Kasabian | 48:13

by Daniele Convertino
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Tre anni. Sono passati ben tre anni dall’uscita del loro ultimo album. Di chi parlo? Uno spilungone barbuto e il suo carissimo amico dagli occhiali sempre sgargianti vi dicono niente? Sono loro, sono i Kasabian.

Oggi esce il loro quinto album studio (domani in Italia), 48:13. Un titolo minimalista, -quantomeno rispetto a West Ryder Pauper Lunatic Asylum– che è la durata totale delle canzoni dell’intero disco (pertanto, se speravate di utilizzarlo come colonna sonora nei seguiti delle vostre serate romantiche, mi dispiace, ma dura davvero così tanto.). La copertina, che raffigura le singole durate delle canzoni, ha un particolare pressoché evidente: lo sfondo fucsia. La scelta del colore non è casuale, infatti – a detta di Sergio Pizzorno, il frontman spilungone – descrive un artificio grafico volto a contrastare la connotazione prettamente mascolina che ha assunto il gruppo nel corso degli anni. Come ben saprete, il rosa con le sue tonalità e sfumature, secondo le carissime convenzioni sociali, è un colore tipicamente femminile. E i Kasabian sono quattro ragazzoni, che spesso “dimenticano” di radere la barba… per qualche mese.

Dimensione esteriore e artistica a parte, la componente musicale di 48:13 non è in contrasto con il discorso precedente del gruppo, anzi per certi versi ne è la maturazione. Quel che di nuovo c’è nella musica dei Kasabian è sicuramente l’aspetto delle influenze. Pizzorno lo ha annunciato mesi fa, il gruppo ha tratto ispirazione da gente del calibro di Kanye West, Death Grips (ci si aspettava una copertina alla No Love Deep Web, che vi consiglio di cercare – senza censura) , Rage Against The Machine e Nirvana. Sebbene Tom Meighan, il cantante ed altro frontman, non si sia messo a rappare, di sicuro gli artisti sopracitati hanno contribuito a creare nella musica di 48:13 nuovi sapori, forse più ideologici che musicali. I Kasabian sembrano ora più che mai liberi di spaziare e sperimentare, con risultati sicuramente discutibili.

Procediamo per ordine. L’album è introdotto da (Shiva), interludio strumentale che richiama le prime demo della loro carriera. E’ un agglomerato di suoni pseudo-noise che genera tensione. Perché tensione? Perché dopo circa un minuto… Boom.

Ecco a voi Bumblebeee, brano il cui titolo è stato suggerito da Ennio, figlio di Sergio. Si fonda su un riff grezzo e ruvidamente rock, in salsa Black Sabbath (ma anche Rage Against The Machine e Nirvana). Con una perfetta alternanza tra Meighan e Pizzorno alla voce, e l’aggiunta di coriste, il disco sembra prendere una piega decisamente rock tendente al metal. Ma non è così (per fortuna).

Segue Stevie, e torna a sentirsi il connubio tra chitarre e sintetizzatore tipico dei Kasabian. E’ pregevole l’aggiunta di archi e fiati, la quale dà vita ad un’atmosfera molto Arcade Fire nel ritornello (almeno nell’ambito di Funeral). Il testo della canzone, che parla di pistole e -cito testualmente- “vivi per combattere un altro giorno” fa pensare invece ad If I had a gun… di Noel Gallagher ed ai suoi High Flying Birds, quasi a voler rendere tributo ad uno dei loro più grandi e importanti estimatori.

Un altro interludio, (Mortis), scinde la sfera rock e introduce la parte elettronica e dance di 48:13, che sarà, nel bene e nel male, il carro trainante del disco.

Se pensavate di procurarvi lividi in transenna con le tracce precedenti, Doomsday vi farà ricredere (ma non troppo). E’ la prima traccia puramente dance del disco, forse qualcosa che i Kasabian non hanno mai proposto prima. Le chitarre sembrano scomparse, ma ciò che rende il pezzo unico per il gruppo è il nuovo modo di usare il sintetizzatore. Ormai Sergio è esperto in quanto a synth, e si sente.

