Levante | Nel caos di stanze stupefacenti

by Federica Di Gaetano

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Il 7 aprile è uscito per Carosello Records Nel caos di stanza stupefacenti, il terzo album firmato Claudia Lagona, in arte Levante, ovvero una delle cantautrici più popolari e promettenti degli ultimi anni.
Questo disco arriva a due anni dal precedente Abbi cura di te (2015), ma non si può dire che d’allora Levante sia stata a riposto. Nel mentre, infatti, c’è stato un lungo tour, un duetto con Fedez e J-Ax e la pubblicazione del romanzo Se non ti vedo non esisti (Rizzoli), che lei stessa ha definito “la mia canzone più lunga”.

“Non so perché caddi in quel buco nero. L’orizzonte degli eventi dove tutto ciò che va non ritorna. Mi sentii così, per mesi e mesi. Aggrappata alle sole mura di una stanza, la mia stanza. Non seppi aprire la porta, non seppi mai arrivare alla maniglia che mi avrebbe salvata. Non serviva una mano, serviva una maniglia per aprire un varco dentro quel caos e fuggire. Fuggire da me. Non ci fu serratura, non ci furono chiavi, non ci furono finestre… ci fu solo la musica NEL CAOS DI STANZE STUPEFACENTI”

 

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Il disco si apre con “Nel caos”, un breve intro all’interno del quale Levante afferma “mi si legge in fronte il caos che ho dentro”, presentando così il tema che svolgerà da filo conduttore lungo tutte le dodici canzoni che lo compongono. Successivamente si passa a “1996 La stagione del rumore” (“in questo cuore c’è disordine”), che mi aveva già lasciata perplessa un paio di settimane fa, quando è stata pubblicata, e che anche dopo l’ascolto completo trovo sia la traccia più debole del disco, soprattutto per quanto il testo (il verso “da che eravamo caos siamo diventati caos” continua a lasciarmi interdetta, ogni ascolto di più). Si prosegue con Io ti maledico”, fra i miei pezzi preferiti non solo di questo album, ma dell’intero repertorio di Levante. Si tratta di un brano iper ritmato, nel corso del quale la cantautrice vomita addosso al proprio uomo tutte le parole e le promesse non mantenute che le sono state raccontate (“maledetto, me l’hai detto tu “vengo a baciarti per le sette”. E’ mezzanotte, ho i pugni chiusi e di carezze non ne ho avute”). E’ un brano che funziona al 100%, anche perché un po’ tutti riusciamo a riconoscerci nella sua incazzatura; insomma, chi di noi almeno una volta, non si è ritrovato a pensare “non te ne frega proprio niente”?
C’ è poi “Non me ne frega niente”, il primo singolo estratto da questo album. Si tratta di una marcia martellante sulla quale viene cantata un’invettiva che prende di mira la società social degli anni 2000 (“ma in piazza scendo solo per il cane, non mi vogliate male, ho sempre poco tempo per lottare senza il modem”). Inizialmente il pezzo non mi aveva affatto convinta, trovavo la tematica trita e ritrita e la poetica, fatta di frasi come “noi siamo tutti uguali ma il colore della pelle conta” un po’ troppo semplice per i miei gusti. Due mesi e svariati ascolti dopo, però, mi sono ritrovata a cambiare idea. E’ questo un brano che ti entra nella testa e non ti esce nemmeno se ti metti d’impegno, un vero proprio tormentone degno erede di “Alfonso” e del suo inconfondibile “che vita di merda”, che ai concerti verrà urlato a squarciagola. C’è anche un duetto, quello con Max Gazzè su “Pezzo di me”, brano dall’ironia tagliente in cui si percorrono i giorni della settimana e il cui titolo è un gioco di parole che gioca sulle assonanze e sul politically correct (“è martedì, la vita va così, un giorno tocchi il cielo e l’altro giù nel cesso. Che sarà un coca e rum. Lo dico qua: non bevo più”).
Troviamo anche due brani che affrontano con schiettezza e semplicità temi importanti, la cui peculiarità è quella di portare entrambi un titolo che si ricollega alla sfera religiosa. Si tratta di Gesù Cristo sono io”, un pezzo in cui viene affrontata la drammatica piaga del femminicidio:

“Confessa che il paradiso non mi spetta, che non mi sono genuflessa, che da te risorgo anche io.

