Courtney Barnett | Tell Me How You Really Feel

by morghiss

Voto:

B+
Sfacciato

Courtney Barnett. Australiana, con una passione non comune per le magliette a righe, con quella grinta punk inconfondibile che riempie le corsie notturne in autostrada, durante i migliori viaggi on the road in solitaria, e con quello spirito d’indipendenza che l’ha portata a fondare una propria etichetta con cui ha pubblicato i primi due EP, e poi a girare il mondo con la sua musica. É un piccolo grande esempio di come si possa essere femminili e sfacciati allo stesso tempo, arrabbiati e comunque divertenti, innamorati e combattenti. Una personalità per questo ossimorica, adolescenziale, unica. Un primo album, quell’affezionato “Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit”, che lo stesso Rolling Stone ha definito il più acuto album di debutto del 2015. Una collaborazione, basti citarla per annoverarla tra le più interessanti e intense degli ultimi anni, con Kurt Vile e finalmente, un secondo album uscito questo 18 maggio, magnetico per l’intenso carisma che la singer-songwriter di Melbourne si è portata inevitabilmente dietro, dal titolo “Tell Me How Your Really Feel”.

Un inno al vagabondare, all’estraniarsi, alle bottiglie vuote, al dormire ogni sera in una stanza diversa. Scuse su scuse per aver perso la calma (che non servono mai a niente, perchè la calma la Barnett la perde alla canzone successiva). Atmosfere lo-fi, distorsioni d’allucinazioni (che la collaborazione con Kurt Vile l’abbia influenzata più di quanto si voglia dire?). Si inizia così con un’intima e, a tratti disturbante, Hopefulessness a cui segue una più classica City Looks Pretty in cui ci si addentra tra la tristezza di chi s’è ritrovata ad ignorare le ultime 23 chiamate sul telefono, il primo Sometimes I get sad diviene poi un Sometimes I get mad (a proposito di sentimentalismi ossimorici tipici della Barnett) e poi una coda di echi e riflessioni, panorami stradali e calma notturna. Traccia numero 3, un ampio respiro al ritmo di Charity, nostalgica e con uno sguardo a quel 2015 che ci aveva fatto innamorare di una cantautrice rock dalle sonorità sporche e dai ritornelli da vivere ondeggiando con una birra in mano. Un’esausta (ed esasperata) Need A Little Timecondita di una rabbia di sapore lo-fi, ramanzine ubriache e dichiarazioni d’indipendenza cantilenanti.

Segue la simpatica Nameless, Faceless dove la Barnett immagina, in una poco approfondita (e in fondo è meglio così) denuncia sociale, di attraversare un parco in piena notte, senza la paura di venir aggredita. E poi ancora l’arrabbiata e canzonatoria I’m Not Your Mother, I’m Not Your Bitch che precede l’ironica Crippling Self Doubt And A General Lack Of Self Confidence da cantare al ritmo liberatorio di I don’t know, I don’t know anything. Si chiude con le tre Help Yourself (lezioni di vita in salsa Barnett, dove chitarre decise accompagnano saggi consigli riassumibili in un “You gotta learn your place”), la ballad estiva Walking on Eggshells e l’intensa chiusura estrema Sunday Roast.

E non le manda certo a dire Courtney Barnett, in questo album liberatorio: un lasciatemi stare continuo ridondante che non pecca di presunzione. Sì, perché l’essenzialità della Barnett sta nel non voler dire mai di più, il suo è un songwriting diretto che non si condisce di parole altisonanti, e messaggi universali, anzi, è tutto così sfacciatamente egocentrico, e per questo più vero. É la colonna sonora delle liceali del quartiere, sono le canzoni di chi sogna di essere una rockstar in cameretta, sono le parole delle ragazze stanche della musica pop e che ogni tanto amano liberarsi delle raffinatezze di tutte le St. Vincent e compari. Da ascoltare scivolando a piedi nudi sul parquet, facendosi passare una sbornia di lunedì sera (senza dimenticare di prepararsi al martedì mattina), festeggiando in solitaria la fine degli esami, mentre si ritrovano i diari del liceo. Un album così direttamente spontaneo, da arrivare a tutti.

Arrangiamenti spontanei, atmosfere da garage rock, linee di chitarra sentimentali che si distruggono in distorsioni lo-fi, senza mai esagerare, il tutto accompagnato da un’irriverenza adolescenziale trascinata dietro dal primo disco, e che Courtney non abbandona. Non è infatti un album, questo, che segnerà la maturità artistica di Courtney Barnett, nonostante vi sia una volontà di creare atmosfere più intimiste, di lasciarsi alle spalle copertine dalle illustrazioni da cameretta a favore di un ritratto filtrato e allucinato, un po’ come questo disco. Persiste un fervore infantile, così come i sentimenti di rabbia primitiva e alcolica. Chi cerca le novità in tutto, non troverà sperimentazioni e soluzioni d’avanguardia in questo disco, anzi troverà canzoni senza arrangiamenti ricercati o produzioni imponenti, tutto sarà lasciato lì così, quasi come se fosse incompiuto. Eppure così spesso il modo migliore di essere originali, prima lezione che ha imparato la Barnett e chiunque sia cresciuto a pane e Strokes, è essere sfacciatamente se stessi.

morghiss

Pane, amore e ritenuta d'acconto. Concerti sotto la pioggia, film notturni, maratone seriali e relative conseguenze.

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