King Gizzard & Lizard Wizard | Fishing For Fishies

by Riccardo Martinelli

Voto:

D+
Rurale

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Dopo la singolare e coraggiosa cavalcata dei cinque album pubblicati nel 2017, a distanza di due anni tornano i King Gizzard & Lizard Wizard con il loro quattordicesimo lavoro in studio, Fishing for Fishies prodotto da Flightless Records. È consuetudine che, ad un certo punto della propria carriera, band/artisti si trovino a fare i conti con l’album critico, quello che divide stampa e fan, il quale può generare malcontento o essere perfettamente integrato e incorniciato nel percorso degli artisti.

Stu Mackenzie & gang questa volta, però, pare abbiano esattamente colmato quello spazio nella loro carriera, quello del disco flop, quello che si dice un po’ spento, monotono e, soprattutto, già sentito. Ok, per quanto mi riguarda, ritengo che si debba partire da quello che è sempre venuto bene ai KGLW, ovvero sbandierare il vessillo della psichedelia australiana che vediamo costantemente propagarsi, aggiungendoci aggressività e la rurale follia che si può vedere negli occhi di questi ragazzi quando suonano, a differenza di altri gruppi della stessa onda.

Proprio all’interno di questa ruralità, si è plasmata l’dea sottostante l’ultimo lavoro, un ritorno al grezzo boogie e armoniche a bocca della Louisiana. Sarebbe bello chiedere a Mackenzie se hanno concepito prima la parte strumentale o la causa abbracciata per la stesura dell’album. Questo perché la tematica che continuamente emerge e viene affrontata dell’album è quella che ha fatto nascere miriadi di movimenti ambientalisti a livello globale da due anni a questa parte, la custodia e tutela del pianeta. Non sono i primi, recentemente anche i connazionali Pond hanno dedicato un intero album alla questione e cosi sta accadendo con altri artisti in tutto il globo.

Per esplorare l’argomento, come anticipato, i sette ragazzi di Melbourne hanno deciso di appoggiarsi sull’anima rustica del boogie e dei ritmi sincopati, i quali racchiudono nei loro accenti e groove circolari una sorta di primordialità della vita, del mondo occidentale ingenuo di quello che avrebbe causato alla terra. L’omonima Fishing For Fishies è il brano che apre, costruendo un’immagine perfetta di abuso della natura, che può essere racchiusa nella frase:

“Fishing for fishies/Don’t make them feel happy/Or me neither/I feel so sorry for fishies”

Inizio con perpetui arpeggi di più chitarre e la distintiva voce che si muove su una di esse, elegante e pungente quando serve. Segue subito il primo boogie, quello di Boogieman Sam, un po’ goffo, già sentito. Con The Bird Song si può capire che sarà un album basato su immagini ricreate, su stranezze che ormai sono consuetudine, osservate spesso dal punto di vista di chi condivide con noi questo pianeta. La canzone-inno del disco è la quarta traccia, Plastic Boogie, e dal titolo è facile intuire a cosa si riferisce.

Fuck all of that plastic (Fuck all of that plastic)
Wrapped up in my dinner (Wrapped up in my diner)
It’s not fantastic (It’s not fantastic)
It’s gonna come and kill us (It’s gonna come and kill us)
It’s gonna be massive (It’s gonna be massive)
It’s gonna be brutal (It’s gonna be brutal)
Death will come from plastic (Death will come from plastic)

Piccolo spazio pubblicità: curioso il fatto che il primo partito politico ambientalista sia nato proprio in Australia all’inizio degli anni ’70, per difendere e proteggere l’isola della Tasmania.

Più ci si addentra nell’album, nonostante il piattume che ogni tanto ricorre nelle strutture e le canzoni proprio non partono, più si capisce che qualcosa sta vibrando, sta cambiando. Un po’ come se si fosse intrapreso un viaggio all’interno dell’evoluzione umana, la quale parte dal “naturale” abuso di forme di vita più deboli delle prime tracce, passare per l’entusiasmante rivoluzione dei materiali sintetici e della spinta tecnologica presente tra i versi di The Cruel Millenial, fino ad arrivare all’alienazione totale dell’uomo, il quale viene sostituito dai cyborg e dalla vita artificiale.

Degna di nota è Acarine, sia perché scoperchia un po’ la poetica estremamente psichedelica che da sempre li caratterizza, sia per il doppio volto che la compone. Il primo perfettamente in stile KGLW, il secondo quasi del tutto elettronico e digitale, in cui le chitarre si trasformano in synth e le due batterie che suonano nella band diventano un’unica cassa dritta. A chiudere i 42 minuti totali è Cyboogie, singolo estratto e pubblicato ad inizio anno, brano nel quale la trasformazione della condizione umana ha trovato massima espressione. Lo shuffle rustico e rurale caratterizzante la prima parte dell’album ora cede il posto ad un boogie nel quale le chitarre lasciano spazio a più tastiere, il sangue alla corrente, gli occhi alle telecamere e agli schermi.

La difficoltà nel digerire questo album dopo l’ascolto è che è difficile collegarlo a tutto quello che la band ha prodotto finora. Con la loro peculiarità, non hanno mai annoiato nonostante abbiano sempre sguazzato all’interno del genere senza spaziare, per questo pare strano; o lo prenderei esattamente come un lavoro a se stante nella loro carriera. Mirato, sicuramente non paragonabile in termini di originalità ai precedenti, ma se preso e visto in quest’ottica, per me è qualcosa che funziona. Risulta quasi bello vedere che l’amaro che ti resta in bocca dopo i primi ascolti, muta in qualcosa di dolce e piacevole, che pensi che non sia così male dopo tutto, anzi, è pure cazzuto!

I King Gizzard and The Lizard Wizard saranno live in Italia il 15 ottobre, all’Alcatraz di Milano!

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Riccardo Martinelli

People try to put us down! (talkin' bout my generation)

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