Passenger | Runaway

by Federica Di Gaetano

Voto:

C+
Americano

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Il 31 agosto sono stati pubblicati una sfilza di nuovi album: partendo da “Kamikaze”, che è stato lanciato da Eminem senza alcun preavviso e ha quindi monopolizzato qualsiasi sorta di piattaforma musicale/social network/rivista online, passando dai nuovi di Anna Calvi, Kooks e Troye Sivan, fino ad arrivare a “Big Red Machine”, splendido debut dell’omonimo super progetto targato Bon Iver e Aaron Dessner dei National.
In una giornata così intensa per il mercato musicale internazionale, è dunque piuttosto scontato che i più non si siano accorti che, fra le tante cose, venerdì scorso è uscito anche “Runaway“, decimo lavoro in studio di Passenger (al secolo Mike Rosenberg o meglio “quello di “Let Her Go”), arrivato a meno di un anno di distanza dal precedente “The Boy Who Cried Wolf“. Il disco, registrato tra l’Inghilterra e l’Australia e pubblicato da Black Crow Records/Cooking Vinyl/Edel, è stato prodotto dall’amico e collaboratore storico Chris Vallejo.

Questo album prende spunto da un roadtrip di tre settimane attraverso gli Stati Uniti, compiuto da Mike in compagnia dei suoi migliori amici: il cantautore Stu Larsen, il fotografo e videomaker Jarred Seng e il già citato produttore Chris Vallejo. E se c’è un aggettivo che gli calza a pennello è senza ombra di dubbio “americano“. Il nuovo continente ha influenzato questo lavoro a 360°: partendo dall’aspetto visivo, sia per quanto riguarda la front cover che le immagini promozionali del disco, passando dallo stile di scrittura e dai temi affrontati nelle canzoni, spesso riguardanti persone o posti negli USA.
Ma l’America più tradizionale affonda le proprie radici all’interno delle sonorità. Chiaramente la voce profonda e calda dell’artista fa ancora da protagonista, ci sono tutte le chitarre folk a cui ci ha abituati nel corso degli anni, il basso di Rob Calder, la batteria di Peter Marin, le tastiere di Jon Hansen. La vera novità sta nell’aggiunta di mandolino, lapsteel e banjo, tutti suonati dal chitarrista Benjamin Edgar.
My dad is American and we used to go over every other summer when we were kids.
I always loved it. I guess I was seduced by it a little bit.
It was such a culture shock coming from England

La strategia promozionale adottata per “Runaway” è stata quella di lanciare a maggio il primo singolo ufficiale, nonché traccia di apertura del disco, Hell or High Water (“and after stumbling through the years I thought I found you, just to see you fading out into the night“). Si tratta di una cupa e riflessiva indie ballad, che richiama il singolo del 2016 “Somebody’s Love” sia per quanto riguarda le sonorità che per l’atmosfera.

Hell Or High Water was the first song I wrote for this new record so it’s fitting that it’s the first single. It’s a song about trying to get your head around the complexities of relationships and why ultimately a lot of them don’t work out. The video was shot over a few days in various national parks- Monument Valley, Valley of Fire, Death Valley, and Joshua Tree. These epic and vast landscapes really help to portray a feeling of being lost in a hopeless quest for answers

Successivamente, il cantautore ha deciso di pubblicare ogni tre settimane una nuova canzone, ciascuna accompagnata da un video ufficiale e acustico e alcuni filmati tratti dal dietro le quinte del viaggio dei quattro uomini negli USA. Si tratta di una scelta che dilaga sempre più spesso fra i musicisti, lo stesso Passenger ha già agito così per alcuni dei suoi lavori precedenti, ma che non condivido. Per quanto spesso la curiosità e l’attesa di un nuovo disco mi divori dal momento in cui viene annunciato fino alla sua pubblicazione, credo che non esista cosa migliore che attendere impazientemente lo scoccare della mezzanotte della data di uscita e premere finalmente play, lasciandosi trasportare e sorprendere da brani che siano effettivamente inediti e non (come in questo caso) già per una buona metà pubblicati come singoli e/o eseguiti da tempo live. Insomma, penso che in questo modo si perda un pizzico di magia.

