Hinds | I Don’t Run

by Silvia Rizzetto

Voto:

C-
Faceto

 

Lo scorso 6 aprile è uscito per Mom + Pop Music I don’t run, il secondo album delle Hinds, un’allegra combriccola nota –nel bene e nel male– anche ai più distratti ascoltatori di musica indie (Su NoisyRoad potete trovare la recensione del primo album Leave Me Alone, a cura di Fort). Persino il titolo dal significato ambiguo (ribellione? Staticità?) non mi ha risparmiato di fare battute, una risata amara di fronte alla piattezza di un prodotto…venduto per fresco. Sono sincera, ho cercato di ingoiare per l’ultima volta un rospaccio che con il suo vocione rauco mi consigliava di non essere buona nel mio giudizio finale, ma alla fine l’ha vinta lui, ho annotato un 7 stiracchiato. Registrato con la coproduzione di Gordon Raphael, l’album è giunto sino alle orecchie di Albert Hammond Jr., il quale si è affezionato così tanto alle autrici che ha deciso di portarle con sé nel suo tour nordamericano recentemente concluso. Arrivata a questo punto, ho sentito un gracidare, che in realtà era una domanda: «secondo te, sono state baciate dalla dea bendata?». Sì e no: nonostante si siano cristallizzate in un ibrido figlio degli anni Sessanta e Novanta, la loro estetica lo–fi si è ravvivata nella decisione furbetta di spaccare il disco in due con degli impromptu; in due anni, le ragazze hanno imparato a fare un po’ di ordine nella loro cameretta post–sbornia da botellón e in quel pavimento –ora lindo e pinto– hanno visto rispecchiata la loro immagine scura e penetrante. Già, le Hinds sono per antonomasia le rappresentanti della sfera ludica dei millenials, ma I don’t run è più che una lagna da micette innamorate.

L’odiosamata Carlota Cosials, il peperino che tenta di approcciarsi ai gruppi riot grrl con la sua vocetta acidula, è anche la staffetta ideale per la melanconica voce bassa di Ana Perrote. Prime cellule del gruppo, con il tempo sono riuscite a consolidare la loro simbiosi, un continuo supporto vocalico ed emotivo. «Come si fa a non amarle?», si è chiesto Fort due anni fa. Nonostante abbia partecipato vivamente al coro di disapprovazione della redazione di NoisyRoad cresciuto all’uscita della prevedibile e poco originale New For You, primo singolo estratto, ora i miei ormoni femminili mi impediscono di accanirmi contro queste cerbiatte disinibite: possono pure limitarsi alla solita solfa eteronormativa che io sarei prontissima a lanciare degli anatemi a quell’infimo che si è permesso di umiliare la narratrice di Tester andando a letto con la prima ragazza che ha incontrato tornando a casa, il tutto con una voce da cornacchia, infelice esito di imitare la Cosials. Ad ogni ascolto, immagino la protagonista usata come un campione di prova di un rossetto uscito in edizione limitata e in vendita presso una profumeria dai prezzi abbordabili, mi gaso, e ritengo la canzone la gemma più preziosa di I don’t run perché raccoglie tutti gli elementi caratteristici del gruppo: qualche giro di chitarra accattivante, figure retoriche estrapolate dal loro autore indie preferito, una registrazione imperfetta, i «gne, gne, gne» da piccole ribelli, la sensualità da señorita, ritmi semplici che mi spingono sino ad un imbarazzante air drumming. Con le Hinds si torna teenager, il tempo libero passato in compagnia dei loro arrangiamenti alla Bikini Bottom è uno spasso, si desidera una vita tutta sorrisi e birre gratis quale la loro. Tutto molto bello, se non quando a mente fredda rifletto lungamente sul destino di queste donne dal corpo di bambina.

