Baustelle | L’amore e la violenza vol.2

by Renato Anelli

Voto:

B
Inaspettato

“Volevamo fare un disco di canzoni d’amore in tempo di guerra. Insomma canzoni d’amore romantiche, ma in cui c’è la guerra sullo sfondo. La violenza è il contesto”

Con queste parole i Baustelle annunciavano nel 2017 l’uscita del loro settimo album “L’amore e la violenza, e a distanza di quasi un anno ci ritroviamo ora a parlare della sua prosecuzione ideale, “L’amore e la violenza vol. 2, annunciato a sorpresa attraverso un breve video trailer che ci catapultava nelle atmosfere dei film di Dario Argento in un montato frenetico di occhi, grida, sintetizzatori e grafiche anni ‘70.

 

Nonostante il richiamo all’album precedente sia evidente, dalla scelta della copertina, affidata allo stesso autore (Gianluca Moro) e in piena continuità con quella del predecessore, alla prosecuzione del mood concettuale e sonoro de “L’amore e la violenza”, il vol. 2 riesce tuttavia ad evitare una pericolosa staticità creandosi una sua dimensione contigua ma differente, grazie ad un focus quasi esclusivamente sul racconto amoroso piuttosto che sul ritratto sfaccettato e caotico della contemporaneità offerto nel 2017. Infatti, se quelle de “L’amore e la violenza” erano canzoni d’amore in tempi di guerra, storie di un’era bellicosa e senza scampo che spera l’amore, quelle di questo vol. 2 sono, citando il film capolavoro del 1970 con Jack Nicholson, 12 pezzi facili che esplorano il soggetto centrale dell’intera storia della musica leggera italiana: l’amore, “un tema difficilissimo e scivolosissimo, visto che ne cantano e ne scrivono tutti, quindi abbiamo avuto la paura di essere banali. Ma proprio la voglia di scansare il luogo comune è stata tra le molle che ci ha spinto a scrivere queste canzoni”.

Difatti, lo sappiamo bene tutti, trattare un argomento di questo tipo è rischioso a tal punto da cadere nella banalità. Quanti ci hanno provato trascinando con sé clichés ripetuti fino allo svenimento (coff… coff… qualcuno ha detto Festival di Sanremo?) e quanti, invece, sono riusciti nell’impresa di raccontare un sentimento universale, arrivando a toccare le corde giuste di chi ascolta? È inutile che vi dica come i Baustelle, con questo album, confermino di appartenere a quest’ultimo gruppo. Con il suo stile unico e inconfondibile, Francesco Bianconi propone, come solito, testi raffinati e venati di un intimismo raccolto e confortevole, densi di citazioni e riferimenti inaspettati mentre da un punto di visto sonoro è evidente come quest’album si ponga in piena continuità con il precedente, con un ritorno alle sonorità synth pop caratterizzanti gli esordi del trio di Montepulciano.

Ma veniamo ai brani. L’album si apre con la strumentale Violenza (utilizzata per il trailer dell’album), una valanga sugli anni ’70, in quello che sembra un viaggio nel sound di polizieschi e horror all’italiana, tra i film di Lucio Fulci e quelli di Dario Argento.

Segue quindi Veronica N.2, già scritta e suonata durante il tour precedente e scelta come primo singolo dell’album. Questo brano, carico di romanticismo e sofferenza e definito dai Baustelle “una semplice canzone d’amore” è uno specchio sui Pulp del 1994, in particolare sul loro successo Babies, la cui influenza, sia livello musicale che di videoclip, è abbastanza evidente.

 

Successivamente Lei malgrado te ci propone una canzone d’amore di stampo tradizionale ma arricchita da un tappeto di synth e archi che sospendono il brano tra il nostro tempo e gli anni ’70. Qui Francesco Bianconi, accompagnato dalla voce carismatica di Rachele Bastreghi, canta in modo diretto l’incapacità del protagonista di scegliere tra una donna con cui ha una storia e una con cui vive una passione lontana dalla stabilità:

“Tutto mi parla di te, perfino la tua assenza mi fa compagnia

Perché lei, malgrado te, muore per me, vive per me

Ma non sa niente della vita e del dolore”

Senza discostarsi dalle atmosfere degli anni ‘70, troviamo quindi Jesse James e Billy Kid, un brano armonicamente semplice che attinge dall’immaginario cinematografico e che parla attraverso scene e dialoghi, descrivendo qualcosa di triste come la fine di una cosa bella ma in una maniera serena e pacificante che ci trasferisce un’idea di tristezza rasserenata.

Gli ultimi due brani prima di girare lato sono A proposito di lei, una canzone di rabbia e di ricerca di distacco a seguito di una rottura, quasi sussurrata da Rachele Bastreghi in quella che sembra una session di Patty Pravo che incontra i Blur, e la (seconda) strumentale La musica elettronica che fa invece dal contraltare a La musica sinfonica del vol.1.