I tre minuti e quaranta di Doomsday sono pochi in confronto ai circa sette della traccia successiva, Treat. Ora il sintetizzatore è sempre più elaborato, e la dimensione dance esplode. Si sentono flebili echi di Kasabian (l’album) e una ben costruita collaborazione tra chitarre e parte ritmica. La base della canzone prende poi una svolta house strumentale, alternata a parti cantate. A detta di molti è la traccia migliore del disco. In effetti sintetizza ed esprime l’essenza di 48:13, passando da una fase di rock elettronico ad una house con naturale disinvoltura.

kasabian-48-13-album-cover

Con Glass, a seguire, si tocca un punto basso dell’album. La tendenza house si smorza gradualmente, e il tutto somiglia a qualcosa di Velociraptor!, il loro penultimo album. Ci sono notevoli somiglianze con Neon Noon, ultima traccia del disco sopracitato. In particolare, ne è stata trapiantata la parte della chitarra nel pezzo in cui Serge canta “Save me…”. E non solo, Glass e Neon Noon sono quasi identiche. Sembra il classico auto-plagio alla Noel Gallagher… un altro tributo? Non ci è dato saperlo. La canzone si conclude con un pezzo spoken word pseudo-filosofico che fa molto tradizione rap, specie per la pronuncia. E cita qualcosa che si sente spesso dire da Kendrick Lamar, rapper californiano, ovvero quel “Food For Thought”…

Parlando di punti bassi, il pezzo successivo, Explodes,in sostanza non aggiunge niente al discorso dell’album. Qui gli echi degli albori dei Kasabian sono decisamente più intensi, e sembra qualcosa che potrebbe aver scritto Karloff, quando il gruppo si chiamava ancora Saracuse. L’outro della canzone è indubbiamente un residuo di Velociraptor!, per giunta.

(Levitation), terzo ed ultimo interludio, ha una forte influenza Beatles, ma dura troppo poco per prenderne nota.

L’interludio lascia spazio a Clouds. Brano in cui torna l’alternanza tra chitarre e sintetizzatore, con molta libertà lasciate alle prime. Per certi versi, degli Oasis svecchiati avrebbero potuto comporre un brano simile, quantomeno limitatamente all’aspetto guitar rock.

Il fanbase medio dei Kasabian -come quello di molti altri gruppi- non è esattamente propenso ad improvvisi cambiamenti in campo musicale. Ecco perché i primi ascolti di eez-eh, hanno suscitato un misto di disprezzo, disgusto e scalpore. E’ il singolo che precede 48:13, ed è proprio ciò che il gruppo vuole proporre adesso. Una svolta perdutamente dance (con tendenze house) e l’introduzione di un nuovo modo di scrivere testi, con invettive (un po’ ironiche) contro Google e la monotona e accordata schiavitù della nostra società. Questa forse è  la componente più Kanye West – e a  questo punto ribattezzerei la canzone Y-eez-eh-us – del disco, assieme alla devozione per l’elettronica (non nuova per i Kasabian). A proposito di West, negli ultimi live dei Kasabian la loro Shoot the Runner viene introdotta da una breve cover di Black Skinhead, singolo del rapper di Atlanta. Non è passato troppo e i più si sono ricreduti sul pezzo. Ma magari preferiscono Bumblebeee, è per questo che è stata composta.

Allo stesso modo di canzoni come British Legion, Happiness e Goodbye Kiss negli album precedenti, non può mancare in 48:13 una ballata romantica. E’ proprio il caso di Bow, cantata da Sergio, un pezzo orecchiabile ma a sé stante, non regala niente di particolare.

La traccia conclusiva dell’album, s.p.s., sembra essere un soliloquio di Pizzorno, nel quale si rivolge ipoteticamente ai fan, quasi chiedendo loro un’opinione sull’album. Tanta attenzione per le parole è sintomo di una base sciatta, ma che non rende troppo male come outro finale.

Quest’anno i Kasabian hanno raggiunto la soglia dei dieci anni di attività. Celebreranno la decade trascorsa con un concerto-evento a Leicester, loro città natale, il prossimo 21 giugno. Nonostante il loro apporto artistico alla musica risulti scarso quanto a innovazione, nei loro cinque album i Kasabian hanno prodotto un sound misto tra influenze Manchesteriane ed elettronica alla Chemical Brothers che non è per niente sgradevole all’ascolto, soprattutto in West Ryder. Ciò che li contraddistingue è la sfera live, infatti i loro concerti sono sempre coinvolgenti e spesso addirittura violenti. Provano un immenso e insano amore per l’Italia, fatto apparentemente inspiegabile.

 

Daniele Convertino

Direttamente dai putridi Bassifondi?, un tipico ribellino fuck-da-system schiavo della monotonia.

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