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Le Hinds conoscono bene tutte le sfumature dell’amore, in modo particolare la sua fine (quasi sempre) tragica. Il tema è distribuito lungo un sentiero di undici tracce da percorrere lentamente, e con buone probabilità è da questo tragitto che nasce il titolo dell’album: le insidie tese da chi un tempo era il loro “partner di squadra” lo rendono più intricato. Ma la fuga è rimandata dalle stesse donne, che in preda ad un raptus di ingenuità, bontà e masochismo lasciano come delle Pollicine le loro molliche di pane, piccoli dolci pezzettini di ricordi passati ormai vaghi, come un profumo che sa di tutto e niente. Per fortuna non ci sono orchi in questa fiaba, solo giovanotti che fanno i preziosi e si dilettano a giocare attraverso delle occhiate perverse, quasi come i richiami del pavone, per un ultimo incontro tra le lenzuola. Ma le delusioni, come un vinile, hanno un proprio lato positivo, sono delle sconfitte apparenti, fanno crescere in noi una gran voglia di sfidarci per poi mostrarci al mondo come delle meravigliose vincenti. Seppur la loro fama fosse giunta sino agli antipodi (addirittura sono famose persino in Thailandia), mai le musiciste ebbero provato un’emozione così grande prima dell’ascolto dell’abbozzo di The Club, un La che le avrebbe spinto a camminare nuovamente a testa alta.

Va’ via rospo, non sai che le ragazze si sono confidate a Consequence of Sound e hanno raccontato dei loro moti interiori durante la composizione di I don’t run? Beh, leggi un po’ la confessione di Carlota:

Quando abbiamo iniziato a scrivere il secondo album, Ana ed io avevamo appena iniziato una nuova fase della nostra vita. Eravamo solite chiamarla “la vida lápiz” [«la vita con la matita», n.d.r.] perché ci sentivamo come delle bambine con un nuovo giocattolo, volevamo soltanto andare avanti nonostante ci sembrava di essere nei casini. Ma stavamo bene lo stesso, i nostri sbagli non ci facevano più soffrire, nulla pareva così preoccupante da renderci infelici. Siamo andate insieme a Cadice per un viaggetto e là abbiamo scritto questa canzone [I Feel Cold But I feel More, n.d.r.] durante il tramonto, quando il cielo era di un viola mai visto in vita mia e il mare era quasi completamente argentato. Se questa canzone fosse una fotografia, potrebbe rappresentare al suo interno noi completamente sole in uno spiaggione con una bottiglia di due litri di Coca-Cola ormai sgasata e due chitarre.

Stiamo dunque ascoltando un processo di elaborazione della perdita andato a buon fine, e se le nostre risate ci impedivano di ascoltare oltre il “plagio” di Brimful of Asha presente nella traccia quinta, ora siamo più consapevoli che le Hinds, con il loro inglese elementare, vogliono toccare le corde del cuore di chiunque; la loro natura poliglotta si mostra interamente in Ma Nuit, una ballata agrodolce che le congeda e che, me lo auguro, diventi presto uno spunto per un futuro lavoro in spagnolo, una lingua spesso disprezzata per la sua tradizione da tagadà. Chissà dove le porterà questo sentiero, per me è difficile inquadrarle sul panorama musicale, sono il classico gruppo “senza vie di mezzo”, da ascoltare o da tasto skip: non sono adatte ad un pubblico che vuole esclusivamente delle maestose cattedrali in musica, ma riescono a rallegrarci dopo una lunga giornata stressante, un po’ come una serata al bar con gli amici; sono in grado di scrivere e registrare un album in sei mesi, ma piuttosto banale, come un’ insalata mista vecchia e scondita; sono le regine della notte quando i loro coetanei alle undici sono già tra le braccia di Morfeo; insomma, sono delle Wonder Woman senza i super poteri: ci catturano ma sono così sbadate che si dimenticano di stordirci e di legarci bene. E anche stavolta, ahinoi, il capitolo si interrompe di punto in bianco.

Silvia Rizzetto

Uno sfortunato insieme di atomi amante del passato, dei cimiteri e del Romanticismo.

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