M83 | DSVII

by Jess

Voto:

B+
Citazionista

Ci sono decine di vecchi sintetizzatori nella cantina di Anthony Gonzalez; stanno lì ad aspettarlo quando, dopo una lunga estate trascorsa ad Antibes, decide di tornare a mettere le mani in pasta e produrre qualcosa di nuovo. Sono stati cinque mesi di meritato ozio, circondato dall’aura nostalgica dei film degli anni ‘80 e dei videogiochi old school. Proprio loro, i videogiochi, così ingenui ed imperfetti, hanno risvegliato in lui l’ispirazione per comporre nuova musica.

Digital Shades Volume II, reso graficamente come DSVII, è il seguito dell’album omonimo pubblicato nel 2007. All’epoca Gonzalez, da poco diventato l’unico membro degli M83, aveva ricevuto critiche durissime e il disco era stato bollato dalla critica come un puro esercizio di stile, essenzialmente inconcludente. Accantonato il progetto Digital Shades, la one man band ha prodotto due pezzi da novanta dell’indietronica degli anni duemila, Saturdays=Youth e Hurry Up, We’re Dreaming; ora scommetto che questi titoli non vi suoneranno familiari, ma sono certa che avrete sentito centinaia e centinaia di volte Wait e Midnight City, nelle pubblicità, nei film (Suburra e Colpa delle Stelle, per citarne un paio), al cinema o in televisione. È a questo punto che, nel 2016, gli M83 pubblicano Junk, un album nostalgico, distante anni luce dai precedenti, e agli occhi del pubblico è l’ennesimo buco nell’acqua. Quando lo scorso luglio ha annunciato l’uscita di DSVII, Gonzalez ha raccontato di aver avuto lo strano presentimento che la gente non avesse compreso a fondo la direzione che il suo ultimo disco aveva preso; non riusciva proprio a smettere di pensare che i fan fossero rimasti delusi da Junk e la sensazione di aver mancato il bersaglio era rimasta con lui per tutti quegli anni.

Anthony Gonzalez

Ma veniamo a noi: Digital Shades Vol. II, basta il titolo a capirlo, non è un disco pensato per essere registrato, prodotto, impacchettato e riposto sullo scaffale di un qualsiasi negozio di musica. Gonzalez si è servito dei soli strumenti, analogici, che possedeva e di un enorme bagaglio di ispirazioni per comporre le 15 tracce che completano l’album: dalle citazioni dichiarate alla musica ambient di Brian Eno, fino al sottile richiamo, consapevole o meno, a Merry Christmas Mr Lawrence di Ryuichi Sakamoto in Goodbye Captain Lee; ci sono poi i videogiochi, Final Fantasy e The Legend of Zelda, e i film di Carpenter e Fellini. L’elenco completo delle opere d’arte che sono confluite nell’album si trova sul sito Internet dell’artista, quasi a contestualizzare un lavoro atipico che corre il rischio di essere (di nuovo) frainteso.
Ingenuo ed imperfetto, detto con le parole di Gonzalez, è una descrizione piuttosto fedele di quello che possiamo ascoltare in DSVII, una sviolinata di sintetizzatori, chitarre e voci corali che ci accompagna attraverso un mondo incantato; non si tratta solo della musica perché, con l’aiuto del regista Bertrand Mandico, gli M83 hanno scritto una storia, Extazus, e ricostruito un solido immaginario visivo che dia forma ai suoni nostalgici dell’album. Non stupisce quindi che nei tre video già pubblicati si rivedano un personaggio la cui estetica ricorda vagamente David Bowie in Labyrinth e due ragazze, Nirvana Queen e Peach Machine, protagonisti di un’avventura a cavallo tra il fantasy e la fantascienza. Il risultato è labile ed immateriale “come un sogno di polvere”, così recita il videoclip di Temple Of Sorrow; Digital Shades appare incompleto se ascoltato senza conoscerne la trama e non posso negare di aver pensato, almeno al primo approccio, che fosse di una noia mortale. In fondo è così che deve essere, lento e anche un po’ stucchevole, come quando ti ritrovi a vedere Blade Runner o La Storia Infinita e pensi che durino sempre mezz’ora di troppo. Eppure non puoi fare a meno di guardarli, ancora e ancora, con le loro lungaggini e i loro difetti, e ti piacciono perché risvegliano i ricordi del passato, toccano corde che nessun altro film riesce a raggiungere.

A livello puramente musicale l’album si apre con Hell Riders, che in prima battuta ricorda molto le atmosfere oscure di Warszawa del duo Bowie/Eno per poi lasciare spazio ad un’armonia di chitarre e ad un coro di voci trasognate. Nulla a che vedere con la potenza cinematografica di Hurry Up, We’re Dreaming: tranne qualche eccezione (Colonies e Temple Of Sorrow), Digital Shades riprende le sonorità di Junk (ascoltate For The Kids, provare per credere!) e Saturdays=Youth e le reinterpreta in chiave molto malinconica. Sono sicuramente i sintetizzatori i veri protagonisti, anche quando sul finale (Mirage e Taifun Glory) vengono messi da parte per lasciare spazio ad un pianoforte corposo e romantico; a questo punto, quasi giunto alla fine del viaggio, arrivi perfino a sentirne la mancanza. Per certi versi ci sono brani (Jeux D’Enfants) che sarebbero perfetti per una pellicola di Paul Thomas Anderson come Il Filo Nascosto, per la delicatezza che li distingue dal resto del disco, ed altri (Meet The Friends) che invece avrebbero fatto un figurone nella colonna sonora de La Forma dell’Acqua, con quella vena sognante dal retrogusto fin troppo amaro.
Arriviamo dunque al vero tasto dolente di DSVII: l’assenza di un plot twist. L’avventura inizia e si conclude senza esplodere mai, sempre leggermente sottovoce, e pur essendo un progetto completo ed articolato, con un’estetica visiva e sonora estremamente coerente, si sente la mancanza di un tassello in più. Emotivamente Digital Shades riesce nell’intento di portare a galla i ricordi, le sensazioni del passato, ma perde la maestosità della musica degli M83.

Se mi doveste chiedere quali sono i miei album preferiti dell’ultimo decennio, non esiterei a nominare Hurry Up, We’re Dreaming tra le prime posizioni. La potenza di quei brani bastava da sola a farmi venire voglia di lasciare tutto e iniziare a correre, veloce, lontano. In questo caso, posta davanti ad un mondo fantastico ricco di avventure da affrontare, come in uno di quei videogiochi che l’artista ha voluto omaggiare, avrei voluto avere lo stesso spirito, la stessa forza. Se gli M83 mi hanno convinta? Questa volta solo in parte, soprattutto nei momenti più delicati dell’album (Mirage, Taifun Glory e Jeux D’Enfants), quando anche i sintetizzatori vengono accantonati per un secondo. Forse sarebbe servito un pizzico di equilibrio in più, ma non era questo l’intento dell’album: a Gonzalez importava saltare indietro nel tempo, con lo sguardo e con la mente, per lasciarsi cullare dai ricordi e non posso negare che, in fondo, l’obiettivo sia stato raggiunto. DSVII resta un lavoro di altissima qualità, di certo non adatto a tutti, ma ancora un passo distante dalla perfezione.

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