Hope For The Future: Q&A Session con Paul McCartney e Impossible.com

by Giulia

Era una normale, grigia e uggiosa mattinata londinese quella di martedì 18 Novembre ed io me ne stavo, come ogni martedì, alla mia lezione di Strategic Music Management. Annoiandomi sull’ennesimo case study circa gli One Direction, scorrevo la mia bacheca di Facebook quando la mia attenzione è caduta su un post pubblicato dalla pagina ufficiale di Paul McCartney: “UK Fans: win the chance to join Paul discussing ‘Hope For The Future’ with Lily Cole”.

Premessa: dovete sapere che concorsi del genere qui a Londra sono all’ordine del giorno. Il problema è che non si partecipa mai sperando di vincere, piuttosto con l’amara consapevolezza che ci sono più probabilità che si riuniscano gli Oasis piuttosto che ricevere quella tanto agognata mail che inizia con un bel CONGRATULATIONS! a caratteri cubitali. Questa era una di quelle volte. Un concorso teoricamente indirizzato a songwriter e musicisti, ma in pratica aperto a tutti. Bastava iscriversi a questo social network chiamato Impossible.com, scrivere in un nuovo wish (l’equivalente di un tweet) gli strumenti suonati e l’hashtag #IAmAMusician.  Essendo io un’ex musicista con una gloriosa carriera di chitarrista e cantante in una cover band dei Beatles alle spalle (in realtà la nostra breve ed intensa avventura si è conclusa dopo un anno e un solo concerto, ma questo non ditelo troppo in giro) nonché una beatlemaniac, non ci ho pensato due volte e ho premuto il tasto invio, senza troppe pretese. Giusto per poter dire io almeno ci ho provato.

Ore 15.30. Decido di andare a prendere un caffè dopo lezione. Mi chiudo in un bar a Covent Garden, mi siedo al tavolo quando mi squilla il cellulare. Bing, notifica. Eccolo lì, il messaggio privato.

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Ero del tutto incapace di realizzare cosa mi sarebbe successo. Mi passavano per la mente i racconti del mio padrino su come, quando avevo cinque anni, lui mi facesse ascoltare i vinili dei Beatles e di come io scappassi via arrabbiatissima ogni qualvolta lui mi intonasse il ritornello “Michelle, ma belle, sont des mots qui vont très bien ensemble”. Ad oggi, non so ancora dare una spiegazione sul perché lo facessi. Forse era un sintomo di odio prematuro verso i francesi. Certo è, che senza quei vinili polverosi, senza Lennon & McCartney e senza il mio padrino probabilmente oggi non sarei l’appassionata di musica che sono, e forse non sarei nemmeno a Londra a cercare di farmi strada nell’industria musicale. Qualche ora dopo, mentre cercavo l’indirizzo della location su Google Maps, la realtà mi ha colpito improvvisamente. Avrei incontrato Paul McCartney. Il giorno seguente.

Alle prime ore del mattino di Mercoledì 19 Novembre mi sono recata a Berwick Street, Soho (proprio quella, la via della cover di What’s The Story, Morning Glory) dove una fila di una ventina di persone attendeva paziente all’entrata di quello che sembrava un comune negozio. Avvicinandomi, mi sono resa conto che mi trovavo nel posto giusto, notando le numerose spille, adesivi e merchandising vario su vestiti e borse dei presenti. Mi sentivo un po’ un pesce fuori d’acqua, tutte quelle persone sembravano conoscersi da sempre, si scambiavano ricordi sui concerti del Baronetto ai quali erano stati, racconti dei precedenti incontri con lui. Niente di tutto questo era mai successo a me.

Ad interrompere la mia riflessione ci ha pensato Kate, la santa donna di Impossible.com che mi aveva contattata il giorno precedente.

Dopo averci fatto entrare, ci fanno accomodare in una minuscola saletta con una trentina di sedie, fili di lampadine colorate alle pareti e due sedie vuote davanti. Ci comunicano che non possiamo scattare foto durante la Q&A (Impossible non era un social network?) e che Paul sarà lì a momenti. Nell’attesa ci fanno ascoltare il nuovo singolo, “Hope For The Future” del quale si discuterà in seguito.