Così come già avvenuto in “Young as The Mourning, Old as The Sea” (2016), anche “Runaway” è un disco che ha come motore principale il tema del viaggio: in questo caso si tratta principalmente di un percorso che l’artista compie attraverso i propri sentimenti e la propria interiorità, riflettendo sul proprio presente e mettendosi continuamente in discussione. Si parte dalla fine di una relazione, cantata in Hell or High Water e da una condizione di profonda solitudine, proseguendo con la ricerca di stabilità e di un nuovo equilibrio. Why Can’t I Change (“whatever life brings, whatever song it sings, I’m still whistling the same old tune“) è un brano che, fin dalle barre di chitarra iniziali, rientra perfettamente nel country pop; qui Mike si domanda ripetutamente perché nel corso degli anni non abbia avuto il coraggio di cambiare qualcosa nel proprio modo di affrontare la vita:

Why can’t I change after all these years?
Why can’t I change my ways?
I find it so strange after all these years
I’m still more or less the same

Ed è un viaggio anche quello che ha inizio per l’ascoltatore non appena si immerge nell’ascolto del disco. Se si chiudono gli occhi, infatti, si ha la sensazione di essere seduti a bordo di un vecchio pick-up, sul sedile posteriore, mentre le voci di Bob Dylan e Springsteen risuonano decise dall’autoradio, osservando in silenzio Mike e i suoi amici mentre guidano per i boschi del Wisconsin oppure attraverso le caotiche strade di LA. I rimandi all’America in questo disco si possono trovare disseminati in ogni traccia, ma è in Eagle Bear Buffalo (“you can leave me here in Yellowstone”) che emergeono nel ritratto più tradizionale, folkloristico e gioioso che riusciamo a immaginarci. Leggendo online qualche parere sull’album, ho trovato una recensione che parlava di questa canzone come “so visual, so America, so Yellowstone” e penso che non esista una definizione più centrata.

Worn out soles, aching bones
Fishing poles and stepping stones
Whiskey woman, campfire smoke
The ending of the day


Where you listen to the wind, whistle her tune
Coyotes sing by the light of the moon
If I ever leave it’ll be too soon
But I know that I couldn’t stay

Altro topos che fa da padrone in quest’album è quello dell’amore, cantato e analizzato in modo arguto, fresco e mai banale attraverso testi in cui un po’ tutti potremmo riconoscere una piccola parte di noi stessi e di quello che abbiamo vissuto nel corso delle nostre relazioni sentimentali. Il brano più radiofonico e accattivante, Heart to Love, parla del sentirsi persi (“I’ve been lost for so long I forgot I could be found”) e del desiderio di trovare finalmente la persona giusta (“I’ve been searching for diamonds in a pile of coal“). C’è poi He Leaves You Cold, un pezzo che gli inglesi definirebbero bittersweet, in cui la protagonista è una giovane donna che prova a rimettere insieme i cocci della sua vita dopo la fine di una relazione.

Il cuore folk di Passenger palpita all’impazzata in Let’s Go, un brano frizzante, positivo, luminoso. Di quelli che già alla prima nota ti fanno spuntare un sorriso sulle labbra e sono perfetti da cantare a squarciagola in macchina, con i propri amici, magari al ritorno da un concerto.

Oh, take a chance if it feels right, dance ‘neath the street lights
Get drunk and howl up at the moon
Well sing out and sing strong, sing all the words wrong, but
Will you sing your own tune

So maybe just one time, lay ‘neath the sunshine
See the faces and shapes in the clouds
Go out in the rain like a runaway train
And run ‘til the road runs out

Così come nella title track Runaway, specialmente nel ritmo incalzante del bridge, che fa venire un’incontenibile voglia di pestare i piedi a ritmo di musica anche se si è comodamente sdraiati sul proprio letto.

Runaway trains never get no peace
They keep on running till their engines seize
Keep on running and I don’t stand still
I won’t know love, no, I never will

And rolling stones never find a home
‘Cause they keep on rolling through life alone
If I keep on rolling down the same old hill
I’ll never know love, I never will

La sesta traccia del disco è Ghost Town, una ballad acustica in cui la voce calda di Mike fa da assoluta protagonista. Si tratta di un decadente, intenso e struggente ritratto della città di Detroit e ascoltando il brano si ha la sensazione di viaggiare a bordo di un vecchio treno durante una giornata di pioggia e osservarne il grigiore con sguardo malinconico, attraverso il vetro di un finestrino opaco.

