Drenge | Strange Creatures

by Jacopo Giovanni Peroni
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Voto:

B+
Ipnotico

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Dopo ben quattro anni in sordina dal rilascio, nel 2015, di “Undertow”, seguito del loro omonimo ed acclamato album d’esordio, i fratelli Loveless, in arte Drenge, sono tornati in scena lo scorso venerdì con “Strange Creatures”, ultima fatica in salsa garage punk rock. Questa, a grossissime linee, la frase più riduttiva e pressapochista che troverete sicuramente online digitando il nome del gruppo; queste le tre righe che meno rendono giustizia a uno di quegli album “sorpresa” che, qui lo scrivo qui lo nego, troveremo nelle classifiche di fine anno (almeno per quanto riguarda l’Alt Rock, lungi da me eccessive intraprendenze sibilline). “Strange Creatures” ha infatti la peculiarità di sapersi infiltrare oltre le linee nemiche dei nostri dispositivi come un bombardiere vecchio stile B-2 reduce della guerra fredda, superando le due righe di codice dietro il vigile occhio nel cielo del Release Radar di Spotify: il suono vola basso su tonalità ovattate, a tratti tetre, ma colpisce duro sin dalle prime battute. Ad essere “contagioso” non è solo la casa discografica alle spalle di questi ragazzi del Derbyshire, la Infectious Music, ma anche il timbro dei dieci brani qui presenti che come un trojan infetta gli altoparlanti fino ad una parvenza di autodistruzione controllata.

Potrebbe sembrare che l’entusiasmo per questo cd discordante dalle tendenze contemporanee di stemperare, quasi annacquare, i suoni con giocattoli high-tech mi stia sfuggendo di mano e magari in questo pensiero traditore potrebbe anche esserci del vero, non lo nego, ma è difficile mantenere uno stoico atteggiamento da Catone il Censore quando il gruppo predilige sfondare la porta d’ingresso, anziché pacatamente bussare, con l’opener Bonfire of the City Boys, paradossalmente punto più alto di tutto l’album: ma in fondo si sa, la logica di salvare il meglio per ultimo è superata, forse non aveva mai preso proprio largo nelle teste dei Loveless; in ogni caso conviene così, perché questa prima traccia convince e raduna sotto un unico stendardo gli eterni scettici della portata di “Strange Creatures” con quella nuance di narrativa e base in grado di fomentare un sentimento di tensione, un build-up apparentemente senza uscita che trova soluzione nel vortiginoso ritornello afonico. Un manifesto omnicomprensivo dei Drenge all’interno delle mura dell’impero musicale: “There are millions of people out there // fucking, fighting, eating and sleeping // and we are not one of them // Oh no, we are the fly in the ointment // the hair in the food // the snag, the catch, the conundrum”.

Al primo verso che afferma “It started with a bang” non si può che dar ragione. A detta della band infatti l’album doveva suonare “come un film horror su cera” e così effettivamente è, come dimostrato dallo specchiato riecheggiare in labirintica sequenza di This Dance e dai cori in sottofondo nel ritornello di Teenage Love: le lancette dell’orologio paiono di colpo scaraventate alle due di notte nel vuoto di uno di quei parcheggi a più piani in cemento armato. Persino il riconoscibilissimo riff di chitarra di Beautifully Unconventional dei Wolf Alice assume nuova forma sotto questa luce, o meglio oscurità, nella terza Autonomy, complice la citazione “Do androids dream of electric sheep?”, l’equivalente del vincere la mia simpatia sia sul piano musicale che su quello letterario-cinematografico.

Tuttavia, da recensore self-made mi sento in dovere di muovere una critica sulla title track, Strange Creatures, posta esattamente a metà album e colpevole di rallentare notevolmente l’azione; malgrado infatti condivida e capisca l’intento di placare un attimo gli spiriti, non trovo che questo brano riesca nel suo intento: un passo troppo cadenzato e prevedibile, che nel corso di quattro lunghissimi minuti, diventa quasi stucchevole e sotto tiro del dubbio “magari passo alla prossima”. Una missione di sedare il flow apparentemente troppo delicata che verrà poi comunque portata a termine con onore dalla più ispirata No Flesh Road.

Fortunatamente il cd sotto esame non ha proprio tempo di sanguinare per le ferite riportate e, in men che non si dica, focalizza nuovamente l’attenzione dell’ascoltatore con Prom Night, che, oltre a rimarcare le “simpatiche” abilità descrittive del gruppo, presenta una fantastica composizione da colonna sonora di una mexican standoff, abile anche nell’evolversi stilisticamente grazie all’inclusione di un sassofono ben piazzato. Sinceramente, l’ultima cosa che mi aspettavo dai Drenge era l’inserimento, all’interno del disco, di questa manciata di influenze western, borderline-heist movie, che contribuiscono maggiormente a delineare un senso di univoca identità al tutto: suggestioni che ritorneranno prepotentemente in primo piano nella conclusiva When I Look Into Your Eyes.

Nelle ultime battute invece, il gruppo sembra voler incanalare con Never See The Signs i propri Slaves interiori nella duplice e coerente costruzione di base e strofe antecedenti ritornelli simil R.E.M., mentre con Avalanches azzarda (e riesce) nell’intento di approcciarsi ad un paio di sintetizzatori, senza renderli piatto principale di questa cascata di suono.
Se l’antico vaso andava portato in salvo, i Drenge ce l’hanno sicuramente fatta dove altri prima di loro avevano fallito: superare le aspettative dovute in parte ad un primissimo album di successo e un po’ al sempre presente fattore tempo. Dagli omonimi esordi sono cresciuti ed insieme a loro le sonorità che li avevano contraddistinti dalla bigia massa. “Strange Creatures” è un ottimo album: uniforme, coeso, deciso e con una manifesta identità, al punto da essere una delle sorprese di questi primi mesi del 2019. A quando un disco di misterioso e cupo Alt Rock misto western?

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Jacopo Giovanni Peroni

Applicazione diretta del metodo socratico.

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