Una ventina di minuti dopo, l’adorabile Lily Cole (attrice e modella, nonché fondatrice di Impossible.com) esordisce con un “ladies and gentlemen, may I introduce to you… sir Paul McCartney”: da dietro il pannello bianco spunta lui, accolto da un boato di applausi. È lì, a pochi metri da me. Sorride e saluta, con quel suo inconfondibile accento di Liverpool. Noto un uomo sulla settantina con gli occhi lucidi, seduto a pochi metri da me: chissà cosa doveva significare quel momento per lui, che probabilmente era un teenager all’epoca della Beatlemania, con i chelsea boots e i poster dei Beatles in camera. Certo era, che per me era surreale. Durante l’introduzione, Lily Cole gli pone alcune domande riguardanti il suo ultimo progetto musicale ovvero Hope For The Future, un brano commissionatogli per il videogame Destiny. Paul spiega che è un progetto totalmente nuovo per lui ed è bellissimo vedere come un artista del suo calibro, che è passato attraverso tutte le epoche e i cambiamenti dell’industria musicale, si entusiasmi ancora per qualcosa di nuovo e mai sperimentato prima come un musicista alle prime armi. Gesticola molto, fa battute con una naturalezza disarmante, senza nemmeno accorgersene.

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In seguito, si passa alla Q&A vera e propria.  Dopo alcune domande riguardanti il lato tecnico del processo di scrittura della musica, la sessione prende la piega di una passeggiata sul viale dei ricordi durante la quale Paul rispolvera aneddoti sulla sua carriera nei Beatles e dispensa consigli su come riuscire al meglio in quel che fatto da lui sembra la cosa più naturale del mondo, ovvero il comporre musica e scrivere testi.

In risposta alla domanda di un ragazzo belga venuto fino a Londra per l’occasione, Paul afferma che non necessariamente le canzoni devono avere un destinatario preciso, e racconta come nei primi brani della band il soggetto dei testi fossero le fan stesse (un discorso molto attuale se si pensa alle boyband di oggi) con testi come “I want to hold your hand”, “Love Me Do”, “Thank you Girl”. A questo punto si apre una parentesi su come lui e John Lennon si sono conosciuti grazie ad un amico in comune ad una fiera di paese, di come hanno scoperto di condividere la passione della musica, e di come si trovassero ogni pomeriggio a casa di Paul per scrivere e comporre pezzi.

Storie sentite e risentite, ma che hanno decisamente tutto un altro sapore se a raccontarle è uno dei due diretti interessati. È un momento quasi toccante, il suo tono di voce mentre parla di John sembra quasi diverso, forse perché alcune cose per quanto le si continui a raccontare e nonostante sia passato tantissimo tempo portano con sé una costante vena di nostalgia. L’atmosfera si fa meno malinconica quando con il suo humour meravigliosamente british inizia a raccontare di come avessero lavorato insieme sul primo verso di I Saw Her Standing There che era inizialmente “She was just seventeen, never been a beauty queen” e di come John pensava fosse “a load of crap”. Riuscivo quasi ad immaginarlo mentre lo diceva. Una metafora molto rappresentativa è stata quella della stanza adibita alla scrittura e composizione delle canzoni concepita da Paul come una sorta di psychiatric room, dove si può dare sfogo a qualsiasi cosa passi per la propria mente, in un processo tanto creativo quanto liberatorio.

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L’ultima domanda è da parte di una ragazzina di 13 anni con i capelli a caschetto e la divisa scolastica, che sembra provenire direttamente dagli anni ‘60. Dice a Paul che ha scritto 12 canzoni delle quali una ha vinto un concorso molto importante e che non sa come fare per pubblicarle. Lui ride, ma è genuinamente sorpreso del talento innato della bambina. “Have you recorded them? Well that’s the first thing,” le dice. “Just record them all so you have got them as a little body of work – and then just keep going.”

Forse è proprio questa una delle tante hope for the future delle quali parla la sua canzone: in un’industria musicale dominata dall’apparire il vero talento esiste ancora e può essere letteralmente ovunque. E ovviamente, deve essere incoraggiato.

 

 

Giulia

The pink-haired one. Quando non cerco di evitare la morte nei moshpit mi trovate a rovistare tra i vinili nei negozi di dischi pù polverosi di Londra. In quel di Albione ho studiato Music Management e ogni tanto scrivo la mia opinione in mondovisione. Potrei sembrare una persona seria e pacata, ma non contateci troppo. Sono pur sempre quella che preferisce andare ai concerti da sola per evitare che le persone vedano la sua vera natura.

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