Kanye West | ye

by Davide Tuccella

Voto:

B
Intimo

Non c’è bisogno di presentazioni per lui: Kanye West completa la sua nona fatica e riemerge a distanza di due anni dal suo ultimo, ampiamente discusso disco, The Life of Pablo, dopo un periodo di silenzio e una quasi totale assenza mediatica che ha tenuto i suoi milioni di fans sulle spine per uno stremante periodo di tempo. Gli scorsi anni non sono certo stati un periodo facile per Mr. West, costretto a fare i conti con le sue difficili condizioni di salute mentale e vivendo una vita quasi completamente lontana dai riflettori. Da qualche mese a questa parte però, il rapper è approdato nuovamente su Twitter per annunciare non uno, ma ben quattro progetti in cui sarebbe stato coinvolto dall’inizio di giugno. Ideale, se non fosse per il fatto che, seguendo il suo sempreverde stile controverso ed egocentrico, Yeezy (per gli amici) si sia lanciato in una preoccupante serie di Tweet, interviste e dichiarazioni in favore di Trump e della Destra Americana, destando non poche preoccupazioni per i contenuti dell’imminente disco. L’1 giugno però, chi aspettava un album politicheggiante e controverso è rimasto sorprendentemente a bocca asciutta: fiutando il malcontento popolare e, volendo evitare di risultare ulteriormente problematico, Kanye ha completamente riscritto e modificato il disco originale, dando vita a un album dai temi completamente nuovi, e mai così personali. Questo è “ye”, il prodotto di una mente turbata, musicalmente geniale e inaspettatamente fragile.

“The most beautiful thoughts are always besides the darkest”. Così ha inizio la prima traccia del disco,I Thought About Killing You, un curioso e inaspettato monologo, recitato quasi come una poesia, che non perde tempo prima di scendere a fondo nel subconscio e nella parte più nascosta di Kanye: la più insicura e vulnerabile. La sfacciatezza, le dichiarazioni scottanti, una vita all’insegna dello spettacolo; niente di questo ha più importanza mentre Kanye si racconta senza difese, parlando di suicidio, cattive abitudini e dipendenze, ma allo stesso tempo non perdendo la sua immancabile self-confidence. E’ un Kanye sicuro dei suoi difetti e delle sue imperfezioni, pronto ad aprirsi al pubblico piuttosto che rifugiarsi nel lato estroso e prorompente che molti associano comunemente all’artista. Il tutto accompagnato da una componente musicale che, come per tutti i lavori precedenti del rapper, non delude mai: una leggera intro elettronica evolve gradualmente in un beat più dinamico, di pari passo con il cantato. Ma un disco da 23 minuti non ha tempo da perdere in convenevoli, e la a traccia si interrompe senza preavviso per lasciare spazio a Yikes, seconda di sette pezzi sull’album. E’ qui che vediamo il ritorno di un Kanye più vicino a quello a cui siamo abituati, versi di puro hip-hop, produzione magistrale, beat energici e ritorno al sampling, una delle qualità migliori in tutti i dischi di Kanye. Nonostante il ritmo coinvolgente e la musicalità del pezzo, West comunica un messaggio tutt’altro che leggero nel testo, trattando della dipendenza da droghe, oppiacei e stimolanti che lo ha accompagnato negli scorsi anni della sua vita, insieme alla sua esperienza in ospedale e all’importanza della salute mentale nell’industria musicale, che troppo spesso viene data per scontata al giorno d’oggi. La vena hip-hop del disco viene ereditata dalla terza traccia, All Mine, ennesimo esempio lampate del talento metrico del rapper. Forse uno dei pochi esempi sul disco di un Kanye “vecchio stile”, spensierato, sfrontato, a tratti volgare, ma allo stesso tempo catchy, spiritoso e sicuro di sè.