Gesù Cristo sono io, moltiplicando tutta la pazienza avrò sfamato anche la tua arroganza, forse ti ho porto anche l’altra guancia.

Gesù Cristo sono io, che di miracoli ne ho fatti tanti, ti ho preso in braccio e ti ho portato avanti, ma tu ricordi solo i miei peccati”

E “Santa Rosalia”, una dolcissima filastrocca in cui viene presentato il tema dell’omosessualità come se lo si stesse spiegando ad un bambino. L’idea di questo titolo nasce dal fatto che, secondo una leggenda popolare sembra che la santa protettrice di Palermo amasse una donna.

“Rosa o blu, rosa o blu, dai un bacio a chi vuoi tu
Mostrati per ciò che sei non restare nascosto, osa tu osa tu come non hai mai fatto mai

Dormi tu, dormi tu, con il rosa o con il blu
Che colori sceglierai per dipingere il mondo. Non curarti di chi poi di ferire ha bisogno.

Sei come sei, chissà chi sei se non lo sai, ma si quello che vuoi. Saremo liberi di essere noi”

Se da un lato ci sono rabbia, ironia e attualità , dall’altro c’è spazio anche per canzoni più dolci, come IO ero io” (“i miei ricordi sono colla, si attaccano alla pelle”) e Diamante” (“oltre i sogni infranti di chi ha perso tanto, troverai il tuo posto, diverrai diamante. Fidati di me, fidati di me davvero, ci girerà la testa ma ti giuro non cadremo”) e per delle vere e proprie dichiarazioni di forza d’animo e amore per se stessa in Le mie mille me” (“salvami dalle mie mille me, portami lontano mille miglia via da me. Lasciami tra le mie mille me, lasciami mostrare tutte le mie mille me” e “dove mi trovo adesso c’è un labirinto immenso, ma vedo il cielo da quaggiù lo stesso”) e Sentivo le ali” (“penso che ho perso gli anni a preoccuparmi dei tuoi sguardi e adesso so guardarmi anche da sola”“riesco ad andare avanti senza il peso dei rimpianti, so camminare a un palmo da te ora”“se non torni non avrò paura”). Per finire c’è Di tua bontà” (“e il nero prende forma, il senno perde il sonno, inciampo sui miei sbagli e torno a ricercarti”), brano energico e passionale che rappresenta la chiusa perfetta per un album dalle mie sfaccettature.

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Nel comunicato stampa che accompagna il disco, Levante viene descritta come “la cantautrice che disegna i nuovi confini del pop” e non c’è nulla di più veritiero. Contemporaneamente, mi sono ritrovata a discutere di questo disco con un’amica, che ad un certo punto della conversazione ha esclamato, con connotazione negativa, “sarà la nuova Pausini”  e questa affermazione ha fatto scaturire in me una riflessione.
Per anni Levante e la sua musica sono state, secondo me, erroneamente confinate all’interno di quell’enorme contenitore che al giorno d’oggi è l’indie italiano, quando invece tutto di questa artista trasuda pop e la sua figura è quella della perfetta pop star: lo è per quanto concerne le canzoni, la vocalità, il pubblico, l’aspetto. E questo dovrebbe forse essere visto come un limite? Come qualcosa di negativo? Con questo disco, che è a mio parere il suo lavoro migliore, Levante dimostra che un pop di qualità è possibile farlo anche nel nostro paese, che una stessa artista può convivere un doppio immaginario, può calcare i palchi dei festival fianco a fianco con artisti indipendenti e, allo stesso tempo, essere in rotazione sulle principali frequenze radio. Quindi, se davvero Levante diventasse una Laura Pausini 2.0, nel senso che acquisisse maggiore notorietà, iniziasse a riempire costantemente i palazzetti, e a collezionare dischi di platino, dovrebbe essere visto come un male? Personalmente, credo proprio di no. Anzi, dovremmo andare fieri del fatto che, finalmente, anche nel panorama mainstream iniziasse a circolare chi si è fatta da sola e la musica la fa bene per davvero.

 
Copy of 0631 LEVANTE NEL CAOS @Alan Chies 

Federica Di Gaetano

Vedo tutto rosa. Mi piace il folk. Non mangio gli animali ma non sono pazza.

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