DIIV | Deceiver

by Riccardo Martinelli

Voto:

B-
Redento

Culturalmente, o forse meglio religiosamente, il digiuno viene visto come una via di purificazione, una fatica da oltrepassare attraverso la rinuncia. Tra tutte le differenze e sfumature che esistono tra i vari Credo, questa è forse una delle linee più in comuni, uno degli atteggiamenti più condivisi e reputati necessari. Quello dei DIIV e, in particolare, di Zachary Cole Smith, è durato tre anni, periodo dedicato alla disintossicazione e lotta alla dipendenza da sostanze stupefacenti. Seguito di IS THE IS ARE, ritenuto uno dei migliori album del 2016, Deceiver, uscito qualche giorno fa per Captured Tracks, riporta l’attenzione in modo dirompente su uno dei progetti più intriganti provenienti dal nuovo mondo.
Personalmente, già dal primo incontro con la copertina ho percepito una certa ombrosità, in linea con quello che poi si andrà a sentire; si tratta dell’immagine che raffigura una tetra e opaca maschera. Sarebbe facile qui utilizzare la blasonata “datemi una maschera…”. Quindi evito, tanto si capisce lo stesso.

La prima traccia è Horsehead. L’immagine e sensazione che prende forma immediatamente nella mia mente è quella che si prova anche all’inizio di una nuova stagione di una serie tv alla quale si è affezionati. Tra la tensione e il “oh, welcome back home”. Greve e cadenzata è quello che si poteva immaginare dalle affermazioni antecedenti all’uscita dell’album rilasciate da Cole. Il fiato e aria ricercati nella prima traccia vengono ritrovati nella descrizione di un vento giovane, di un altro tempo. Oggetto di desiderio nei momenti bui e pesanti, necessario ad affermare una nuova prospettiva che mira alla vita e alla sincerità, prima di tutto con sé stessi. Like Before You Were Born è il punto di partenza per allontanarsi sempre di più da quell’ “inganno” di cui parla il cantante, ormai 34enne, della band Newyorkese, e che affronta come se si trovasse su un ring sin dalle prima frasi. Skin Game è uno dei singoli estrapolati e presentati in anteprima al pubblico. Una volta descitto il desiderio, si passa alla fatica, che viene esplicitamente descritta in questa traccia attraverso versi come il seguente:

 Fighting to get through the door
But I can’t live like this anymore
They gave us wings to fly
But then they took away the sky

Riflessiva e con sonorità incredibilmente azzeccate, si conclude con una delle frasi più belle e poetiche dell’intero disco. Ascolto suggerito.

Appare chiara l’intenzione e la mano calcata su un ritorno a uno dei lati più dark degli 80s, ovvero l’animo e le sonorità shogaze che riecheggiano e vengono riportate in vita già nelle attraverso le prime tracce dell’album. Pungenti e metalliche come deve esseere stato il percorso personale di Smith, il quale ha dichiarato di aver diretto si come sempre la linea forte seguita nel lavoro, ma condiviso in gran parte la stesura di musiche e testi con tutto il resto della band; collaborazione che non era stata cosi stretta e evidenziata nei precedenti. Seguono Between Tides e Taker, nelle quali viene rimarcato in modo massiccio il peso specifico che ha avuto il produttore arruolato Sonny Diperri (My Bloody Valentine, Nine Inch Nails, giusto per fare due nomi). L’orizzonte sonoro si amplia e nuovi spazi creativi vengono navigati con suoni che hanno la tendenza al grave/greve, ma allo stesso tempo con quel tocco di psichedelia ancestrale che da sempre accompagna la band. Il nuovo animo slow del gruppo trova, però, maggiore espressione nella lentissima Lorelei, in cui questo inedito lato si sposa con uno degli effetti più presenti in tutto l’album, ovvero questo fuzz e overdrive giganti che accompagna lente ballad, piene e abissali.
Un po’ come se avesse toccato il fondo, in termini di sonorità e di speed dell’album, l’animo viene riacceso con Blakenship, caratterizzata da un pervasivo e incalzante ritmo ostinato, quello che piace molto e che esalta nei live. Accompagnato sempre da tendenze “fuzzose” e condito con chitarre persuasive, un po’ quello a cui ci aveva abituato finora  la formazione proveniente dalla grande mela. Batteria dritta e sicuramente più giovane, se cosi si può definire, come brano rispetto al resto dell’album.

Deceiver sicuramente nasce da un pegno che è stato pagato dal leader di questo progetto che, per forza di cose, è cresciuto e maturato dopo le recenti esperienze. Tutto questo, supportato da uno staff sicuramente più preparato, ha portato infine a un lavoro più colto e meglio eseguito, rispetto ai due album precedenti. Una maturità musicale evidente e che, a mio modesto parere, può piacere o meno. Discrezionalità valida per quanto riguarda sonorità e album nel complesso, poiché se si va invece a valutare il tutto tenendo presente il significato emotivo e personale per Cole Smith, allora è fuori discussione che siamo davanti ad un capolavoro. Questo per capacità di espressione, profondità dei testi e complessità che non risulta pesante e affannosa per tutta la durata dell’inciso.

Questa è una prima impressione, determinata basandomi sull’ascolto di circa 45 minuti di un signor album.
Prima impressione che, però, ha la fortuna di poter essere provata dal vivo. Già, fresche fresche di uscita, sono state pubblicate due date in cui i DIIV si troveranno in Italia, e sono:

13.03.2020 @Locomotiv Club, Bologna

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14.03.2020, @Magazzini Generali, Milano

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Riccardo Martinelli

People try to put us down! (talkin' bout my generation)

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