Wouldn’t Leave segna il passaggio alla seconda metà del disco, musicalmente e liricamente parlando. “ye” infatti segue una sorta di curva immaginaria nei suoi 7 pezzi, sfociando dall’hip-hop iniziale verso un finale più tendente all’ R&B e al Soul, più soft ed elegante nelle strumentazioni. La traccia è un racconto della vita a casa West durante il periodo di critiche ricevute dall’artista a seguito delle sue molte dichiarazioni controverse. E’ il modo per il rapper di rassicurare la sua compagna Kim e, a suo modo, chiederle scusa per le preoccupazioni causatele. Musicalmente parlando, la traccia è delicata, con produzione ridotta al minimo per esaltare al meglio un beat leggero, note di pianoforte e cori di sottofondo dal sapore soul. Che romanticone eh? No Mistakes è il continuo verso la direzione R&B ormai solidificata nel disco, e un’ulteriore conferma del genio musicale di Kanye, incastrando nel pezzo ben due samples, fra l’hip-hop e il soul, e continuando a far grandinare segmenti di pianoforte, cori di sottofondo e armonie ritmate ed orecchiabili. Ormai l’elemento hip-hop dell’album è ridotto al minimo, coinvolgendone solo i versi per lasciare spazio a ritornelli più melodici ed emotivi. Il momento clou del disco, Ghost Town, ne è la culminazione assoluta.

In dirittura d’arrivo verso il finale, Ghost Town crea quasi confusione al suo inizio. Non è un beat ad aprire le danze, ma bensì un sample proveniente da Someday, una vecchia ballata di pianoforte di Shirley Ann Lee degli anni ’60. Il primo verso arriva dopo una manciata di secondi, in un’esplosione di organo e riff di chitarra accompagnati dalle voci di John Legend e Kid Cudi, fedeli colleghi di West egli anni. Per il ritornello del pezzo, il rapper ci sorprende con qualcosa di davvero inusuale nella sua carriera. Kanye canta. Non è rap, non hip-hop. Kanye West canta, appassionato, riflettendo sul passato e puntando al futuro, a un someday in cui la sua vita volgerà finalmente per il meglio. Nemmeno il tempo di riprenderci da questo shock, che 070 Shake, giovane promessa sotto l’ala di West, fa letteralmente esplodere il pezzo in un tripudio di soul e chitarre elettriche distorte all’inverosimile, dando vita all’apice dell’intero disco sotto un punto di vista sia lirico e musicale. E’ un momento difficile da descrivere a parole, emotivo e potente allo stesso tempo. Un’incredibile conclusione verso l’ultima traccia di “ye”Violent Crimes, che conclude il disco con aria nostalgica e personale. Kanye dedica l’ultimo pezzo alle sue giovani figlie, North e Chicago, riflettendo sul loro futuro ed esprimendo il desiderio di vederle diventare un giorno giovani donne di successo senza incappare negli eccessi che hanno contraddistinto negli anni sia egli stesso e sia la moglie Kim, augurando loro di crescere come donne forti come Nicky Minaj, senza però ereditarne il carattere estroso ed esibizionista, strizzando l’occhio alla sua amica e vecchia collaboratrice. E’ un Kanye spaventato dell’eventualità che il suo karma e i suoi giorni passati possano ripercuotersi sul futuro dei suoi figli, ammettendo di come l’arrivo di due bambine abbia completamente ridimensionato e cambiato il carattere impertinente e materiale che un giorno lo contraddistingueva.

E’ proprio per questo che questo disco è riuscito a stupirmi: riuscire a vedere il lato insicuro, emotivo, e soprattutto umano di Kanye West è un avvenimento che non accadeva da ben 10 anni nella sua discografia, l’ultima volta con “808s and Heartbreaks”, uscito nel lontano 2008. Con “ye”, West si conferma uno degli artisti più versatili, creativi e influenti della sua, e nostra, generazione, capace, a distanza di 14 anni dall’inizio della sua carriera, di ammettere a testa alta i suoi difetti e mancanze personali con serenità, piuttosto che con rimpianto. Per quanto il suo personaggio sia ampiamente discutibile sotto diversi punti di vista, “ye” ci ricorda come alla fine dei conti, Kanye West sia un uomo con colpe, sbagli, ma anche molti lati positivi che vengono spesso oscurati dai suoi errori. Che le cose stiano per cambiare in futuro? Chi può dirlo. Per adesso, limitiamoci ad apprezzare l’ennesimo centro di uno degli artisti più talentuosi del 21esimo secolo.

 

Davide Tuccella

Campione mondiale di “Giudicare persone in base ai loro gusti musicali”.

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