi di agonia nella speranza di essere ancora davanti ai nostri amati Muse, toccammo la transenna. L’attesa era snervante, ma per fortuna gli splendidi abitanti dello Sziget resero più piacevoli quelle interminabili ore. Fare amicizia lì è fin troppo semplice, il perché non mi è ancora del tutto chiaro, anche se immagino sia per le innumerevoli cose in comune: la musica, le band e le storie che ognuno di noi si porta con sé in Ungheria. Io e Marghe avevamo la nostra, una breve, ma bellissima storia. Passarono le ore e il parterre del Main Stage si riempiva sempre più. Dai maxischermi ci rendevamo conto di quanto fossimo piccoli in confronto a tutto il resto e di quante altre belle storie potessero esserci in mezzo a quelle migliaia di persone unite da un’unica passione: la musica. Le band “di supporto” resero ancora più magica quella giornata: le persone urlavano a squarciagola Drown dei Bring Me The Horizon, piangevano durante Hoppipolla dei Sigur Ros ed io non vedevo l’ora di scoprire cosa sarebbe successo durante il concerto dei Muse.

Senza accorgercene erano partite le prime note di Psycho, e l’intero parterre cominciava a saltare a ritmo. Durante Plug in Baby ho rischiato di morire, nel vero senso della parola. Sarà stata la terza o la quarta canzone della setlist ma io non avevo già più voce e probabilmente la mia faccia era viola: ero così felice da dimenticarmi di respirare.

Fu un concerto fantastico, l’atmosfera che respiravo era mille volte meglio di quella di Assago e ancora oggi ricordo ogni singolo secondo di quelle ore spese allo Sziget Festival. Tornammo a casa soddisfatte, felici, con una decina di ore di sonno da recuperare e con una miriade di storie da raccontare.

Dire che è stata una esperienza indimenticabile o indescrivibile sarebbe banale, mi limiterò a tirare le somme. La depressione post – concerto ha fatto fatica a sparire del tutto, perché tutt’ora ripensando a quei giorni in Ungheria mi viene il magone, nonostante sia passato quasi un anno, ma quella sensazione di soddisfazione di essere riuscita a fare ciò che sognavo di più è riuscita a sopprimerla pian piano.

Il ricordo più bello che porto nel cuore non è quello del concerto dei Muse, o dello Sziget in sé, ma è quello di avere trovato per puro caso una persona sconosciuta che ora è la mia migliore amica, distante da me solo a causa dei chilometri, con la quale ho condiviso dei momenti e delle emozioni indimenticabili. Noi siamo la dimostrazione che la musica unisce, unisci i corpi e unisce i cuori, nonostante tutto e tutti.

Vorrei che la mia vicenda fosse di esempio per tutti: se volete davvero qualcosa abbiate il coraggio di osare, di rimboccarvi le maniche e dare il massimo per far sì che accada, vi posso assicurare che il risultato non potrà che giovarvi.

 

Giada Agnoli

Ai concerti mi emoziono così tanto da dimenticarmi di respirare

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