James Bay | Chaos and the Calm

by Carmen
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Cadaverico, skinny e inglese.

Chitarra e voce, singolo scassapalle in rotazione per le radio di tutto il mondo da mesi e mesi.

Timido (bricconcello… ce li ricordiamo ancora gli sguardi equivoci tra te e Sam Adelone Smith ai BRITs), testi e melodie che non passeranno sicuramente alla storia ma che rimangono in testa. Purtroppo per chi ascolta, aggiungerei, costretti a canticchiare assurdi accordi di chitarra.

Momento-fomento per James Bay (per gli amici “James Bae” o “chissà cosa c’è sotto quel cappello… magari è pelato solo lì!”), classe 1990, e il suo Chaos and the Calm  uscito il 23 marzo. E cosa ci sarebbe di diverso e particolare in lui e nella sua musica, direte voi? Dov’è la novità?

Eh… ce lo stiamo chiedendo anche noi in redazione.

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il Cappello, protettore e custode del Santo Graal

Dopo giorni e giorni di ascolto e assimilazione dell’album, la prima cosa di cui si è consapevoli è che il vincitore del Critics’ Choice Award ai BRITs di quest’anno non è obiettivamente nulla di nuovo in quel panorama musicale che negli ultimi anni ha sfornato artisti su artisti – solisti e non – nella scena indie pop e rock mondiale, meteore di qualche anno o di alcuni decenni.

George EzraJake Bugg, il buon Paolo Nutini: direi che James Bay è stato accomunato a praticamente qualsiasi artista con in mano una chitarra e una bella voce graffiante e pacata allo stesso tempo. Ma probabilmente, mi ritrovo a pensare, è il sapientemente approfondito – in tenerssima età – prodotto di una serie di influenze musicali che vanno dal rock ad addirittura quel soul che ormai si fa fatica a trovare in giro, soprattutto in giovani proposte.

E credo che la differenza tra il cantautore inglese e molti altri sia proprio questa: il saper cambiare e variare genere da una canzone all’altra, il non rimanere fossilizzati su un solo tipo di musica ma, anzi, tenersi aperte diverse strade per gli album futuri in modo da non risultare stridenti e fuori luogo ed evitare la temuta frase “no, non è un genere che fa per lui“. Raramente ho incontrato una voce e una musicalità adattabili ai generi più disparati, specialmente tutto all’interno dello stesso album. Il risultato quindi sono 12 tracce, accompagnate da musicisti e cori particolarmente piacevoli, che passano da ballad struggenti a brani che a momenti vedono un manipolo di suore ballare e cantare in una chiesa, direttamente dal set di Sister Act.

Hold Back The River Let It Go (no, non quella di Frozen, basta con ‘sta storia), i due singoli piazzati in vetta alle classifiche di tutto il mondo per molte settimane… davvero molte. Al primo ascolto poi non ci si può non innamorare di Best Fake Smile Collide belle cariche sin dai primi accordi, ed è impossibile stare fermi. Ammettetelo anche voi, su, lo sappiamo benissimo. Tranquilli, la calma arriva con le ballate dal sapore malinconico: Move TogetherScars Need The Sun To Break, chiusura dolce-amara dell’album.

E a James Bay perdoniamo anche quel leggero sentore di “ma questa canzone mi sembra di averla già sentita” che arriva subito con l’opening track dell’album, Craving, che ricorda ampiamente la ben più celebre Proud Mary. Oppure quei riff sparsi qui e lì che ricordano i Coldplay e i Kings Of Leon dei bei tempi andati.

Le aspettative su James Bay erano molto alte, e direi che siano state ampiamente rispettate. Non sarà niente di nuovo ma oh, James Bay piace e sicuramente la curiosità più grande adesso è vedere come proseguirà in futuro… quindi James, per cortesia figliolo, resta sulla buona strada.

(ndr e cerca di farti mettere delle date in posti conosciuti e non in periodo di esami per noi poveri universitari, grazie)

Carmen

Senz'anima e senza soldi, pendolare da concerti e booklet vivente: se vi serve un pezzo di canzone, ce l'ho tatuato sul corpo. Un giorno smetterò di ascoltare chi mi consiglia nuova musica e avrò una vita.

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