Cage The Elephant | Unpeeled

by Alessia Nosari
string(64) "http://api.noisyroad.it/amazon/search/cage+the+elephant+unpeeled"

Voto:

B
Essenziale

Vivere la musica ai tempi dei social è tanto bello quanto angosciante. Tra voci non ufficiali di un possibile album in lavorazione, foto della propria band preferita in studio e interviste in diretta Facebook, ogni giorno veniamo trascinati nella spirale promozionale di decine di artisti che promettono nuovi progetti, nuove date, nuove identità. Per questo, quando i Cage the Elephant hanno annunciato di avere nuova musica in uscita, ammetto di aver avuto un esaurimento nervoso per non poterla ascoltare immediatamente.

Poi si è scoperto che avrebbero pubblicato un album contenente le loro vecchie canzoni in chiave acustica. E lì mi sono preoccupata. Ricordo di aver associato le parole “raccolta di canzoni” ai bruttissimi “best of” da supermercato che compravo da piccola in un innocente atto di pigrizia misto a curiosità per avere tutte le canzoni più famose di un cantante a portata di mano. Da quando hanno inventato Spotify, le compilation fisiche sono diventate un fenomeno più unico che raro, ma quel vivido ricordo ha perseguitato i miei giorni fino al 28 luglio, data di uscita di Unpeeled. Non sono mai stata tanto felice di essere così lontana dall’avere ragione.

Come tutte le buone idee, Unpeeled nasce per caso. La spinta l’ha data Neil Young, organizzando un concerto di beneficenza interamente in acustico, al quale i Cage the Elephant hanno partecipato più di un anno fa. In numerose interviste, il frontman Matt Shultz rivela di essersi talmente divertito a fare qualcosa di diverso dal solito da proporre di suonare in acustico durante il loro tour. E visto che alla band americana non capita tutti i giorni di sedersi fianco a fianco con un gruppo di archi, hanno deciso di ricavarci un album. Chi l’avrebbe mai detto che gli archi avrebbero fatto la differenza? Per una band la cui instancabile energia è sempre stata una prerogativa, la scelta di calmarsi un attimo, mettersi a sedere e rilasciare un album in acustico non può passare inosservata. Soprattutto dopo averli visti così al Lollapalooza di Chicago tenutosi la scorsa settimana:

 

In parte registrato dal vivo e poi lavorato in studio, Unpeeled non può essere definito un album live e nemmeno un best of. I fratelli Matt e Brad Shultz ci tengono a precisare che le 21 tracce del disco non sono altro che la versione acustica delle loro canzoni preferite tratte dai 4 album precedenti, con l’aggiunta di 3 cover: “Whole Wide World” di Wreckless Eric (1977), “Golden Brown” della band The Stranglers (1981) e “Instant Crush” dei Daft Punk feat Julian Casablancas (2013). Quello che succede in questa ora e venti minuti di album è meraviglioso. Chi non conosce il lavoro dei Cage, ha l’immenso piacere di scoprirli tramite un filo conduttore coerente. Chi li ama da tempo, rimane colpito nel sentire canzoni note con l’aggiunta di nuove sfumature inaspettate.

Gli arrangiamenti non stravolgono la natura delle canzoni. Al contrario, lasciano spazio a nuove sonorità che si amalgamano perfettamente con la struttura melodica dei pezzi, enfatizzando i brani originali. Dopo aver ascoltato “Sweetie Little Jean” arricchita dagli archi, è quasi impossibile preferire la versione in studio.

A volte gli arrangiamenti fanno provare nuove emozioni, così come accade per “Too Late To Say Goodbye” che, se già era accattivante in Tell Me I’m Pretty, qui diventa un pezzo epico proprio grazie agli archi e all’assolo di chitarra.

La delicatissima “Cigarette Daydreams”, timida gemma dei Cage che Matt scrisse in soli 20 minuti con tanta incertezza per paura di includere un pezzo così melodico in Melophobia, si trasforma in una fiera hit da cantare a squarciagola. Altra canzone degna di nota è “Come A Little Closer”: mentre la versione di Melophobia è maliziosa e cupa, quella acustica diventa un inno indie rock in stile Kooks. D’altronde, proprio il testo di quest’ultima invita ad osservare la realtà da punti di vista diversi per capire come stanno veramente le cose: “Come a little closer, then you’ll see/ Come on, come on, come on/ Things aren’t always what they seem to be/ Do you understand the things that you’ve been seeing?”

Unpeeled non è solo il frutto di una sperimentazione che gioca con nuovi suoni e strumenti, ma è anche il prodotto di un gruppo intelligente costantemente in cerca di un nuovo inizio. I Cage the Elephant non hanno mai nascosto le proprie insicurezze e, a volte, hanno lasciato che trasparissero nella musica. I primi due album possono essere considerati come due adolescenti che scatenano la rabbia verso il mondo contro un muro. Dall’esordio nel 2008 con Cage The Elephant fino a Thank You Happy Birthday del 2011, il gruppo ha sfoggiato il lato più ruvido e distorto, creando brani tendenti al punk rock come “James Brown” o “Indy Kidz”.

Sebbene Melophobia (2013) sia decisamente più smooth e probabilmente più personale, il nuovo inizio è segnato da Tell Me I’m Pretty (2015). Cambia la grafica, cambiano i temi, cambia il sound che viene etichettato come psichedelico. Nonostante i fratelli Shultz preferiscano parlare di sperimentazione piuttosto che psichedelia, i Cage the Elephant hanno messo da parte il punk rock per avvicinarsi un po’ più agli Animals, agli Stones, ai Beatles e a quel “sixties garage rock”, come lo definisce la recensione di Rolling Stone.

Se Tell Me I’m Pretty è stato il loro nuovo inizio, perchè tornare indietro? E perchè ora? Non avrebbe avuto più senso aspettare l’anno prossimo per celebrare il decimo anniversario di carriera? La risposta è semplice. Unpeeled non è un “best of”. E’ il riassunto di anni di duro lavoro alla ricerca di un’identità musicale in continua evoluzione. Sono stati anni frenetici per i sei componenti del gruppo e, probabilmente, hanno tutti sentito il desiderio di tornare alle origini per riscrivere se stessi. Per migliorarsi. Per mettersi in discussione. Hanno tolto la patina distorta e incerta dalle loro canzoni per renderle cristalline e coraggiose. Hanno inserito i cori del pubblico non solo per dimostrare di aver effettivamente registrato dal vivo, ma anche per creare una connessione, per coinvolgere l’ascoltatore e per produrre una versione unica arricchita dalle voci dei loro sostenitori. Hanno fatto tutto questo e l’hanno chiamato Unpeeled, “non pelato”. I Cage the Elephant donano ai propri fan il frutto della loro creatività così come l’hanno raccolto, con la buccia. Sta a noi decidere se mangiarlo nonostante le possibili imperfezioni della natura o se apprezzarne la polpa togliendo la parte superficiale, i semi e tutto quello che protegge l’essenza fragile di questa vivace band.

Alessia Nosari

Mi lamento sempre della musica alla radio, raccolgo i centesimi tra i cuscini del divano per andare ai concerti e sogno di lavorare come tour manager di Bon Iver. Nel frattempo scrivo, cerco, scopro, ascolto musica non-stop.

Altri articoli che potrebbero interessarti

Dicci la tua