Anteros | When We Land

by Alessia Nosari

Voto:

C
Sicuro di sé

Chi segue Noisyroad regolarmente saprà che gli Anteros hanno fatto breccia nei nostri cuori già dall’anno scorso. Di loro abbiamo parlato parecchio, prima per presentarli con un piccolo assaggio, poi per condividere le aspettative sul nuovo album di debutto e confermare che sì, fremevamo all’idea di ascoltare cosa aveva in serbo per noi la band emergente di Londra. Tutto questo hype, a dire il vero, è partito un po’ dai quattro singoli rilasciati tatticamente tra l’anno scorso e gennaio di quest’anno, un po’ per le visuals molto mirate della band e per gran parte dall’opinione pubblica generale (soprattutto la stampa inglese) che li ha subito etichettati come “One to Watch”, da tenere d’occhio. Nel Regno Unito, infatti, gli Anteros hanno parecchio seguito e sono stati consacrati come uno dei gruppi più interessanti del panorama emergente britannico. In effetti, al primo sguardo, gli Anteros sono proprio cool, una di quelle band che bisogna per forza ascoltare (e seguire su Instagram) se si è fan del dream pop anglosassone. Come spesso risulta in questi casi, però, c’è sempre il rischio che lo sfavillio duri poco, giusto giusto la durata di quel singolo particolarmente forte, per poi finire nella mischia di gruppi stagionali di cui tutti si dimenticano. Il dubbio mi è rimasto fino all’ascolto di “When We Land”, capitato tra le mie mani qualche settimana fa sotto gentile concessione di Distiller Records.

Prima di addentrarmi nella recensione, mi sento in dovere di fare una premessa: le band emergenti nate e cresciute sui palchi dei locali di punta di Londra sono la mia specialità. Soprattutto quelle sconosciute, ma interessanti abbastanza da innalzare il numero di spettatori ad ogni data e da far pensare “questi sì che faranno strada”. In questo senso, gli Anteros hanno tutte le carte in regola. La cantante Laura Hayden e il bassista Joshua Rumble lavorano su materiale originale da diversi anni, ma la svolta arriva solo dopo l’aggiunta del batterista Harry Balazs e del chitarrista Jackson Couzens. Nonostante provengano da ambienti diversi, i quattro si sono trovati subito in sintonia, legati dall’amore per la musica e dalla comune esperienza di avere vent’anni nel 2018. Sembra una banalità, ma non lo è, visto che questo è uno dei temi più ricorrenti (se non l’unico grande tema) del disco. Ed è proprio il loro essere così giovani che mi ha colpita fin dal primo singolo Call Your Mother, rilasciato nel 2018 e inizio perfetto di “When We Land”. Dopo un pizzico di insicurezza, la canzone esplode nelle cuffie con la carica di chi sale sul palco per la prima volta, è nervoso, ma vuole dare il tutto e per tutto fin dsubito. Call Your Mother non ha una nota fuori posto: gli Anteros sanno cosa vogliono comunicare e lo fanno senza esitazioni. La voce della Hayden ci guida nella giusta direzione, spiegando cosa significhi avere vent’anni, tra la determinazione per raggiungere i propri sogni e gli ostacoli più o meno ovvi che si incontrano nel percorso. Con il verso “Tell me you’re not afraid to lose / While we’re still young, while we’re still twisting twenty-oneCall Your Mother sembra voler dire “lasciati andare, cos’hai da perdere?”.

E allora mi lascio andare al beat di Ring Ring, la canzone più funky del disco. Per la prima volta, grazie a questo brano, mi rendo conto della somiglianza di Laura Hayden a Debbie Harry, sia per lo stile vocale che per la sensualità energica. Honey ne è un esempio lampante dal ritmo vivace, a metà via tra il grunge e il guitar indie aggressivo che ultimamente è ritornato all’apice della propria gloria grazie a band come gli Shame, Black Honey, Goat Girl e Wolf Alice. Proprio per questo motivo, la quasi Blondieana Honey sta molto bene come terza traccia del disco e dà una bella spinta prima di Afterglow. C’è qualcosa di inquietante nel ritmo di Afterglow, una sensazione d’ansia crescente probabilmente data da quel suono elettronico ripetuto, simile al verso di un animale notturno. Avete presente quella sensazione che si prova dopo un orgasmo? Afterglow parla proprio di questo e della soddisfazione che si prova solo in effimeri momenti. Ancora non riesco a decidere se è confortante o meno sapere che “and when your scars start to show / I’ll be there if you let me know / In the shadow of your afterglow”, quindi passo alla traccia successiva, che, per fortuna, è anche uno dei punti più alti del disco.

Dopo la sensazione di claustrofobia data da Afterglow, Drive On mi catapulta in un’auto cabrio rigorosamente azzurra che sfreccia velocissima sulla costa californiana. L’idea dietro al pezzo è nata da un viaggio fatto dalla Hayden a Los Angeles e racchiude tutta l’essenza dell’American Dream in 3 minuti e 54 secondi. Drive On è la vera e propria hit di When We Land”: il ritmo incalzante e l’atmosfera da viaggio on the road fanno battere il piede a tempo anche ai più scettici, sprigionando una positività fresca e sincera tipicamente pop. E’ difficile pensare ad altro durante il ritornello, la linea di chitarra entra in testa e non esce più. Ai fini della mia scoperta degli Anteros, però, mi tocca proseguire e quello che mi aspetta è una familiare Breakfast dalla linea di basso irresistibile, già presente nell’omonimo EP del 2016 in una versione acerba. A far la differenza adesso è il suono lineare di una band decisamente più sicura di sé che comunica in modo sottile di essere cresciuta, di aver imparato dal passato e di essere pronta a migliorarsi sempre e comunque. Se con gli EP gli Anteros stavano cercando il suono giusto sperimentando con stili diversi, ora l’hanno trovato e va dritto alla meta senza tanti giri di paroleSarò influenzata dal titolo, ma per me questa è la perfetta dose di energia mattutina da ascoltare a tutto volume nel viaggio in metropolitana.

