Albert Hammond Jr. | Francis Trouble

by Riccardo Martinelli

Voto:

C-
irrequieto

Non sono i The Strokes ad essere tornati, ma lo è il loro chitarrista Albert Hammond Jr., californiano classe 1980, con “Francis Trouble” assieme alla sua Fender stratocaster bianca e un outfit mai banale.
Tre anni dopo “Momentary Masters” propone al pubblico un album di commozione e introspezione, espresso attraverso il suo più che affermato linguaggio.
La propulsione per la stesura nasce da una realtà con la quale A.H. si è trovato a convivere ed ad affrontare realmente nella sua vita all’alba dei 36 anni, ovvero, di aver condiviso per cinque mesi il grembo materno con un fratello gemello, Francis, morto durante la gravidanza.
Le notti da supereroe a base di droghe e la dipendenza nelle notti buie dall’eroina sembrano lontane: attraverso la figura di questo fratello trova un alter-ego a cui voler dare sfogo, voler inneggiare alle preoccupazioni, all’entusiasmo di un bambino, alle domande e alla vita. Si percepisce una sorta di elastico che li lega l’uno all’altro, che permette di mettere in banco temi che aleggiano tra la vita e la morte, tra l’assenza e la presenza, tra la paura e la voglia di aggredire l’esistenza.
Piccola parentesi per i veri fan accaniti: a 36 anni scopre tutte le circostanze della questione, l’album dura 36 minuti, suo fratello (come lui) sarebbe dovuto nascere il 9.04, data il cui prodotto risulta essere 36…
Beh, che dire, io credo sia tutto abbastanza forzato ma il bello è crederci e morire di questi intrecci e presunte coincidenze, no?

Tralasciando per un attimo i messaggi subliminali, torniamo all’ album e cambiamo radicalmente il nostro punto di partenza, una seconda chance, per la lettura e l’ascolto: A.H. pare essere uscito dalla “comfort zone” in cui galleggivano i suoi lavori precedenti, un cambiamento in termini di contenuti e approccio comunicativo.
In un’intervista rilasciata recentemente a KROQ sostiene di aver voluto produrre qualcosa di “viscerale” (sue precise parole) e allo stesso tempo “funny”, in modo da poter toccare e muovere qualcosa all’interno del pubblico, avvicinarlo e toccarlo; mantenendo comunque il suo stile indie-pop-rock che preserva lo stile “divertente”, che a mio parere direi “più easy”. Il contrasto tra pesantezza, profondità degli argomenti trattati e la musica sbarazzina utilizzata come mezzo potrebbe far storcere il naso, anche se fortemente ricercata.

In questo suo stile, continua a riecheggiare la corrente e il “kind of artist” da cui viene, dai groove alla Franz Ferdinand, alle schitarrate Artiche e i temi indie-pop provenienti direttamente dalla dimensione dei The Killers.
È tangibile l’ appartenenza ai gruppi che hanno supportato la rivoluzione dell’indie durante l’inizio del nuovo millennio, ma non vorrei soffermarmi molto su questo.
È necessario individuare, capire realmente come leggere e dove collocare questo ultimo suo album. Ho parlato poco fa di comfort zone e propensione al futuro mantenendo comunque il linguaggio caratteristico che lo contraddistingue, e trovo che questo sia un punto di forza che di debolezza. Le tracce risultano spesso un prodotto già utilizzato e riproposto in forma alternativa, ma ripeto, punto a favore.

Le sue origini e le grandi influenze escono allo scoperto immediatamente con la prima traccia, DvsL, un inno in stile “Lust for life” di Iggy Pop e, a mio parere, scelta azzeccata come opening dell’album, così come la seconda Far Away Thruts che suona come una versione più cattiva e con 3 o 4 tacche di gain in più rispetto a Someday dei The Strokes.
Il fulcro e punto focale dell’album arriva subito con Muted Beatings, qui esce davvero il nervo, l’intenzione che Albert Hammond Jr. voleva esprime, l’energia frenetica di un ragazzino spaventato, e pare che urlare “I don’t care!” gli piaccia proprio. Set To Attack con le sue progressioni di accordi e melodie beatlesiane rappresenta probabilmente l’insicurezza e le difficoltà causate dalla delicatezza della questione, del rapporto vita-morte visto da una prospettiva particolare, un elastico che disturba il cantautore, che risponde a suon di “I don’t know what to do with you, hold on”.

A metà del lavoro troviamo il dialogo Tea For Two, in cui sicuramente trova risalto la linea melodica di un sax malinconico che porta mano nella mano la frase finale “Nothing lasts forever”; il ritmo esemplare della beat generation di Stop And Go, la quale inizia con “Stop and go, do i have a share in this? It’s as if i don’t exist”, ed è qua che forse trova più sfogo la sua natura chitarristica (non dimentichiamocelo). L’intreccio tra ritmica e melodica è davvero azzeccato, un sound semplice e dalle mille interpretazioni.
La traccia nº sette è forse la più cazzuta, ScreaMER arriva attraverso un eco, che muta poco dopo in un charly aperto e una linea melodica proveniente dagli early ’70, song che pare essere uscita direttamente dal garage di Roger Daltrey con i suoi The Who ad accompagnarlo.
Il triduo finale comprende i synth notturni di Rocky’s Late Night, la riflessione “bowieana” di un ragazzo che continua a chiedersi “We’re all strangers how strange the feeling to be strangers, it’s time to move on”, che per l’appunto (molto originale direi) si chiama Strangers. L’album lo conclude a modo suo: figurazioni ritmiche sul rullante in grado di aizzare grandi folle aprono l’ultimo atto in cui A.H. Jr pare provare a sintetizzare l’entusiasmo, l’ansia, la preoccupazione, la frenesia, la vita di questo lavoro, Harder, Harder, Harder.

L’album dalla copertina in stile comics superhero uscito poco fa sotto RedBull Records probabilmente non stupisce, non porta aria fresca e novità nei cavi dei nostri auricolari; i ritornelli più che fischiettabili non sono in grado di soddisfare le aspettative, ma, cosa tenere davvero?
All’interno delle poche interviste rilasciate, A.H. Jr pare voler ribadire costantemente che il suo obbiettivo non è prettamente rivoluzionare e non ha intenzione di “maturare” un nuove stile o un nuovo genere, ma prendere come riferimento temi più profondi, aggiornare il background e innovare il rapporto con i fan, utilizzare una sua commozione per sentirsi più vicino, colpire.
Credo sia questa la chiave di lettura di questo album di 36 minuti, una passeggiata all’interno di una storia, di un evento che non lascia indifferenti, che lui esprime cosi.
Probabilmente dipende da quello che uno cerca e dal punto di partenza più o meno critico, sono convinto che l’alternanza di inni alla vita e alla “Lust For Life” e introspezioni possano prendere e afferrare qualcuno.

Albert Hammond Jr. live in Italia: 11 luglio 2018, @ Magnolia, Milano

Info e biglietti

Riccardo Martinelli

People try to put us down! (talkin' bout my generation)

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