Take a walk in a ghost town
The sky is as black as crows
They don’t make cars like they used to here   
Times, they change
And factories close

Take a ride on a ghost train
Stare at the windows
See, time moves fast as a hurricane
But it’s so strange
It feels so slow

Se conoscete la storia musicale di Passenger, saprete bene che buona parte del suo progetto musicale si fonda sullo storytelling e che il meglio di sé lo da proprio quando non si limita a cantare un brano, ma attraverso la sua musica racconta una vera e propria storia, dall’inizio alla fine. E se negli album precedenti spiccavano, solo per citarne alcuni, i racconti e i personaggi protagonisti di Riding to New York, David e Travelling Alone, in “Runaway” la storia per eccellenza è sicuramente quella della nona traccia, To Be Free“. Si tratta del brano più intimo, commuovente e delicato del disco e racconta una storia di amore, immigrazione e sacrifico della famiglia di Mike, iniziata con i suoi nonni, Ziggy (tedesco) e Molly (polacca). Un brano che, visto il periodo buio che stiamo vivendo negli ultimi tempi, non risulta soltanto vero e profondo, ma anche terribilmente necessario per farci fermare e riflettere:

“I’d like to dedicate this song and video to anybody who has gone through or is going through a similar situation. For anyone that has been displaced. For anyone living in a new country, learning new customs and language. America, like so many other countries, was built on immigration. Never has it been so important to remember and celebrate this fact.”

I due erano entrambi ebrei e vivevano in Germania, ma con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale si videro costretti a lasciare tutto e fuggire (“like heather on the hillside, they were bruised and they were battered by the breeze, searching for a place to be free“) prima in un campo profughi in Francia, per poi lasciare l’Europa ed emigrare a Vineland, una piccola cittadina del New Jersey (“Vineland, New Jersey, farm land stretching, far as the eye can see. Not much down there, but sun-scorched pastures in nineteen-fifty-three“). Il padre di Mike nacque negli Stati Uniti, ma partì poco più che adolescente e viaggiò in lungo e in largo per il mondo, prima di stabilirsi definitivamente in Inghilterra e incontrare sua madre.

Survivor è la perfetta chiusura del cerchio: così come la traccia d’apertura, si tratta di una indie ballad cupa, potente e orchestrale. Allo stesso tempo, però, nonostante i toni negativi e pessimisti, risulta essere il brano che contiene il più forte messaggio di speranza e desiderio di rivalsa di tutto il disco. Mike ha affermato di averlo composto riflettendo sulla condizione in cui ci troviamo a vivere nel 2018: un mondo in cui il cambiamento climatico è ormai allo sbando, in UK si vive con il peso incombente della Brexit e il mondo intero è costretto ad ascoltare quotidianamente i discorsi deliranti di Donald Trump, ed è quindi necessario aggrapparsi alle cose migliori che la vita di offre e trovare la forza di sopravvivere:

Are there any survivors?
Am I here alone?

I dischi di Passenger non sono mai stati e non saranno mai una sorpresa, qualcosa di nuovo, diverso, innovativo; perciò se quello che state cercando è un artista mutevole e sperimentatore, beh, non è questo ciò che fa per voi. Nel titolo si parla di fuga, ma quando lo si ascolta la prima sensazione che si ha è l’esatto opposto: sembra di essere tornati a casa, di ritrovarsi finalmente in un posto in cui si è sempre stati bene. “Runaway” non entrerà nella storia o sarà lodato dai critici, così come non è successo con nessuno dei suoi nove album precedenti, su questo ci posso mettere la mano sul fuoco. Non credo nemmeno che sia il suo lavoro migliore, personalmente lo preferisco quando si lancia pienamente nel ruolo di cantastorie e i brani sono folk allo stato puro (come succedeva, ad esempio, in “All The Little Lights”). Ma è un album che, nella sua semplicità, riesce perfettamente nel suo obiettivo: arrivare dritto al cuore di chi lo ascolta e permettere un po’ a tutti di ritrovare un pezzo di sé e delle proprie esperienze all’interno delle sue dieci tracce. E’ un album caldo, luminoso, che cerca di trovare il buono anche negli aspetti più negativi e sono certa che sarà il perfetto compagno durante le prime mattine invernali, mentre si cammina a piedi per le strade caotiche della propria città, diretti in ufficio o all’università, imbacuccati in una sciarpa lunga mezzo metro, con le mani gelide, le guance arrossate, ma il cuore scaldato dalla voce di Mike.

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Federica Di Gaetano

Vedo tutto rosa. Mi piace il folk. Non mangio gli animali ma non sono pazza.

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