Con questo mood spensierato e con le mani che ancora battono a tempo, parte la gran cassa di Ordinary Girl. Qui lo dico e qui lo nego: se Drive On è il singolone , questa è senza dubbio la punta di diamante dell’album. Il motivo? Il senso di armonia di tutte le parti strumentali che sì, hanno perfettamente senso e stanno benissimo insieme. Parte dal basso, lentamente, sensuale, per poi esplodere nel ritornello che colpisce in pieno, peggio di una secchiata d’acqua gelida. E’ quel pezzo che mi rapisce, che mi fa controllare il nome della band, che mi fa dire “questi andranno lontano”. Il tema ricorrente dell’essere giovani nel 2018 si fa sentire più che mai quando la Hayden canta “but it’s not an ordinary world / and you’re not an ordinary girl”. Cos’è ordinario o meno al giorno d’oggi non è chiaro a nessuno, eppure la sensazione di sentirsi fuori luogo, inadeguati e mai all’altezza non ci abbandona mai. Uno dei versi più accattivanti è “you don’t know how close you were to being number one” che, a detta di Jackson, rappresenta l’ “essere sbattuti per terra, ma rialzarsi per provare ancora di più la volta dopo“. Nel bridge ci si perde in una spirale psichedelica, un brevissimo momento di perdita di coscienza prima di tornare sul ring e concludere il brano con la stessa sensualità con cui è iniziato. Per me, Ordinary Girl sfoggia quel tipo di pop intelligente che sfrutta le carte giuste per diventare una hit memorabile senza essere banale e in cui tutti possono rispecchiarsi con facilità.

Siamo oltre la metà di “When We Land”, tutto quello che viene dopo Ordinary Girl è leggermente sottotono. Se da un lato gli Anteros sanno essere diretti e sfornano canzoni bellissime, dall’altro in certi momenti del disco manca quel magnetismo che ti fa restare incollato alle cuffie. Ne è un esempio Wrong Side con il suo vibe anni ‘90 così scontato da renderla totalmente dimenticabile, come una specie di filler messo lì per occupare spazio.

La delusione non dura per molto, per fortuna, ed è anche vero che dal dolore e dalla sofferenza nascono le idee migliori. Gli Anteros l’hanno capito e dimostrano di saper trasformare la negatività in forza creativa con Let It Out, feroce come un’onda che si infrange su uno scoglio. La dolcezza vocale della Hayden, amplificata dagli accordi in acustico, ben presto si trasforma in un crescendo di strumenti stratificati che esplodono e riempiono la stanza con violenza. Il lato più emotivo del gruppo emerge alla nona traccia, in cui i sentimenti prevalgono sulla ragione. Lasciarsi andare tutto quello che si ha dentro, sì, ma pur sempre in modo maturo e controllato. Ancora una volta, gli Anteros mi stupiscono con il contrasto tra età e maturità.

Finalmente si arriva a Fool Moon, terzo singolo e new entry fissa nella mia playlist personale. Ormai la ascolto da un po’ di tempo e no, non mi sono ancora stancata del riff di chitarra che entra nelle vene. La festa degli Anteros è scoppiata, il dancefloor è rovente e l’alcol scorre a fiumi: qui ritrovo il retrogusto anni ‘80 delle visuals scelte per promuovere il disco e l’atmosfera fervida che spero ricreino ai loro concerti. Ormai mi sono già convertita al dio dell’amore corrisposto, ma, in caso avessi bisogno dell’ennesima conferma, c’è Anteros a darmi il colpo di grazia. Non so se sia voluto o meno, ma l’undicesima traccia è il perfetto riassunto delle dieci precedenti, la scena finale di quel telefilm a cui eravamo tanto affezionati, la nota malinconica che cala il sipario sul debut dell’omonima band.

E’ facile confondere la sicurezza in se stessi con l’arroganza. Per fortuna, non è questo il caso. “When We Land” è un lavoro preciso, diretto e umile, privo di pretese o di risposte filosofiche insensate. Il disco si concentra piuttosto sul bagaglio di sentimenti che i componenti (e gli ascoltatori) conoscono bene: la vita in quel periodo tra i 20 e i 30 anni, quando si pensa di aver finalmente capito qualcosa e invece si è solo l’inizio della scoperta. Questo filo conduttore si ritrova in pressoché tutte le tracce del disco, rendendolo onesto, riflessivo ma piacevole all’ascolto. Come ogni debut album che si rispetti, “When We Land” è frastagliato da alti e bassi, momenti che fanno urlare al capolavoro e altri più mediocri, sicuramente meno curati. D’altro canto, un debut album non è mai semplice: si ha la possibilità di fare quello che si vuole senza avere nulla da perdere e le opportunità di crescita sono infinite. Chissà cosa ha in serbo il futuro per gli Anteros e chissà se avranno ancora altro da raccontare dopo il loro primo debut. Due cose sono certe: questi ragazzi andranno lontano e “When We Land” non è altro che l’inizio del decollo. 

Alessia Nosari

Mi lamento sempre della musica alla radio, raccolgo i centesimi tra i cuscini del divano per andare ai concerti e sogno di lavorare come tour manager di Bon Iver. Nel frattempo scrivo, cerco, scopro, ascolto musica non-stop.

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