Mumford & Sons | Delta

by Federica Di Gaetano

Voto:

D-
Confuso

Delta“, il quarto album in studio dei Mumford & Sons aka la band folk più popolare degli ultimi dieci anni, è stato pubblicato il 16 novembre 2018 per Gentleman of the Road e Island Records. Perché dunque la recensione di NoisyRoad arriva con un ritardo di più di due settimane? Sarò breve e concisa, anche se forse un po’ crudele: ascoltare questo disco non mi ha fatto venire nessuna voglia di scriverne. Il che può sembrare piuttosto paradossale, dato che si tratta di una delle band a cui sono maggiormente affezionata e scalpitavo all’idea del loro ritorno.

Ma andiamo con calma. Questo lavoro arriva a tre anni di distanza dal disastro compiuto con “Wilder Mind” (2015), universalmente accolto sia dai fan che dalla critica come un buco nell’acqua, in cui i nostri avevano per una qualche misteriosa ragione deciso di appendere il banjo al chiodo e mettere da parte le sonorità spiccatamente folk che li avevano sempre contraddistinti, per inseguire inspiegabilmente le orme dei Coldplay (e no, non dei buoni Coldplay). Dopo un paio di anni di pausa e, presumibilmente, la presa di consapevolezza che questa nuova strada non li avrebbe portati molto lontani, Marcus Mumford e soci sono tornati sulle scene dichiarando che questo sarebbe stato il loro lavoro più intimo e personale e che sarebbero tornati protagonisti gli strumenti che avevano momentaneamente accantonato, di cui tanto si era sentita la mancanza. Il primo singolo estratto e presentato in anteprima mondiale nel corso della loro esibizione allo Sziget Festival 2018, ha fatto sinceramente sperare che tutte queste promesse potessero essere davvero mantenute. Guiding Light (“and I swear you’ll see the dawn again”), infatti, è un pezzo fortissimo, il perfetto ponte di collegamente fra i Mumford che abbiamo imparato a conoscere e amare con il loro debut “Sigh No More” (2009) e il desiderio di rinnovarsi.

Purtroppo, però, una volta infilate finalmente le cuffie e ascoltato il disco nella sua interezza, il castello di aspettative che ci si era costruiti viene demolito piuttosto rapidamente. Per prima cosa, viviamo in un periodo storico in cui la soglia dell’attenzione media si è precipitosamente abbassata e sembrano essersene accorti anche nell’industria musicale, tanto che la maggior parte degli album usciti nell’ultimo periodo oscilla intorno alle 9 tracce, 10 per esagerare. Qui i Mumford hanno scelto di andare controcorrente e confezionare un prodotto composto da ben 14 pezzi. E hanno chiaramente sbagliato, probabilmente credendo di dare un contentino al pubblico, tramutando un lavoro che nella prima metà risulta piacevole, godibile e abbastanza coerente in un disco così prolisso da sembrare infinito, nonché monotono e sconnesso.

La sensazione che si ha è che il quartetto londinese voglia rimanere perennemente con il piede infilato in due scarpe: da una parte tenersi non stretti, di più, i fan della prima e dall’altro cercare (piuttosto inutilmente, direi) di conquistarsi una nuova fetta di pubblico, quella che negli anni ha perso la testa per l’elettronica. Due note di banjo qua e là e un paio di chitarre effettate, però, non risolvono le cose e lasciano insoddisfatti sia gli uni chegli altri. Le cose sembrano filare per il verso giusto in Beloved, in cui il tema del lutto viene raccontato in maniera tanto semplice quanto d’impatto, tramite la storia di una nonna ormai venuta a mancare (“she says the Lord has a plan, but admits it’s pretty hard to understand”). Il pezzo rispecchia in maniera così precisa il loro DNA che rende difficile comprendere perché la band abbia questa smania di distaccarsene. A convincere sono anche la sensuale Woman (“I can’t read your mind though I’m trying all the time”), con le sue sfumature R&B e l’orchestrale The Wild (“from where comes your sparkling mind”), che ha come colonna portante la paura dell’ignoto. Ma non basta.

Il punto più basso è sicuramente toccato con Darkness Visible, che riprende un estratto del poema “Paradise Lost” di John Milton, pubblicato per la prima volta nel 1667 e che narra la storia biblica della Caduta dell’Uomo: la tentazione di Adamo ed Eva e la loro espulsione dal Giardino dell’Eden (“in adamantine chains and penal fire who durst defy the omnipotent to arms“). Qui si tenta un approccio psichedelico, finendo per dar vita ad un pezzo che suona totalmente finto e plasticoso, così brutto da farci domandare cosa diamine avessero in mente nel momento in cui hanno pensato fosse una buona idea inciderlo.
Ma non è solo a livello musicale che “Delta” risulta essere sconnesso e vuoto, lo stesso problema si riscontra anche a livello testuale e contenutistico. Quello che ne esce è un prodotto sontuoso e iper rifinito, a tratti epico, ma che non riesce a mascherare una sconcertante assenza di idee davvero interessanti. È un po’ come se i magnifici quattro avessero preso un frullatore, buttato dentro una manciata di ingredienti importanti, dalle incertezze alla morte, dall’amore alla spiritualità (da sempre colonna portante dei dischi dei Mumford) e premuto il pulsante senza considerare se il tutto potesse amalgamarsi bene insieme.

Per concludere, “Delta” è un disco insipido, di cui probabilmente già verso la fine dell’anno ci saremo tutti dimenticati e di cui rimarrà solo qualche traccia un po’ sbiadita nei live, durante i quali verranno suonati una manciata di brani a metà scaletta, giusto per far vedere che no, non ci siamo dimenticati di averlo pubblicato. Praticamente lo stesso che è successo con “Wilder Mind” perché, non prendiamoci in giro, al pubblico che permette ai Mumford & Sons da anni di riempire i palazzetti di tutto il mondo e macinare sold out su sold out, è quello a cui vengono gli occhi lucidi ascoltando Holland Road e che vuole saltare fino a non avere più forza nelle gambe con Little Lion Man e I Will WaitDel resto poco importa. In una qualche recensione ho letto che “i fan dei Mumford non vogliono un Babel 2.0”: beh, basterebbe andare a un loro concerto per capire che non è proprio così.

Se c’è una morale che questo album ci lascia, è sicuramente che quando una band è più che a proprio agio in un genere musicale e riesce a trovare una formula che funziona quasi alla perfezione, non è necessario cambiarla ad ogni costo. L’innovazione in ambito musicale è sicuramente positiva, ma solo se accompagnata da una precisa idea di fondo e da delle solide basi. Altrimenti, come in questo caso, rischia di diventare controproducente.

Federica Di Gaetano

Vedo tutto rosa. Mi piace il folk. Non mangio gli animali ma non sono pazza.

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