Baby, dice Bianconi, “è la canzone più felice del disco, racconta l’innamoramento, la giornata vuota e il desiderio di riempirla trascorrendola con la persona di cui sei invaghito, quella voglia di sfidare un po’ il tempo che passa, perché ne rimane sempre meno. Porta con sé la sensazione della scadenza e del fatto che a un certo punto della vita, anche quando si è felici, qualcosa fa sì che ci si domandi quanti altri momenti di felicità ci saranno prima che il tempo a disposizione finisca”.

La seguente Tazebao esce dal tracciato e racconta invece il caos della società in cui viviamo. Questa canzone alt-rock, costruita intorno a una serie di frasi slogan e proclami apparentemente scollegati dove le parole sono importanti più per il loro suono che per il loro significato, è l’anello di congiunzione con il vol. 1 ed è probabilmente quella meno codificabile come canzone d’amore.

Successivamente  veniamo colpiti dai toni lenti e cupi (che in qualche passaggio ricorda lo stile dei Cigarettes After Sex) di L’amore è negativo, una delle mie tracce preferite dell’album. Questa è una canzone d’amore che si pone contro il buonismo della stessa canzone d’amore e che utilizza un approccio elegantemente antiromantico in uno stile libero dalle rime più scontate e dalle trattazioni trite e ritrite. In particolare Francesco Bianconi si è qui ispirato dalla lettura di Eros in agonia, un saggio del filosofo Byung-Chul-Han, che descrive il pensiero egomaniaco dell’uomo contemporaneo, in aperta antitesi contro il concetto stesso dell’amore, che è annullamento del sé, la mortificazione dell’ego in funzione della fusione totale con l’altro. “In questo senso l’amore contiene già il segno meno, è cattivo, è vero quando porta in sé il germe della consapevolezza della fine, e il segno della tua distruzione. Cantiamo un amore che non è salvifico, insomma. Volevo quindi partire da qui per cercare di scrivere d’amore in modo diverso.”

“Perché l’amore è negativo

Perché la pace un giorno finirà

Il nostro cuore sporco e cattivo

Il vero amore ci distruggerà

Perché mi piace quando sorridi

Contro la vita, contro la realtà

Mi piacciono i maestri cattivi

E le tue mani nell’oscurità

Mi manchi, sul serio, lo sai”

Sul finale invece si fa forte il dolceamaro tema della libertà con Perdere Giovanna brano che descrive, su una melodia allegra e orecchiabile, tutte le tristezze e insieme le nuove prospettive, la desolazione di momenti ormai perduti e le nuove possibilità ritrovate dopo la fine di una relazione.

Successivamente Caraibi, che risale a vent’anni fa ed è un brano autobiografico della fine della prima storia d’amore di Francesco Bianconi e degli attacchi di panico che la seguirono, anticipa l’ultimo brano dell’album, Il minotauro di Borges. Qui si rilegge la storia di Asterione, minotauro innamorato di una delle ragazze che, nel racconto, il re gli offre in sacrificio, donne che lui non sacrifica ma che muoiono da sole vedendo la sua mostruosità. Questa è una canzone sull’amore impossibile che porta inevitabilmente alla morte, e che termina con una bella coda strumentale di chitarra alla David Gilmour, che conclude nel migliore dei modi l’intero album.

Nonostante qualche brano sia forse privo dell’ambizione del primo volume, al punto da poter essere quasi scambiato per dei lato B del precedente album, stiamo comunque parlando di un ottimo lavoro, che conferma i Baustelle sull’Olimpo della scena indie italiana. Descrivere le canzoni dei Baustelle vorrebbe dire parlare, più che fuori dal tempo, di brani senza tempo, dalla straordinaria capacità di viaggiare tra varie epoche e stili e fondere i Pulp con la tradizione cantautoriale italiana, le armonie degli anni ’70 con la musica elettronica contemporanea, con tanti riferimenti e citazioni che sin dai primi album ne rappresentano una peculiarità e una ricchezza.  Anche in questo disco i Baustelle sono infatti da leggere e da apprezzare per una scrittura matura e lontana da certe banalità canzonettare sempre più presenti nella attuale scena discografica italiana. Non è che l’amore lo devi per forza cantare abbassandoti al suo livello, dice Francesco Bianconi, e se tutti noi riuscissimo a tradurre in questo modo un dolore così profondo come quello amoroso, quasi potremmo cominciare a sperare di soffrire un po’ di più nella vita. Del resto, come cantava De Andrè (la cui vocalità, casualmente, si avvicina davvero molto a quella di Bianconi) dal letame nascono i fiori.

Renato Anelli

Suono in conservatorio. Ma non mi aprono mai.

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